L’amore secondo L’Rain

I Killed Your Dog è il terzo atto del progetto musicale creato dall’artista newyorkese Taja Cheek

LRain
Disco
pop
L’Rain
I Killed Your Dog
Mexican Summer
2023

Ero rimasto interdetto di fronte all’esibizione “massimalista” di L’Rain alle OGR di Torino, durante la penultima edizione di “C2C”, dopo averne apprezzato qualche mese prima l’album Fatigue, eletto poi disco dell’anno da “The Wire”.

– Leggi anche: L’Rain, la fatica del cambiamento

Mi sono accostato perciò con sensazioni contrastanti al terzo lavoro di Taja Cheek, il cui pseudonimo onora la madre Lorraine, che la invogliò a coltivare il talento in giovane età studiando balletto, danza moderna, pianoforte, violoncello e flauto dolce.

Laureata a Yale, ha scelto di esprimersi attraverso la musica, divenendo autrice, polistrumentista e cantante, oltre ad affermarsi in veste di curatrice d’arte con un incarico al MoMA PS1.

Risultante di quei vettori era un’aura da creatura “mentale”, corrispondente a elaborati musicali dal carattere elusivo, realizzati applicando un metodo di “avvicinamento alla canzone” mutuato dalle teorie esposte da Roland Barthes nel saggio “La morte dell’autore”, aveva spiegato lei stessa al “New York Times” tempo fa.

Ebbene, anticipando l’uscita di I Killed Your Dog, nel corso di un’intervista concessa in estate a “Pitchfork” si è detta intenzionata a scrollarsi di dosso quell’ingombrante fardello intellettuale, mostrando “un lato più audace, sfrontato e diabolico di L’Rain”.

Ecco dunque un’opera al centro della quale stanno le relazioni sentimentali e le ferite inferte alle persone amate: esemplare lo sketch “I Hate My Best Friends” (“Odio i miei migliori amici perché vogliono curarmi. Non posso essere curata, perché non so cosa c’è di sbagliato in me”). Apre la sequenza un’altra gag, il finto spot “Sincerity Commercial”, precedendo “Our Funeral”, dove si celebrano le esequie di una storia d’amore in forma di torch song: “Tabù: fine dei giorni, sei pronto? Come possiamo continuare a sorridere?”. Risultato: “Mi sbriciolo come fossi carta straccia appena trovata in terra”. Sfociando in un desolato: “Addio mondo”.

Allineato su quella malinconica lunghezza d’onda è pure lo “sproposito per il nuovo anno” posto in chiusura, che a dispetto della postura quasi pop inanella una serie di osservazioni sconsolate: “Ho dimenticato com'è essere soli, vomitare pioggia, sputare neve, i giorni diventano vecchi, sai cosa significa non avere niente?”, seguita da “Ho dimenticato com’è essere innamorata” e suggellata dall’interrogativo fatalista “Mi dimenticherai strada facendo?”.

In termini narrativi, ovviamente, richiama l’attenzione il brano che dà titolo alla raccolta in maniera provocatoria: “Ho ucciso il tuo cane”, dichiarazione paradossale da parte di una cinofila, pronunciata con tono suadente e integrata da una folgorante postilla conclusiva (“Il tuo cane sono io”).

Potremmo dire che vige qui un “principio d’incertezza”, citando l’intestazione di un episodio successivo, la cui grazia formale è brutalizzata a tratti dalle sferzate di una chitarra elettrica: strumento chiave in “Pet Rock” con un riff in stile The Strokes che rimanda alla gavetta indie rock affrontata dalla protagonista nel sottobosco newyorkese (“Come una ragazza morta con gli occhiali da sole, sorretta dai rapitori”, per usare le parole del testo).

Allude viceversa al folklore afroamericano l’inizio di “5 to 8 Hours a Day (WWwaG)”, ballata dirottata da un assolo di tromba verso il jazz, l’ eco del quale è evidente nell’ombrosa “Clumsy”, quando è invece un accento soul a instradare “r(EMOTE)”: canzoni immerse in un’atmosfera fiabesca evocata dall’opulenza dell’orchestrazione elettronica, curata insieme a Ben Chapoteau-Katz e Andrew Lappin, suoi complici abituali.

Benché snello (36 minuti scarsi) e ispirato da un desiderio di semplificazione, I Killed Your Dog è un album dal contenuto densissimo: “Un mondo di contraddizioni, sensuale e magari persino sexy, ma strano e terrificante”, nella descrizione dell’interessata. Già saperlo padroneggiare è dimostrazione di classe superiore.

Vale quindi la rassicurazione sussurrata nel vorticoso caleidoscopio sonoro di “Knead Bee”: “Vai avanti a testa alta, piccola Taja, sei a posto”.

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