L’algida sensualità di Jenny Hval

The Practice of Love è il nuovo lavoro dell'artista avant-pop norvegese

Jenny Hval
Disco
pop
Jenny Hval
The Practice of Love
Sacred Bones
2019

All’apparenza il nuovo album della trentanovenne artista norvegese Jenny Hval – quinto a suo nome, cui ne vanno aggiunti due editi sotto pseudonimo a inizio carriera – indica uno spostamento d’asse in senso pop rispetto ai precedenti (ricordiamo in particolare l’ultimo prima di questo, Blood Bitch del 2016, musicalmente meno scorrevole e senz’altro più scabroso in termini di significato, poiché al centro del tracciato narrativo stava il sangue, nutrimento di vampiri e fluido del ciclo mestruale).

Qui si parla invece d’amore, mutuando l’intestazione da un film di culto realizzato nel 1984 dalla controversa performer austriaca Valie Export, mentre la trama del canovaccio sonoro riecheggia la trance anni Novanta “che immaginavo suonassero nei rave che ero troppo giovane e timorosa per frequentare”, ha spiegato Hval. Se ne ascolta nitidamente il riverbero in “Six Red Cannas”, dove compaiono tutt’e tre le complici cui la protagonista si è affidata nella circostanza: la tastierista di Singapore Vivian Wang, la sperimentatrice francese Félicia Atkinson e la cantautrice australiana Laura Jean Englert.

Eppure non tutto è come sembra: basta prestare attenzione alle parole (Jenny Hval è anche scrittrice, del resto, e nell’autunno del 2020 pubblicherà un secondo romanzo, Girls Against God). In “Lions”, lirico brano di marca electro pop che apre la sequenza, canta: “Guarda questi alberi, guarda quest’erba, guarda quelle nuvole, guardale ora: dov’è Dio?”, benché ciò accada “sussurrando una canzone pagana”. Oppure in “Ashes to Ashes”, diafana elegia avveniristica dal garbato sbocco dance: “Avevamo fatto un sogno su questa canzone che non avevo ancora scritto, così come mi capitava di sognare di scopare prima di saperlo fare. Suonavo una specie di strumento, che era solo una sagoma nella terra, come se suonassi scavando la mia stessa tomba”.

Dalla combinazione fra testi e musica scaturiscono sensualità, mistero, intimità e smarrimento: ad esempio nella sognante ballata ambient “Accident” (“Lei è destinata ad altre cose, nata per brame cubiste, nata per scrivere, nata per ardere”) o nel Paese delle Meraviglie ricreato in “High Alice”.

 

Opera dotata di un fascino algido, alla maniera di Laurie Anderson nell’episodio in chiave spoken work che le dà titolo, The Practice of Love trasmette in realtà calore, a patto di abbandonarvisi.

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