Agrakal, tra free e Mediterraneo

Agrakal del trio di Marco Colonna con Zlatko Kaucic e Agustì Fernández esce per la Not Two

Disco
jazz
Marco Colonna, Zlatko Kaucic, Agustì Fernández
Agrakal
Not Two
2018

"Waves of Perception", e sono soffi, un rimestare circospetto, in cui si sgomita un fraseggio che sembra venire da mondi nascosti dietro la curva del nostro orizzonte eppure familiari, tra Gershwin e Stravinsky. Poi entra il pianoforte ad aggiungere profondità, spazi, il clima è vagamente teso, denso di nuvole novecentesche, tra il free europeo e le pagine indimenticabili del catalogo BYG/Actuel, "Even Break" di Sunny Murray, è un blues siderale, invisibile, sono le onde della percezione, Ulisse legato all’albero maestro che ascolta le sirene, musica della terra, del mito, futuro remoto, profezie di un oggi che è subito domani, lingua antica.

Basterebbe già dire del primo pezzo di questo disco per cercare di renderne l’ineffabile mistero, la potenza, l’importanza. Siamo sulle tracce del romano Marco Colonna (qui a clarinetto e sax baritono) oramai da qualche tempo, e anche a questo giro il disco, che esce per l'etichetta polacca Not Two, è ottimo.

Agrakal è un dialetto che lotta per raccontare la propria storia, una storia che sa di sete, di fatica. Colonna guida il viaggio con piglio battagliero, lirico e ieratico come un muezzin nella tempesta, straordinario il lavoro di Agustì Fernandez al piano e di Zlatko Kaucic a batteria e percussioni (a un certo punto, attorno al minuto undici, sembra quasi di sentire una inaudita formula di industrial-jazz arcaico, come se ci ritrovassimo nelle viscere della terra, o nella fucina di Efesto).

La prima traccia chiarisce immediatamente come stanno le cose: musica libera, coraggiosa, consapevole, aperta, dinamiche gestite con maestria, silenzi e pause densissime, attese, epifanie, lampi, mareggiate, scialuppe. Una dimensione tragica in qualche modo permea il suono di questo trio, che pare eseguire in diretta (il disco è stato registrato durante un concerto a Novara Jazz nel dicembre del 2017) la cronaca di un viaggio di migranti, con partecipazione che non suona affatto retorica o didascalica, ma è sentita perché ne afferra la dimensione archetipica, oltre che quella profondamente umana e politica. Agrakal in dialetto berbero è infatti il nome del Mediterraneo, un mare di cui i nostri scandagliano gli anfratti, gli abissi, restando sempre in acque aperte, le sponde non si intravedono ancora, il sole sa bruciare la faccia, il sale taglia la pelle, e allora il canto che può scaturire è un canto per davvero libero, e quindi free, appuntito, spigoloso, selvatico, una pioggia improvvisa, tuoni, saette. E dopo 21 minuti, la quiete di un cielo che solo per un poco promette di non crollare.

Si prosegue mantenendo sempre alte tensione e ispirazione, tra minuti in cui le nuvole  fingono di smettere di urlare e di accontentarsi  di qualche goccia per poi radunarsi di nuovo in assemblea plenaria, quasi convocate da un dio ostile e determinatissimo ("Drops"), in un clima di attesa a volte zen (l’inizio di "Cellular", che poi si impenna in una sorta di jazzcore metafisico, "From Ground to the Sky", che indaga psicologicamente nelle ansie della contemporanea), a volte colmo di indicibili languori ("Textures of Nowhere", dove i tre si inventano una splendida sfinge di minimalismo espanso, quasi dei Necks più ispidi).

Infine si ritorna indietro, verso Itaca, anche se la meta è ancora distante. Kaucic sa raccontare storie, eludere, elidere, alludere perfettamente con il suo arsenale percussivo scabro e infinitamente espressivo, sembra di essere letteralmente su un’imbarcazione, un vento di cui non si colgono bene le intenzioni si manifesta episodicamente (Colonna novello Don Cherry altezza Mu, con un suono che sa di flauto africano).

La copertina del cd segnala 7 tracce, ma la settima non c’è: sarà un piacere sentirla dal vivo nel tour che il trio sta programmando per la prossima primavera, siamo certi che si tratti di un concerto da non perdere, e questo disco ne è la prova provata.

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