Tutti gli amori di Roberto Ottaviano

Un secondo, splendido disco per il progetto Eternal Love (in versione Extended) di Roberto Ottaviano

Roberto Ottaviano
Roberto Ottaviano
Disco
jazz
Roberto Ottaviano Extended Love & Eternal Love
Resonance & Rhapsodies
Dodicilune
2020

Chi ha il piacere di conoscere Roberto Ottaviano di persona non può dimenticare il suo sorriso sornione, ironico e dolce, forse anche un po’ mediterraneamente malinconico, che resta per un po’ nell’aria anche quando lui se n’è andato dal palco o dalla stanza, come accade allo Stregatto.

Uso questo incipit personale e vagamente irrituale non tanto per sintonizzare la recensione sui colori caldi dell’emozionalità, ma perché ho sempre avuto l’impressione che questo sorriso capace di rimanere sia una caratteristica anche della musica del sassofonista pugliese.

Attivo sin dagli anni Ottanta, specialista di uno strumento affascinante ma anche ostico come il sax soprano – sul quale la lezione di Steve Lacy e di Evan Parker ha seminato il seme dell’avventura su un terreno istintivamente melodico – Ottaviano ha ritrovato negli ultimi anni una consapevolezza espressiva concreta e dirompente, quasi che il viso fosse tornato a sovrapporsi al sorriso rimasto a mezz’aria, allargandolo verso nuovi confini.

Il progetto Eternal Love, con cui aveva già inciso un eccellente disco omonimo (e affascinato ascoltatori di ogni angolo d’Europa durante il memorabile concerto alla European Jazz Conference 2019 di Novara) torna ora in una doppia versione.

Il doppio Resonance & Rhapsodies vede nel primo disco un doppio quartetto con Ottaviano e Marco Colonna ai fiati, Giorgio Pacorig e Alexander Hawkins al piano e piano elettrico, Giovanni Maier e Danilo Gallo ai bassi e Zeno De Rossi e Hamid Drake alle batterie. Nel secondo cd invece si conferma il quintetto “Italiano”. 

La danzabilità del jazz sudafricano in terra d’Albione, l’immediatezza collettiva, il desiderio di sfumare i livelli sonori dentro strati intrecciati di libertà strumentale: sono elementi che già appartenevano al disco precedente e che qui trovano una facilità di risoluzione che è frutto di fiducia, affinità, maturità personale applicata al collettivo.

Trovo riuscitissima l’idea di trovare in Marco Colonna un “doppio”, un gemello diverso in grado di espandere le possibilità formali, come accadeva – mutatis mutandis – con Dolphy nel gruppo di Coltrane più che con Steve Potts nelle formazioni di Lacy. Il polistrumentista romano dona alla musica di Ottaviano una profondità che va ben al di là della varietà timbrica, fornisce a essa una superficie specchiante che può incresparsi – come acqua – e deformare, mostrare abissi e scurezze che sono tipici di Colonna, ma che si intuiscono anche nelle linee più solari di Ottaviano.

Entrambi i dischi sono innervati da traiettorie coinvolgenti, che raccolgono l’eredità delle stagioni creative dell’ultimo Novecento, reimpastandole senza voler necessariamente stupire con soluzioni innovative da chef molecolare, ma lasciando che la bellezza della pratica collettiva (che emerge a tratti con irruenza surgiva) racconti l’umanità e la forza del condividere musica in un momento di smarrimento globale. Molto bello.

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