La bellezza da incubo di Croatian Amor

Il vulcanico musicista sperimentale danese Loke Rahbek dà alle stampe Isa, sesto disco a nome Croatian Amor

Croatian Amor - Isa
Disco
pop
Croatian Amor
Isa
Posh Isolation
2019

Nel 2014 Loke Rahbek – titolare del progetto Croatian Amor, con cui è arrivato al sesto disco – realizzò una cassetta, The Wild Palms, ordinabile al suo indirizzo di posta elettronica a una condizione: «Quando condividi il tuo lavoro con qualcuno è come se tu mostrassi la tua pelle, come spogliarsi nudo. Per questo motivo ho fatto un esperimento di intimità e vulnerabilità col pubblico. Era possibile ricevere la cassetta solo se mi si spediva una foto del proprio nudo preso frontalmente, con la scritta The Wild Palms in qualche modo presente nella foto».

Una richiesta piuttosto estrema, chissà quante persone hanno risposto.

Figura centrale della scena underground di Copenhagen, quella che in altri ambiti ci ha dato Iceage e Lower, Rahbek porta avanti numerosi progetti, quali Damien Dubrovnik, Lust For Youth, Sexdrome e I.R., e ha dato vita all’etichetta Posh Isolation in compagnia di Christian Stadsgaard.

A ben vedere quello di Croatian Amor è il progetto più “accessibile” e contemplativo tra quelli in cui Rahbek è coinvolto, e questo nuovo lavoro lo conferma. Accompagnato dai contributi vocali di Alto Aria, Soho Rezanejad, Jonnine Standish, Frederikke Hoffmeier alias Puce Mary e Yves Tumor (di cui abbiamo parlato QUI), l’artista danese dà vita, soprattutto nella prima parte, a un universo musicale piuttosto ansiogeno, composto com’è da ritmi trap fuori battuta, rumori metallici, improvvisi sample vocali e synth inquietanti, atmosfere claustrofobiche, per poi aprirsi alla speranza e svelare un volto umano, per la verità mai pienamente confortevole: ci sono squarci di calda bellezza che attraversano gelide visioni, come in "Into Salt", dove la voce di Alto Aria è usata come in alcuni pezzi di Burial per ricreare la bellezza ormai perduta, oppure in Eden 1.2, dove compare la voce del già citato Tumor. 

Le canzoni scivolano l’una dentro l’altra, è quasi ininfluente citare un titolo invece di un altro: Isa è un disco complesso, pieno di idee, a volte solo accennate, in cui il suo bubblegum industrial, per nulla zuccheroso, a tratti memore della lezione di Cabaret Voltaire, Throbbing Gristle e, arrivando ai giorni nostri, Arca, si mischia a un pop destrutturato, sezionato in piccole parti poi rimontate per ottenere un risultato completamente diverso.

«Se arrivi dalla musica underground, è facile cadere nella trappola di pensare che fare musica pop sia una cosa facile. Non c’è nulla di più sbagliato, è la cosa più difficile».

Per sua stessa ammissione, Rahbek non ha ancora capito come dovrebbe essere il mondo, ma forse ha capito come dovrebbe essere il suo e mi piace vedere Isa come un invito a entrarci e scoprirlo: accettatelo, sarete ricompensati, troverete la bellezza in ciò che può sembrare detestabile.

«Credo che le cose possano ancora essere cambiate».

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