Sleaford Mods, cronaca del declino inglese

Nel nuovo album Spare Ribs il duo di Nottingham fotografa senza filtri lo stato della nazione

Sleaford Mods Spare Ribs
Disco
pop
Sleaford Mods
Spare Ribs
Rough Trade
2021

Il nuovo album degli Sleaford Mods – sesto da quando il fondatore James Williamson fa coppia con Andrew Fearn – esce due settimane dopo l’avverarsi della Brexit e nel pieno della terza ondata pandemica. Nulla da festeggiare, insomma. Il malumore trapela immediatamente, nel breve e spastico preludio introduttivo, “A New Brick”: “E siamo tutti così stufi dei Tory, abbattuti da menti insignificanti”.

– Leggi anche: Sleaford Mods: nichilismo formato Brexit

Rafforza subito l’argomentazione “Shortcummings”, evidentemente indirizzato all’ex consulente prediletto – il suo Casalino – di Boris Johnson: “S’incasinerà tantissimo, ma gli si rovescerà tutto addosso”, scritto anticipando la clamorosa gaffe pagata con le dimissioni dal povero Dominic.

Il brano riafferma uno stilema classico del duo: su greve e insistente linea di basso post punk, cui si somma poi un elementare riff di chitarra, scorre il tipico sprechgesang di Williamson. La musica dei ceffi di Nottingham è fatta di poco, si sa, ma proprio in ciò risiede la sua efficacia: esemplare la traccia che dà titolo alla raccolta, quasi versione rimodernata del ruvido rock’n’roll elettronico dei newyorkesi Suicide, un po’ alla maniera di LCD Soundsystem volendo.

Eppure intimamente britannico nella natura profonda: dal tocco dickensiano nelle ambientazioni suburbane (“Case e scuola in rovina, nei mattoni e vicoli di questa galera, accordi di garage e acciottolato, torreggianti querce di amianto” nel conclusivo “Fishcakes”) all’inflessione coatta della parlata “nordista”, che richiama istantaneamente alla memoria i Fall del compianto Mark E. Smith. Di quest’ultimo Williamson eredita una tagliente attitudine espressiva a base di disgusto, senso dell’umorismo e orgoglio proletario. “Non sono buono con la dizione per diventare istituzione”, risponde in “Elocution” a chi lo immagina imborghesito dal successo, aggiungendo in seguito, durante “I Don’t Rate You”: “Non voglio stelle vicino a me, mica sono una galassia del cazzo”.

Al contrario, le circostanze – “Guardateli deprimersi sotto lo stress del lockdown”, recita “Out There” – sembra ne abbiano inasprito la verve polemica. Registrato a maggio, fra una clausura e l’altra, Spare Ribs è stato preceduto a settembre da un’esibizione londinese – diffusa in streaming – nel vuoto del celebre 100 Club: “Fanculo l’Inghilterra! Fanculo il mio paese! Buttatelo nella spazzatura!”, è sbottato Williamson a un certo punto. E giorni fa, intervistato dall’Irish Times, ha dichiarato: «In questo momento è imbarazzante essere inglese. Francamente, me ne vergogno: non c’è nulla di cui andare fiero».

«In questo momento è imbarazzante essere inglese. Francamente, me ne vergogno: non c’è nulla di cui andare fiero».

A dispetto di tali premesse il disco offre all’ascolto inusuali scorci “pop”, in particolare nel paio di episodi dove si affacciano – cosa mai capitata in precedenza – voci estranee: quelle della connazionale Billy Nomates e dell’australiana Amy Taylor. La prima conferisce un’intrigante sfumatura R&B alla madeleine televisiva evocata in “Mork n Mindy” (“Là fuori non c’era niente di bello da vedere, volevo che le cose sapessero di prato non d’inferno”) e la seconda incrina l’ostinato minimalismo di “Nudge It”, invettiva destinata agli impostori (“In piedi davanti a un casermone, atteggiandosi da gangster”).

Variazioni sul tema che arricchiscono una formula solo in apparenza ripetitiva: a modo loro, ostentando contegno da hooligan, gli Sleaford Mods sono autentici fuoriclasse.

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