Addio a Martina Arroyo
Il soprano americano, protagonista al Metropolitan e nei maggiori teatri internazionali, è scomparsa a New York il 13 ottobre.
15 ottobre 2026 • 2 minuti di lettura
Martina Arroyo è scomparsa il 13 ottobre nella sua casa di Manhattan, a New York, all’età di 89 anni. Nata il 2 febbraio 1937 ad Harlem, da padre portoricano e madre afroamericana, il soprano americano aveva costruito una carriera internazionale che, tra gli anni Sessanta e Ottanta, l’aveva portata sui palcoscenici dei maggiori teatri lirici. La notizia della scomparsa è stata diffusa il 14 ottobre. Non sono state rese note le cause della morte.
Dopo gli studi al Hunter College e la formazione vocale a New York, Arroyo debuttò al Metropolitan Opera nel 1959, nella parte della Voce celeste nel Don Carlo di Verdi. La svolta arrivò nel 1965, quando fu chiamata a sostituire Birgit Nilsson, indisposta, nel ruolo del titolo di Aida al Met: il successo della serata le aprì le porte dei principali teatri internazionali. Nel corso della carriera cantò alla Scala, alla Royal Opera House di Londra, all’Opéra di Parigi, alla Staatsoper di Vienna e al Teatro Colón di Buenos Aires. Interprete particolarmente apprezzata del repertorio verdiano, affrontò ruoli come Aida, Elisabetta in Don Carlo, Leonora nel Trovatore, Amelia in Un ballo in maschera e Lady Macbeth. Il suo repertorio comprendeva anche Mozart, Puccini, Strauss e la musica del Novecento.
Accanto all’attività teatrale, sviluppò un’intensa carriera concertistica e discografica. In seguito si dedicò soprattutto all’insegnamento e alla formazione delle nuove generazioni: nel 2003 fondò a New York la Martina Arroyo Foundation, destinata a sostenere giovani cantanti nella preparazione musicale e drammatica dei ruoli operistici.
Arroyo appartenne alla generazione di cantanti afroamericani che, nel solco aperto da Marian Anderson, contribuirono a modificare un ambiente a lungo segnato dalla discriminazione razziale. Insieme a interpreti come Leontyne Price, Grace Bumbry e Shirley Verrett, dimostrò che il talento poteva affermarsi anche in un sistema teatrale nel quale le opportunità non erano distribuite equamente. La sua attività pedagogica prolungò questo impegno ben oltre il ritiro dalle scene. Nel 2010 ricevette il premio Opera Honors del National Endowment for the Arts e nel 2013 il Kennedy Center Honors, riconoscimenti che ne sottolinearono il contributo alla vita musicale americana. La sua eredità comprende non soltanto le grandi interpretazioni documentate in numerose registrazioni, ma anche il lavoro svolto per rendere più accessibile alle giovani generazioni la professione del cantante lirico.