RP Boo dal footwork al futuro

L’album della consacrazione per il produttore di Chicago RP Boo

RP Boo
Disco
pop
RP Boo
I’ll Tell You What!
Planet Mu
2018

Dopo aver coltivato il proprio talento da autodidatta nel sottobosco di Chicago per una quindicina di anni, dal 2013 Kavain Space ne è emerso per intercessione dell’etichetta indipendente britannica Planet Mu, editrice dei tre album firmati con lo pseudonimo RP Boo (dove l’acronimo sta per Record Player: «Non volevo farmi chiamare DJ, mio fratello mi definiva "giradischi" e Boo era il nomignolo che usava mio nonno», spiegava tempo fa in un’intervista).

Questo nuovo si distingue per essere stato concepito unitariamente, a differenza dei precedenti, costruiti assemblando tracce preesistenti, e potrebbe rappresentare l’atto di consacrazione dell’artista statunitense, tanto è estroso e avvincente. Prendendo spunto dal footwork, ossia la metamorfosi dell’house su scala ghetto afroamericano nella Windy City (ritmi impazziti fino a 150 Bpm, bassi cavernosi, nevrotico taglia-e-cuci di campionamenti vocali) di cui egli stesso è stato pioniere insieme a DJ Spinn e al compianto DJ Rashad, in I’ll Tell You What ne allarga l’orizzonte sonoro sconfinando in ambiti impensabili.

Per dire, "Cloud Back Yard", aperto da apparizioni di fiati e chitarra elettrica in forma di ectoplasmi, svolta poi verso atmosfere "industriali" degne dei Throbbing Gristle o dei primi Cabaret Voltaire, mentre "At War" – che nel titolo allude ai tipici conflitti in pista fra ballerini di footwork – scarnifica gli schemi dell’hip hop quanto i giamaicani Equiknoxx fanno con quelli del reggae da dancehall. Alle radici del fenomeno si ricollega invece “U Belong 2 Me”, quando a distanziarsene provvedono episodi come l’iniziale “No Body”, fra cupe vibrazioni elettroniche, cadenze minacciose e molesti fendenti di sintetizzatore, e il conclusivo “Deep Sole”, fuga in direzione di un altrove psichedelico impregnato di soul. E se “Earth’s Battle Dance” ambienta le sfide di danza in un contesto nel quale convivono rap e jazz, “U Don’t  No” sposta l’asse nel senso di un R&B avveniristico.

A condensare l’umore del disco, comunque, è “Back from the Future”, con profondità dub, inserti di voce modello Kingston e malevolo gusto gotico. È l’apice di un’opera impressionante per freschezza e ingegnosità.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

pop

The Good, The Bad & The Queen, viaggio nell'Inghilterra della Brexit

Una nazione sull'orlo di una crisi di nervi in Merrie Land, il nuovo album (dopo 11 anni) del supergruppo guidato da Damon Albarn 

Alberto Campo
pop

Give Me Flowers, un sogno gospel chiamato Nashboro

Esce per la Third Man Records un'antologia di gospel anni cinquanta-sessanta da Nashville, tanto oscura quanto elettrizzante

Enrico Bettinello
pop

Georgia Ann Muldrow, tra afrofuturismo e pop

Dopo tre anni di silenzio Overload segna il ritorno in grande stile di Georgia Ann Muldrow

Ennio Bruno