Prince dal buco della serratura

L’album postumo Piano & a Microphone 1983 ritrae il musicista in modo intimista e informale

Prince piano and a microphone
Disco
pop
Prince
Piano & a Microphone 1983
Warner
2018

È piuttosto raro che dalla riesumazione dei fondi di magazzino si possa ricavare materiale pregiato. Quanto affiora dal primo sondaggio nel Vault in cui sono stipate le giacenze di Prince (un’infinità, si dice) riesce a esercitare tuttavia un certo fascino, ancorché sottilmente perverso. Piano & a Microphone 1983 contiene infatti una session informale lunga poco più di mezz’ora, dove il protagonista chiede al fonico Don Batts di abbassare la luce e il volume del microfono, tira su dal naso, improvvisa il cantato in stile grammelot e simula con la bocca le cadenze di batteria e basso: pignolo com’era, il signor Nelson non si sarebbe mai sognato di renderla pubblica. Ascoltandola adesso, si ha la sensazione di sbirciare dal buco della serratura, insomma.

Ciò che si osserva è istruttivo: siamo nella fase di passaggio fra il successo – il 1982 aveva portato il doppio 1999, rappresentato nella circostanza da una versione astratta di “International Lover” – e la consacrazione a divo, sancita dell’operazione Purple Rain. Ecco allora uno sketch – nemmeno un minuto e mezzo! – del brano che l’anno dopo avrebbe dato nome all’album e al film sfociare, senza soluzione di continuità, in un accenno di “A Case of You”, canzone da Blue di Joni Mitchell che ai tempi l’artista di Minneapolis proponeva talvolta dal vivo. In apertura di sequenza, invece, troviamo “17 Days”: divenuto di pubblico dominio nel 1984 sul lato B del singolo “When Doves Cry”, qui però in veste più che essenziale, eppure travolgente. Fa poi effetto imbattersi nell’embrione di “Strange Relationship”, destinato a raggiungere forma compiuta nel 1987 in Sign O’ the Times. Di strettamente inedito c’è anzitutto un’intensa interpretazione di “Mary Don’t You Weep”, spiritual da epoca dello schiavismo, scelta da Spike Lee per i titoli di coda del recente BlacKkKlansman.

E quindi il trittico di chiusura: un malinconico haiku chiamato “Wednesday”, il rude e sensuale “Cold Coffee and Cocaine” (con piano sincopato, voce erotica e versi insolenti: “Questa è l’ultima volta che mangio da te, bimba, e quel che ricevo è una tazza di caffè freddo e cocaina e la tua brutta faccia”) e il dolente blues minimalista “Why the Butterflies”. Documentato già illegalmente, e in bassa fedeltà, negli anni Ottanta dal bootleg Intimate Moments, il repertorio di questo disco dall’intestazione omonima a quella della tournée d’addio offre un ritratto di Prince a tinte intimiste, dunque in qualche modo prezioso.

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