La vertigine cosmopolita dei Notwist

Vertigo Days è finalmente un disco all'altezza dei migliori Notwist

notwist - Vertigo Days
Foto Johannes Maria Haslinger
Disco
pop
The Notwist
Vertigo Days
Morr Music
2021

Confesso di avere un debole per i Notwist, dovuto principalmente al disco pubblicato ormai una ventina di anni fa, Neon Golden: gemma di ciò che ai tempi si usava definire “post rock”. In attività da un trentennio abbondante, la formazione bavarese – incardinata sui fratelli Acher, Markus e Micha, ora spalleggiati da Cico Beck – non si è ripetuta più a quel livello, pur inanellando una serie di lavori onorevolissimi. Rieccola adesso in partita con un album che merita doppiamente l’aggettivo “nuovo”, trattandosi di un’opera concepita e realizzata secondo paradigmi per molti versi inediti, affine in termini di attitudine all’esperimento compiuto nel 2005 dagli Acher insieme al rapper californiano Themselves come 13 & God: non tanto in senso strettamente musicale, quanto nell’intenzione cooperativa.

Alla realizzazione, infatti, ha contribuito una platea di ospiti varia per origine geografica e collocazione stilistica. Un paio di esponenti della scena jazz di Chicago, ad esempio: la clarinettista e capobanda Angel Bat Dawid, che conferisce un tocco esotico al languido “kraut rock” di “Into the Ice Age” (simile nell’esito ai Can di Future Days), e l’eclettico pluristrumentista Ben LaMar Gay, cui si deve l’inflessione soul che anima il groove pigro e profondo di “Oh Sweet Fire”. Dal Giappone arriva poi Saya, metà femminile del duo Tenniscoats e fondatrice del collettivo Zayaendo, impegnato qui all’epilogo in “Into Love Again”, rielaborazione in chiave intimista di un episodio – “Into Love”, appunto – posto viceversa quasi in apertura di sequenza, mentre in proprio costei impreziosisce “Ship”, altro numero “kraut rock” dall’impronta “quartomondista”.

Di tutti gli interventi forestieri, comunque, il più efficace in assoluto è quello della cantautrice argentina Juana Molina, che addolcisce con sensualità latina l’assillante pulsazione “motorik” di “Al Sur”.

Il repertorio esposto nella circostanza dai Notwist in una cinquantina minuti copre un ventaglio sonoro ai cui estremi stanno l’ombroso Yin post punk di “Exit Strategy to Myself” e l’aggraziato Yang pop di “Sans Soleil”.

Il flusso pressoché ininterrotto dei 14 brani, tuttavia, suggerisce di ascoltare Vertigo Days da cima a fondo: la maniera migliore per apprezzarne le qualità, forse poco appariscenti ma senza dubbio alcuno considerevoli.

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