Rodrigo Amarante, tropicalista del XXI secolo

Il secondo album del cantautore brasiliano Rodrigo Amarante è un capolavoro delizioso

Rodrigo Amarante Drama
Disco
pop
Rodrigo Amarante
Drama
Polyvinyl
2021

Finora il massimo picco di visibilità per Rodrigo Amarante de Catro Nes, quarantaquattrenne brasiliano emigrato nel 2008 a Los Angeles, era stato il brano divenuto cinque anni fa tema conduttore della serie televisiva “Narcos”: un bolero intitolato “Tuyo”.

– Leggi anche: Rodrigo Amarante in Italia (potenza di Netflix!)

Aveva scelto di andarsene in California benché in patria fosse quasi una celebrità, grazie al considerevole successo raggiunto da Los Hermanos, band di cui era stato tra i fondatori. Eppure mollò tutto e se ne andò, sfidando sé stesso: «Dovevo conquistare con la mia musica una sala affollata di stranieri», ha spiegato in un’intervista.

Si ritrovò così ad affiancare alcune star dell’indie rock statunitense, da Fabrizio Moretti, batterista degli Strokes insieme al quale ha costituito l’estemporaneo trio Little Joy, al cantautore Devendra Banhart, da lui coadiuvato in un paio di dischi. E nel 2013 aveva debuttato da solista pubblicando alla chetichella l’album Cavalo, che ora ha finalmente un seguito.

Illustrato in copertina da “Manuscript”, collage su carta dell’artista argentino Hernan Paganini, Drama descrive in controluce un tratto del percorso biografico del protagonista, per l’esattezza il rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta di «un ragazzo allevato in mezzo al samba che voleva essere Johnny Marr, chitarrista degli Smiths». Dramma, sì, ma scanzonato: lo si percepisce nell’omonimo episodio d’apertura, dove le risate di un pubblico immaginario – in teatro o al cinema, chissà… – contrastano la mestizia degli archi simulati al mellotron.

Pluristrumentista, arrangiatore e produttore (con un debole per John Barry), oltre che autore e interprete, Amarante colloca le sue canzoni in un ambiente sonoro opulento e armonioso, raffinato senza sfarzo. Esemplare è la maniera in cui si sviluppa “Tao”, ballata ispirata al filosofo britannico Alan Watts, negli anni Sessanta guru della Controcultura: l’abbrivo è essenziale, per voce e chitarra, ma strada facendo – con l’ingresso in scena dei fiati e delle percussioni – l’orchestrazione si arricchisce e la cadenza diventa dinamica, tipo un distillato del migliore Santana. Intanto, dal portoghese iniziale, il canto si è spostato verso l’inglese, lingua nella quale sono coniugate le parole di “Sky Beneath” – che adagiate su un ritmo sincopato recitano: “Non riesco a riparare il mio amore, non riesco a riparare me stesso, non riesco a riparare il mondo” – e dell’indolente “I Can’t Wait”.

Dell’attitudine a rendere lieve la malinconia è testimonianza il tenero video abbinato a “Tango”, che onora l’intestazione più di quanto faccia la scansione ritmica.

Di tutti, il brano maggiormente memore delle origini è “Tara”, che fra archi a gravità zero e conga in punta di dita spande saudade evocando la bossa nova attraverso un sassofono alla Stan Getz modello Ipanema.

Chiarisce l’interessato: «In sé, la mia musica non è tipicamente brasiliana, ma il suono con cui sono cresciuto viene fuori anche quando sto scrivendo in uno stile differente, ad esempio un valzer, e quelle poliritmie, gli accordi jazzati, s’intrufolano».

«Ho profondo rispetto per la tradizione, ma in termini emotivi anziché intellettuali».

Essendo stato in passato partner occasionale di mostri sacri come Gilberto Gil, Gal Costa e Tom Zé, Rodrigo Amarante – che afferma: «Ho profondo rispetto per la tradizione, ma in termini emotivi anziché intellettuali» – potrebbe rivendicare dunque la qualifica di tropicalista del XXI secolo. In quel senso, momento di sintesi dell’opera è “Maré”, derivazione di un proverbio spagnolo dal sapore fatalista (“La marea prenderà ciò che porta il riflusso”) con andamento da rumba e cast da commedia dell’arte, viste le apparizioni di Pierrot e Arlecchino.

Chiude tautologicamente la sequenza “The End”, per pianoforte e voce dolenti, poiché – si ascolta a un certo punto – “Vivere è cadere”: constatazione sottolineata da un solenne crescendo orchestrale che suggella un disco squisito, fra i migliori usciti quest’anno.

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