Quando i compositori riscrivono se stessi
Alla Fondazione Giorgio Cini, il 29 e 30 ottobre, undici studiosi internazionali indagano le metamorfosi della musica del Novecento: da Boulez a Berio, da Nino Rota a Kaija Saariaho, tra nuove orchestrazioni, contaminazioni artistiche e tecnologie
20 ottobre 2026 • 3 minuti di lettura
Un’opera musicale è davvero compiuta quando il compositore la considera finita? La storia della musica del Novecento suggerisce il contrario. Non sono pochi gli autori che sono tornati a distanza di anni su lavori già conclusi, modificandone la forma, ampliandone il materiale o trasferendoli in contesti artistici differenti. Un brano pianistico può diventare una partitura orchestrale, una colonna sonora può trasformarsi in un balletto, materiali elaborati al computer possono migrare da una composizione all’altra. Non si tratta necessariamente di semplici trascrizioni: in molti casi, la riscrittura diventa una nuova fase del processo creativo, capace di mettere in discussione i confini stessi dell’opera.
A questo fenomeno è dedicato Metamorphoses of the Musical Work: Self-Recasting and Rewriting in the Twentieth Century, un convegno internazionale organizzato dall’Istituto per la Musica della Fondazione Giorgio Cini, sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, il 29 e 30 ottobre. Curato da Paolo Dal Molin e Francisco Rocca, l’incontro riunisce undici studiosi per analizzare le diverse strategie con cui i compositori hanno ripreso e trasformato la propria musica. "Analizzare i processi di riscrittura significa esplorare la longevità profonda di un’idea musicale", osserva Gianmario Borio, direttore dell’Istituto per la Musica. L’opera, in questa prospettiva, non è una struttura immutabile, ma un organismo che può assumere nuove forme al mutare delle intenzioni artistiche, dei contesti di produzione e degli strumenti a disposizione.
Fra i casi esaminati, alcuni mostrano con particolare evidenza quanto possa essere radicale questa metamorfosi. Nel 1966 Nino Rota rielaborò la musica composta per La strada di Federico Fellini, trasformandola nel balletto omonimo per il Teatro alla Scala: il passaggio dallo schermo alla scena richiese nuovo materiale musicale e una diversa organizzazione narrativa, legata al movimento dei danzatori. Pierre Boulez, invece, lavorò per oltre mezzo secolo sulle dodici miniature pianistiche delle Notations, composte nel 1945-46, sviluppandone alcune in ampie partiture orchestrali. Il progetto rimase in parte incompiuto: proprio la tormentata vicenda di Notations VIII, della quale sopravvivono soltanto gli abbozzi, sarà al centro di uno degli interventi, che ne presenterà per la prima volta i materiali nel corso del convegno.
Anche l’orchestrazione può diventare un atto di ricomposizione. È quanto accadde con Vetrate di chiesa di Ottorino Respighi, nata nel 1926 dalla trasformazione dei Tre Preludi sopra melodie gregoriane per pianoforte, ai quali si aggiunse un quarto movimento originale. La nuova veste strumentale modificò anche il profilo programmatico della musica. Di diversa natura è il lavoro di Kaija Saariaho, che attraverso gli strumenti informatici sviluppati all’IRCAM di Parigi rielaborò materiali condivisi fra Du Cristal, …à la fumée e Cendres: un laboratorio di trasformazioni in cui tecnologia e immaginazione compositiva procedono insieme.
Il convegno si occuperà inoltre di Luciano Berio e del progetto Compass, concepito negli anni Novanta come incontro fra musica, architettura e danza con l'architetto Renzo Piano e il coreografo Bernd R. Bienert, ma approdato a una realizzazione problematica e a una successiva circolazione editoriale priva del riferimento coreografico originario.
Il programma, articolato in quattro sessioni distribuite fra mattina e pomeriggio, allargherà lo sguardo ad Alban Berg, Niccolò Castiglioni, Hans Werner Henze, Iannis Xenakis e ad altri percorsi di riscrittura, autocitazione e riuso. Dalla trascrizione alla contaminazione fra media, dall’orchestrazione al recupero di materiali precedenti, le relazioni metteranno a confronto pratiche e poetiche differenti. La domanda di fondo riguarda infatti non soltanto come una musica possa cambiare, ma anche che cosa rimanga della sua identità quando il suo stesso autore decide di reinventarla.
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