A Venezia il sogno americano squilla a vuoto

The Telephone di Menotti e Trouble in Tahiti di Bernstein in un dittico del Teatro La Fenice al Teatro Goldoni fra commedia sentimentale e crisi della coppia

SN

10 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura

Trouble in Tahiti (Foto: Manuel Silvestri)
Trouble in Tahiti (Foto: Manuel Silvestri)

Venezia, Teatro Goldoni

The Telephone & Trouble in Tahiti

09/10/2026 - 14/10/2026

Un telefono che non smette di squillare, una coppia che non riesce più a parlarsi. A dividere The Telephone di Giancarlo Menotti e Trouble in Tahiti di Leonard Bernstein ci sono cinque anni, una diversa temperatura musicale e due modi quasi opposti di guardare alla vita di coppia. A unirli è la distanza fra il desiderio di felicità e la sua realizzazione: un tema che attraversa il dittico allestito dal Teatro La Fenice al Teatro Goldoni per il protrarsi dei lavori di rifacimento della tecnica scenica del teatro veneziano. La nuova produzione con la regia di Gianmaria Aliverta, accosta due opere in un atto che, pur nate indipendentemente, si prestano a un dialogo.

Nel 1947, quando The Telephone debutta a New York, Menotti ha già dimostrato con The Medium la propria abilità nel costruire situazioni teatrali concentrate e di forte presa sul pubblico. Il nuovo lavoro, nato come contrappeso comico alla più cupa opera precedente, porta all'estremo una situazione quotidiana: Ben vuole chiedere a Lucy di sposarlo, ma ogni tentativo di parlarle viene interrotto dal telefono. La ragazza è costantemente impegnata in conversazioni che sembrano non poter aspettare; lui cerca invano uno spazio per pronunciare la domanda decisiva. Quando finalmente riesce a uscire di casa, Ben trova la soluzione: telefona a Lucy e le chiede la mano a distanza. L’amore, almeno per il momento, riesce a passare attraverso la tecnologia che lo ostacola.

In poco più di venti minuti Menotti orchestra una macchina comica di precisione, affidata alla rapidità dei dialoghi e al ritmo delle interruzioni. La scrittura si colloca nella tradizione post-pucciniana, con una chiarezza melodica e una teatralità che guardano anche alla farsa e all’intermezzo italiani. Il telefono diventa non soltanto un oggetto scenico, ma il motore di una comicità fondata sul contrasto fra l'urgenza di chi vuole parlare e l'impossibilità di essere ascoltato.

The Telephone (Foto: Manuel Silvestri)
The Telephone (Foto: Manuel Silvestri)

Cinque anni dopo, in Trouble in Tahiti, Bernstein rovescia la prospettiva. Qui il problema non è fare una dichiarazione d'amore, ma scoprire che cosa resta di un rapporto quando la comunicazione si è consumata. Sam e Dinah sono una coppia della borghesia americana apparentemente benestante, immersa nella routine domestica e nelle convenzioni sociali. Lui si dedica al lavoro e allo sport, lei cerca altrove una possibilità di evasione; entrambi coltivano frustrazioni che non riescono a esprimere direttamente. Il loro matrimonio si incrina in una serie di litigi, tentativi di riconciliazione e occasioni mancate. Come contrappunto alle scene familiari interviene un trio vocale che, come in una pubblicità radiofonica, celebra le promesse di benessere e felicità della società americana. Fra queste, quella del film esotico Trouble in Tahiti, momentaneo rifugio immaginario per Dinah.

Alla leggerezza brillante di Menotti Bernstein sostituisce un linguaggio più composito, nel quale jazz e musical convivono con la scrittura operistica. Il trio che commenta l'azione funziona quasi come un coro greco travestito da intrattenimento radiofonico: amplifica il divario fra l'ottimismo patinato della cultura di massa e l’infelicità che si consuma dietro le porte di casa. Il sogno americano finisce per trasformarsi in un fondale posticcio al quale i protagonisti non riescono più a credere.

Trouble in Tahiti (Foto: Manuel Silvestri)
Trouble in Tahiti (Foto: Manuel Silvestri)

È proprio questa frattura a suggerire il legame drammaturgico proposto da Aliverta, che immagina The Telephone come una sorta di antefatto di Trouble in Tahiti: la promessa sentimentale di Ben e Lucy potrebbe idealmente precedere la vita coniugale di Sam e Dinah, con il passaggio dalla commedia degli equivoci alla crisi di coppia. In Bernstein, il regista introduce inoltre un elemento assente dall’originale: la morte di un figlio, che diventa la ferita all’origine della distanza fra i coniugi, ma anche il possibile punto di partenza per una riconciliazione suggerita nel finale. La regia cerca così di dare una motivazione concreta alla loro incomunicabilità e, insieme, di lasciare aperto uno spiraglio oltre la disillusione.

Ne risulta uno spettacolo agile e leggero, dall’impronta quasi da musical, con una scena di Elena Zamparutti dipinta nei toni di un cielo azzurro punteggiato di nuvolette bianche e costumi dello stesso Aliverta dai colori pop. Se la vivacità visiva si accorda alla comicità di Menotti, in Bernstein sono soprattutto le coreografie di Nicola Trazzi a richiamare il linguaggio del musical. La scelta di introdurre un trauma familiare così radicale sposta però l'accento del lavoro di Bernstein: resta da chiedersi se questa spiegazione renda più leggibile la crisi della coppia o ne restringa le ambiguità, legate anche al conformismo e alle promesse mancate del sogno americano.

Sul versante musicale, Jacopo Brusa si dimostra direttore versatile e credibile nel passaggio fra mondi espressivi lontani, assecondato da un’Orchestra del Teatro La Fenice capace di cambiare pelle e di adattarsi ai diversi generi e umori delle due partiture. La resa sonora è tuttavia penalizzata dalle condizioni del Teatro Goldoni: l’assenza della buca e una compagine orchestrale piuttosto corposa pongono problemi di equilibrio in uno spazio teatrale non particolarmente favorevole alla musica. A ciò si aggiunge una gestione poco accorta, se non insufficiente, dell'amplificazione del trio vocale di Bernstein (Julie Mossay, Christian Schleinzer e David Pogana), che finisce per compromettere la chiarezza di un elemento drammaturgico essenziale.

Trouble in Tahiti (Foto: Manuel Silvestri)
Trouble in Tahiti (Foto: Manuel Silvestri)

Elisa Balbo e Allen Boxer affrontano entrambe le opere, passando rispettivamente da Lucy a Dinah e da Ben a Sam. La loro prova attoriale è uno dei punti di forza dello spettacolo: brillanti e disinvolti in Menotti, più ripiegati e dolenti in Bernstein, costruiscono con credibilità due coppie e due diversi registri espressivi. Sul piano vocale, però, entrambi mostrano una proiezione piuttosto esile, che fatica a imporsi nel contesto acustico del Goldoni.

La sala, con qualche vuoto, ha comunque salutato lo spettacolo con applausi calorosi.