Rustin Man, ruggine dallo spazio

Drift Code è l’avventuroso ritorno discografico dell’ex Talk Talk Paul Webb

Rustin Man - Paul Webb
Rustin Man, alias Paul Webb
Disco
pop
Rustin Man
Drift Code
Domino
2019

A 17 anni dalla precedente apparizione discografica – Out of Season, frutto della partnership con la cantante dei Portishead Beth Gibbons – torna a farsi vivo Paul Webb, celato nuovamente dietro lo pseudonimo da “uomo in arrugginimento”, Rustin Man.

Noto per essere stato bassista nei Talk Talk fino al capolavoro del 1988 Spirit of Eden, elusivo quanto il suo capobanda di allora Mark Hollis, lontano dai radar praticamente da un ventennio, il cinquantaseienne Webb si è preso tutto questo tempo per realizzare – nello studio di registrazione costruito dentro lo sperduto cascinale dell’Essex dove abita con la famiglia – il primo album di cui ha effettivamente piena titolarità. Segno inequivocabile del mutamento è che – a differenza del passato – lo si ascolti cantare, modulando la voce su registri riecheggianti sia l’emotività melò di Peter Hammill (la sommessa elegia di “Brings Me Joy”) sia il vulnerabile falsetto di Robert Wyatt (l’iniziale e tormentosa “Vanishing Point”).

A quest’ultimo si rifà pure l’ispirata “The World’s in Town”, che sembra definire la cornice nella quale s’inscrivono le canzoni: “Abbandonato qui nello spazio, sono parte della Via Lattea, fluttuo giorno dopo giorno, e ovunque io finisca mi sento a casa”. Un Major Tom meno smarrito di quello dipinto in Space Oddity da David Bowie, altra stella polare della cosmogonia di Webb, specialmente nella versione crepuscolare di Blackstar, evocata in Drift Code durante l’ombroso blues “Judgement Train”.

Il “codice in movimento” espresso nell’intestazione equivale a un linguaggio che ondeggia fra jazz “progressivo” (“Our Tomorrows”), architetture a volte arzigogolate (“Martian Garden”) e pop cameristico (“All Summer”): un insieme creato con strumentazione eterogenea (chitarra, organo, piano, xilofono, sitar e varie ance, tra cui persino un eufonio) in genere maneggiata dallo stesso protagonista, affiancato stabilmente soltanto dal batterista Lee Harris, già suo complice nel duo avant-garde .O.rang, nonché implicato anch’egli nei Talk Talk.

Della band originaria, più della musica in sé, si perpetua in questo disco l’attitudine a sperimentare soluzioni insolite, se non del tutto inedite: caratteristica che lo pone fuori da qualsiasi categoria e – in un certo modo – pure dal tempo.

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