Edita: una grande voce lontana dall’Italia

Marco Beghelli ricorda Edita Gruberova

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Edita Gruberova (© Wiener Staatsoper / Axel Zeininger)
Edita Gruberova (© Wiener Staatsoper / Axel Zeininger)

 

La scomparsa dei grandi artisti invita sempre a tracciare un consuntivo finale. Nel caso di Edita Gruberová, l’illustre soprano slovacco spentosi ieri, 18 ottobre, alla soglia dei 75 anni e con oltre mezzo secolo di carriera alle spalle, il giudizio prende strade diverse se formulato dal melomane italiano o da quello tedesco.

A dispetto dell’ampia attività anche nel repertorio italiano, non è mai stata considerata una “cantante italiana” per stile e gusto, limitando di fatto a un numero sostanzialmente esiguo le apparizioni nel nostro paese.

A ben vedere, la sua vicenda artistica non fu molto diversa da quella di Joan Sutherland, della quale può essere considerata una continuatrice, sebbene non per discendenza diretta: ed ecco la formazione lontano dai grandi centri operistici, la lunga gavetta, gli esordi come soprano leggero, il progressivo avvicinamento alle eroine più drammatiche del belcanto (le regine donizettiane su tutte), con esiti che facevano impazzire il pubblico di Vienna (sua piazza teatrale d’elezione), meno quello nostrano, che ne fruiva quasi solo attraverso i dischi.

Dal nostro punto di vista, le sue interpretazioni che hanno fatto epoca sono dunque la Regina della Notte nel Flauto magico, Costanza nel Ratto dal serraglio, Zerbinetta nell’Arianna a Nasso, vale dire tutte parti in cui la coloratura – in lei perfettamente unita alla morbida emissione legata, con ciliegina di un trillo superbo – ha il sopravvento sulla declamazione tragica, e dove la lingua tedesca (diventata la sua lingua di adozione) trovava in lei un’appropriata dimensione espressiva. Più difficile, per noi, trovarla altrettanto convincente come Norma, Bolena o Violetta, personaggi le cui parti musicali, superati i passi più etereamente lirici o spiccatamente virtuosistici (nei quali vantava davvero poche rivali), richiedono invece un impegno nella declamazione drammatica che soltanto la piena padronanza dell’accento italiano (un parametro che non si limita alla corretta dizione) può garantire.

Con l’unica eccezione (lo si diceva anche della Sutherland) per Lucia di Lammermoor, la cui parte sopranile solo occasionalmente si attesta sulla parola più che sul canto: la sua Lucia fiorentina al fianco di Alfredo Kraus nel 1983 lasciò dunque davvero il segno (forse la più emozionante “pazzia” sentita a teatro in Italia da quelli della mia generazione, anche per l’apporto di un Gelmetti in stato di grazia), cosa che non può invece dirsi per l’Elvira nei Puritani a Bologna con Kunde nel 1997 o per la Linda di Chamounix alla Scala nel 1998 con Sabbatini.

Da non sottovalutare il suo apporto continuativo al repertorio liederistico tedesco e slavo, o quello più occasionale al mondo dell’operetta viennese; ma ancora una volta siamo di fronte a generi sostanzialmente lontani dalle melodrammatiche passioni italiche.

Per un ultimo saluto, all’insegna della gioiosità anziché della tristezza, consiglio questa follia teatrale dal Pipistrello di Johann Strauss jr., che rende pieno onore alla brillantezza della donna e dell’artista.

 

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