La blackness malinconica di Blood Orange

Negro Swan è il nuovo disco di Blood Orange, incarnazione newyorkese di Devonté Hynes

Blood Orange
Disco
pop
Blood Orange
Negro Swan
Domino
2018

La mente di Devonté Hynes, in arte Blood Orange, è un’incubatrice di suoni, di generi, di sequenze lucide di vita urbana. La sua arte è iperconnessa alla dimensione intima e il suo spirito eversivo da anti-intellettuale sembra solo all’apparenza isolato, distante dalla realtà del suo tempo. Con il suo quarto album, Negro Swan (Domino) uscito il 24 agosto, il musicista di origine britannica si lascia andare a un senso di smarrimento, di perdita che lo caratterizza, ricercando in modo sinestetico l’originalità partendo dalle origini. Un disco autobiografico che vive di percezioni libere; un progetto che porta i caratteri della negritudine, ne ricorda le condizioni, rivolgendosi agli emarginati e alle loro profonde insicurezze. «Negro Swan è un’esplorazione della mia e di altri tipi di depressione nera, uno sguardo sincero agli angoli dell’esistenza nera, alle ansie delle persone queer, di colore – dichiara Hynes – il filo conduttore di ogni brano è l’idea di speranza».

C’è una linea costante che attraversa le tracce e si traduce in composizioni fresche, nelle vibrazioni positive di "Saint", nei ritratti  jazz di "Vulture Baby", negli spoken di Janet Mock o nei fraseggi malinconici di "Take your time", intonati dalla voce delicata di Hynes.

Un disco dal linguaggio articolato, che passa da incursioni jazz, r’n’b, all’hip hop di Puff Daddy, in "Hope", o a quello di A$AP Rocky e Project Pat in "Chewing Gum". Il filo narrativo si costruisce su testi maturi che parlano di vita cittadina, di notti solitarie, di romanticismi, ma soprattutto di scelte razziali.

La personalità schiva del compositore e polistrumentista si libera nelle sperimentazioni, che si amalgamano perfettamente con il potere della sua voce (ricorda il calore di Prince, l’eclettismo di Michael Jackson, mantenendosi però distante da un certo divismo). Dai fraseggi electro-gospel dell’amico Ian Isiah (forse un po’ stridenti con il mood complessivo del disco), si arriva al sound anni Ottanta, impastato di synth e funk, di brani come "Out of Your League" o "Charcoal Baby".

C’è un velo di dolore nell'idea di blackness di Blood Orange, ma c’è tanta convinzione e incoraggiamento nel concetto di diversità, come rottura di un equilibrio, come crisi di un sistema predefinito, dal quale ne scaturisce uno nuovo, inaspettato. Hynes sfida le sicurezze del pop moderno e dà all’album una carica di sensualità diversa dai precedenti progetti. Con Freetown Sound (2016), per esempio, si respirava già quella tensione razziale, espressa in una costante variazione melodica. Negro Swan è più riflessivo nella sua istintività, scivola languidamente, attraverso voci androgine, queer, femminili, in un universo molto personale.

Blood Orange dà libero sfogo alla sua emotività, derivata da una straordinaria sensibilità, esaltando il potere della scoperta, attraverso la contaminazione. L’album è una chiamata urgente, una sequenza di interferenze, di rumori urbani, di commenti esterni che amplificano l’esplorazione dell’identità. È un’unica voce, che ha bisogno di tante altre voci, per definire meglio se stessa.

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