Taroug, il miraggio elettronico del deserto
Il produttore tedesco-tunisino Taroug rende omaggio a un luogo della sua infanzia nel sud della Tunisia
25 maggio 2026 • 5 minuti di lettura
Taroug
Chott
Non conoscevo Taroug - vero nome Tarek Zarroug -, però l'immagine in copertina e il titolo Chott mi hanno incuriosito, spingendomi a fare qualche veloce ricerca in rete, e il mio interesse è stato premiato.
Come speravo - poi capirete perché -, quello del titolo è lo Chott el-Jerid, il grande lago salato nel sud della Tunisia, passaggio obbligato - solo nei mesi più caldi, quando il lago è asciutto, e in ogni caso facendo molta attenzione che la crosta salata sia sufficientemente spessa da reggere il peso dell'auto - per chi vuole scendere da Nefta e Tozeur a Douz, la "Porta del Sahara" (per chi fa il percorso al contrario), per poi proseguire verso Matmata, Médenine o Tataouine.
Lo Chott è un posto incredibile, lungo circa 200 kilometri, con un paesaggio reso ancora più unico dalla possibilità, abbastanza comune, di essere spettatori di miraggi. Per le sue caratteristiche questo lago è stato il soggetto di numerose creazioni artistiche, la più famosa delle quali è sicuramente Star Wars: qui infatti nel 1977 furono girate le scene iniziali di A New Hope, il quarto capitolo della saga ideata da George Lucas, mentre a Matmata un edificio troglodita fu trasformato nella residenza di Luke Skywalker. Come forse avrete intuito, sono stato più volte nella "Laguna della Terra delle Palme" (questa la traduzione di Chott el-Jerid), uno dei miei luoghi del cuore.
Come già accennato, in questo suo nuovo album Chott, il produttore e compositore tedesco-tunisino Taroug si confronta con le proprie origini. Il disco, composto da dieci tracce, ruota intorno alla sua storia personale e alla ricerca della propria identità.
Chott è un'opera concettuale plasmata da atmosfere contrastanti, che spaziano da una malinconia minimalista a un'intensità grezza e ricca di bassi, fondendo strumenti tradizionali con tessiture elettroniche contemporanee, col risultato di tracciare linee di congiunzione tra passato e presente. Materiali personali, come campionamenti vocali di membri della famiglia, aggiungono strati di intimità e profondità culturale; ciò emerge in modo particolare nella traccia omonima posta al termine dell'album, che presenta una poesia originale in arabo recitata dal padre di Taroug, e in "1995", un brano cantato in inglese che riflette sui ricordi della prima infanzia in Tunisia.
Oltre a queste dimensioni intime, l'artista lavora con un immaginario sonoro che cattura l'esperienza sensoriale del calore e del paesaggio in brani come "Saraab" e "Sirocco". In "Nakhla" le registrazioni di alberi di palma trasformate in movimenti ripetitivi evocano scene delle piantagioni di palme della Tunisia meridionale, quelle che producono i pregiati datteri Deglet Noor (dito di luce), dove i suoni organici e quelli meccanici convergono.
"Mides" è un altro brano che evoca in me ricordi intensi: questa località è la più lontana tra le cosiddette "oasi di montagna" (le altre due sono Chebika e Tamerza), un canyon sul confine con l'Algeria raggiungibile partendo da Tozeur e percorrendo una pista lunga 75 kilometri che costeggia due Chott, lo Chithatt Sghat e l'el-Gharsa.
Per la copertina, Taroug ha collaborato ancora una volta con la designer Marie Brosius, che ha assemblato un collage sperimentale composto da vecchie fotografie personali della Tunisia che richiama visivamente i temi del patrimonio culturale e del ricordo presenti lungo tutto l'album. Stavo dimenticando di dire che Taroug è anche un eccellente batterista, come si desume guardando il video live del brano "Miled".
Con questo suo secondo album - il precedente Darts & Kites era uscito due anni fa - Taroug compie un'operazione affascinante: prende la memoria ancestrale della Tunisia e la proietta in un futuro possibile dell'elettronica. Il titolo stesso è la metafora perfetta per un lavoro che vive di contrasti, illusioni acustiche e una profonda, quasi spirituale, nostalgia.
Chott non è il classico album di world music, o come preferite chiamarla, "confezionato" per il pubblico occidentale, né un semplice esercizio di clubbing esotico: è piuttosto un diario intimo di sradicamento e riconnessione.
Nato in Tunisia e poi cresciuto in Germania, Taroug traduce questo dualismo geografico ed emotivo in una musica capace di unire strumenti tradizionali e pattern elettronici. L'album infatti fonde magistralmente elementi della tradizione Stambeli (la musica di trance rituale tunisina con finalità terapeutiche) e ritmiche della cultura berbera con la fredda precisione della techno berlinese, dell'ambient e della IDM (Intelligent Dance Music).
Il cuore pulsante del disco è l'uso del gombri (il liuto a tre corde della tradizione Gnawa/Stambeli) e delle percussioni tradizionali chkacheks (sorta di nacchere metalliche): però Taroug non ha campionato queste tradizioni per usarle come un abbellimento esotico su una traccia preconfezionata, ma, al contrario, ha imparato a suonare gli strumenti, ne ha assimilato la grammatica e poi ha permesso ai sintetizzatori modulari e alle drum machine di dialogare alla pari con essi. A proposito di sintetizzatori modulari, ecco una curiosità: alla domanda «qual è stato il tuo concerto più bello (come performer o come spettatore)?», postagli dalla piattaforma Digital in Berlin, Taroug ha così risposto: «L'anno scorso a Bruxelles sono stato a un concerto di Caterina Barbieri con MFO: è stato bello in modo sbalorditivo».
C'è un costante senso di trance che attraversa le dieci tracce: lo sviluppo è ipnotico, la tensione si accumula attraverso loop ritmici per poi aprirsi in paesaggi sonori cinematici ed evocativi. La musica si muove come un viaggio attraverso il deserto, alternando momenti di tempesta ritmica a oasi di quiete assoluta: nei brani più incalzanti le percussioni metalliche e i bassi profondi gettano un ponte sopra il Mediterraneo che unisce la polvere del deserto alle architetture di cemento della club culture sotterranea. Il gombri detta linee di basso ossessive che ricordano la techno più scura, ma riescono a conservare la loro anima millenaria. Nei brani più distesi, Taroug lascia spazio al vuoto, i synth evocano il calore distorto del sole sul lago di sale, mentre frammenti di voci distanti sembrano riemergere dal passato, con risultati affascinanti.
Chott riesce dove molti falliscono: evita il cliché dell'orientalismo da cartolina per abbracciare un'ibridazione autentica e viscerale. Taroug dimostra che la musica tradizionale non è un pezzo da museo da conservare sotto vetro, ma una materia viva, capace di masticare la tecnologia moderna e sputarla fuori sotto forma di una nuova estetica.
Quello che ho ascoltato è un album allo stesso tempo scuro e incredibilmente vitale, potente e maturo, in cui Taroug è riuscito a creare un ponte sonoro tra la Tunisia meridionale e Berlino, realizzando un disco da consigliare sia agli amanti dell'elettronica "dal volto umano" alla Nicolas Jaar (ascoltando "Sirocco" è impossibile non pensare al produttore statunitense-cileno) o Deena Abdelwahed sia a chi cerca sonorità mediorientali e nordafricane capaci di osare oltre i confini del già sentito. Taroug non è solo un musicista da tenere d'occhio: è la dimostrazione che il futuro della musica elettronica non si trova standardizzando i suoni, ma scavando sempre più a fondo nelle proprie radici per portarle alla luce sotto una nuova, abbagliante forma.
Chott è un miraggio sonoro, una Fata Morgana da cui è bellissimo lasciarsi ingannare.
«Se la musica scomparisse dal mondo, cercherei di diventare uno skateboarder professionista»Taroug