Il Bernstein luminoso di Gabriele Coen

Una personale rilettura di West Side Story (e dintorni) da parte del Gabriele Coen Quintet

Coen - Omaggio a Bernstein
Disco
jazz
Gabriele Coen Quintet
Leonard Bernstein Tribute
Parco della Musica Records
2020

Troviamo suggestiva e condivisibile questa nota del critico musicale Gianni Morelenbaum Gualberto, ospitata nelle note di presentazione di quest’ultimo lavoro del sassofonista (nel caso sostanzialmente soprano) e clarinettista Gabriele Coen, a proposito del celebre West Side Story di Leonard Bernstein: «è il Fidelio americano, è Shakespeare riletto attraverso Tocqueville, è l’America alla spasmodica ricerca del sublime, è incrocio vertiginoso tra dramma e balletto, tra opera e teatro musicale, tra Broadway e le periferie di New York». 

Già, perché, dopo i due eccezionali lavori realizzati con il Jewish Experience per la prestigiosa Tzadik di John Zorn, in questo secondo disco, nuovamente acustico, per la Parco della Musica Records ritroviamo il romano Gabriele Coen, da tempo tra le personalità di spicco dell’odierno panorama jazzistico italiano e internazionale, alla guida di un nuovo brioso quintetto, nell’occasione rivolto a omaggiare, grazie ai brillanti arrangiamenti di Andrea Avena, la musica di Leonard Bernstein. Uno dei grandi musicisti del Novecento, americano di origini ebree polacche (proprio come lo storico bandleader Benny Goodman), compositore, pianista, straordinario direttore d’orchestra (anche dell’Orchestra Filarmonica di Israele, oltre che di quella sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia), e non da ultimo eccellente didatta. 

Il quintetto di Coen, in perfetto equilibrio tra creativa inventio e rispetto delle originali partiture, grazie anche a una strumentazione intelligentemente sospesa tra il jazz e la cosiddetta musica eurocolta, affronta quindi alcune delle songs più note di West Side Story, tra le quali l’indimenticabile "Maria", qui sapientemente legata alla danzante e sorniona "Dance At The Gym", la romantica "Tonight", l’ottimista e speranzosa "Something’s Coming"; e poi si cimenta, con altrettanta abilità, nella riproposizione di alcune composizioni meno note di Bernstein, appartenenti alla produzione più direttamente ispirata alla tradizione ebraica, come "Ilana the Dreamer", "Yigdal" e "Chichester Psalms".

Ad affiancare Coen, come al solito – da profondo indagatore del rapporto più o meno sotterraneo tra jazz e musica klezmer – originale interprete di un prezioso, “cantabile” ed euristico "etno-jazz" (in realtà qui più jazzisticamente lineare del solito: si ascoltino le splendide ballate, dal lirismo coltraneiano, "One Hand, One Heart", "I Feel Pretty", "Somewhere" o ancora la breve e conclusiva "Some Other Time"), magistralmente in bilico tra l’imprevedibile e swingante lezione afroamericana e l’errante e “svirgolata” cultura ebraica di appartenenza (si ascolti il vorticoso spettacolare finale, dall’aggiornato carattere yiddish, della già citata "Yigdal"), ci pensa un valoroso manipolo di musicisti di svariata estrazione. 

Stiamo parlando di Alessandro Gwis al pianoforte, con tutto il suo tipico sognante pianismo ondeggiante, già esponente fondatore dei fenomenali, ormai già storicizzati, Aires Tango di Javier Girotto, dalla poetica folklorica certo molto in linea con la sensibilità e l’approccio di Gabriele Coen; di Benny Penazzi al violoncello, attivo da tempo sia nella libera improvvisazione jazzistica che nella musica classica e contemporanea, con dalla sua illustri collaborazioni con musicisti di ricerca del valore di Anthony Braxton, Leroy Jenkins, Giancarlo Schiaffini, Mario Schiano, e poi componente stabile dell'Orchestra Sinfonica dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, formazione con la quale ha quindi avuto modo più volte di essere diretto dallo stesso Leonard Bernstein; e non da ultimo degli ottimi fantasiosi Zeno De Rossi alla batteria e Danilo Gallo al contrabbasso, tra i jazzisti più versatili, navigati e richiesti del panorama jazzistico italiano.

Una luminosa, personale rilettura.

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