Tirzah, il romanticismo nell’era digitale

L’album d’esordio della londinese Tirzah Mastin: astrattismo emotivo e canzoni alla periferia del clubbing

Tirzah
Disco
pop
Tirzah
Devotion
Domino
2018

Con quel nome che evoca epoche remote (“mia delizia” in ebraico, nella Torah indica una delle figlie di Zelophehad, nonché nella Bibbia una città della Samaria) e misteri esoterici (intitola una poesia nei Canti dell’innocenza e dell’esperienza di William Blake), la trentenne londinese Tirzah riaffiora all’attualità dopo essersi segnalata cinque anni fa con il singolo "I’m Not Dancing", realizzato insieme a Mica Levi, alias Micachu, in gioventù sua compagna di corso alla Purcell School for Young Musicians di Wartford.

Se quest’ultima – qui determinante, avendo responsabilità delle musiche in fatto di composizione, arrangiamenti e produzione – ha conseguito frattanto status da autrice affermata (soprattutto su scala cinematografica, grazie alle colonne sonore di Under The Skin e Jackie), Tirzah Mastin è rimasta defilata, limitandosi all’EP No Romance e a un duetto con il protagonista – in “Sun Down” – nel terzultimo lavoro di Tricky. Ecco un primo indizio per localizzarla: il trip hop dell’ombroso uomo di Bristol. Aggiungete poi un paio di dichiarate e disparate fonti d’ispirazione: The Streets e Robert Wyatt. Il suo album d’esordio sta da quelle parti: tra periferia del clubbing e astrattismo emotivo.

Lo introduce eloquentemente “Fine Again”: arpeggio sintetico, echi di pianoforte e un’intonazione soul profonda. Formula perfezionata in “Gladly”, dove su un groove in moviola la voce pronuncia parole d’amore, vero tema conduttore dell’opera, sviluppato con candore poetico da diario adolescenziale: “Sei simile a me, più vicina di quanto sia mai stata, ti voglio avere intorno, sempre”.

Il ritmo accelera solo in “Holding On”, in genere puntando viceversa a ipnotizzare, come accade in “Say When”, una sorta di gimnopedia da Satie dell’era digitale, e nella spettrale “Affection”.

E se “Basic Need” accentua la pulsione sensuale, “Guilty” – annunciata dall’ectoplasma di una chitarra elettrica – gioca con garbo ed efficacia la carta dello spleen in AutoTune. Ne risulta così una raffigurazione del romanticismo nel nostro tempo: a tinte tenui, essenziale ed elusiva. Affine a ciò che oltreoceano, in chiave maschile, è capitato di ascoltare da Frank Ocean. E almeno altrettanto incantevole.

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