Kim Gordon: non più giovane, ma ancora sonica
Il nuovo album Play Me fotografa l’artista statunitense sulla cresta dell’onda
17 marzo 2026 • 3 minuti di lettura
Kim Gordon
Play Me
Ancora per un mese e mezzo 72enne, Kim Althea Gordon è più attiva che mai. Dischi e concerti a parte, con le recenti mostre retrospettive a Berlino e Tokyo ha riaperto il filone delle arti visive, accantonato in gioventù per fare spazio alla musica, concedendosi inoltre apparizioni sugli schermi piccoli e grandi, ultimamente nel film The Chronology of Water, debutto da regista di Kristen Stewart.
Dopo la fine dei Sonic Youth nel 2011, in chiave musicale si era impegnata su diversi fronti, dai progetti in duo Body/Head e Glitterbust alle imprese da solista. “In una band tutto è negoziato, adesso seguo solo il mio istinto”, ha spiegato intervistata da “Uncut”, aggiungendo: “Dà una strana sensazione, muoversi così velocemente quando il mondo si aspetta che tu debba rallentare”.
In questo modo ha finito per colonizzare addirittura TikTok. È accaduto con “Bye Bye”, brano incluso in The Collective (album candidato a un paio di Grammy Awards nel 2024): la lista di marchi e oggetti di consumo snocciolata nel testo ha innescato un contagio virale e svecchiato il suo pubblico.
Il nuovo lavoro, Play Me, si conclude ripartendo da lì: "Bye Bye 25!" rielabora quel pezzo variando il soggetto, nel quale si succedono ora termini banditi dalla comunicazione nel pianeta Trump, da “cambiamento climatico” a “influenza aviaria”, passando da “aborto”, “lesbica” e “transgender”.
A proposito di elenchi, la traccia che apre e intitola la raccolta mette in fila su un’ossatura da vecchia scuola hip hop alcune intestazioni di playlist da Spotify, tipo “Jazz in the background”, “Spring pop”, “Chillin’ after work”, o “After-school club”, esposte da Gordon con tono supersexy nel suo caratteristico sprechgesang, prima dell’ironica esortazione del ritornello: “Ehi, dai, sentiti libero, suonami”.
Play Me è dunque immerso nella contemporaneità: “La cosa che più mi ha influenzato sono stati i notiziari”, conferma lei. E di conseguenza esprime intensità politica: “Post Empire” denuncia l’accanimento sui migranti, “Square Jaw” raffigura la mostruosità dei Cybertruck targati Tesla, mentre “Subcon” si rivolge beffardamente – su massiccio basso dub degno di The Bug – a Elon Musk in persona (“Vuoi andare su Marte, e poi cosa?”) e “Dirty Tech” tira in ballo l’Intelligenza Artificiale e le sue vittime collaterali (“Ehi boss, licenziami con mano ferma”).
Quest’ultimo è l’episodio più accattivante del repertorio, architettato sul piano sonoro dal produttore californiano Justin Raisen, che in curriculum esibisce anomalie pop quali Charli XCX e Sky Ferreira, già in cabina di regia nei due lavori precedenti: c’è evidentemente il suo zampino nell’esasperazione AutoTune della voce in “Black Out” e nel controllato rumorismo del claustrofobico “Busy Bee”, dove alla batteria compare in carne e ossa Dave Grohl.
Non genera attrito ma fa scintille il contatto fra attualità (la minacciosa postura trap di “No Hands”) e memoria (dalla spigolosità “no wave” di “Girl With a Look” al dinamico post punk di “Not Today”) propiziato dalla protagonista.
“Abrasivo e divertente”, nell’efficace sintesi dell’insospettabile “Financial Times”, Play Me fotografa Kim Gordon cavalcare la cresta dell’onda con nonchalance da surfista, sport che praticava da bambina in California. “È emozionante quando prendi un’onda, la senti sotto e dietro di te, come stare sul palco nel cuore di una band, trovando la grazia in mezzo alla violenza e al caos”, raccontava nell’intervista citata.
Che donna! E che disco!