John Murry: l’outsider perfetto

Il cantautore di Tupelo John Murry conferma il proprio valore nel terzo album, The Stars Are God’s Bullet Holes

The Stars Are God’s Bullet Holes John Murry
Disco
pop
John Murry
The Stars Are God’s Bullet Holes
Submarine Cat
2021

Nativo di Tupelo come Elvis, ma residente da tempo in Irlanda, John Murry è un outsider in purezza: già autore di un paio di opere notevoli, The Graceless Age e A Short History of Decay, aveva ricavato scarsi benefici dai consensi pressoché unanimi espressi dai commentatori in quelle circostanze.

John Murry porta con sé le stimmate di un’esistenza difficile, segnata da dipendenze (descritte senza filtri nel disco d’esordio) e frustrazioni sentimentali (fulcro narrativo del secondo lavoro era la fine del matrimonio), a loro volta conseguenze di un’infanzia e un’adolescenza traumatizzate dagli abusi subiti nella famiglia adottiva. Partorito una quarantina di anni fa da una giovane ragazza Cherokee, venne ceduto immediatamente a una coppia benestante ma poco amorevole: “Poterò questo albero genealogico, perché nulla è rimasto tranne l’avidità, il denaro insanguinato e la proprietà”, canta adesso in “Di Kreutser Sonata”.

Una figura rassicurante fu la nonna acquisita, cugina e confidente di William Faulkner, la cui impronta letteraria si è impressa nella sua visione del mondo: «Diceva che la felicità è roba da vegetali», ha spiegato in un’intervista. E da parte sua ha affermato: «Penso che molto di ciò che chiamiamo soddisfazione sia deludente».

Un’anima in pena, insomma, che lungo questo percorso di sofferente consapevolezza ha saputo intercettare tuttavia una dimensione poetica di rara incisività. Prendiamo l’episodio che apre l’album appena pubblicato e sin dal titolo – “Oscar Wilde (Came Here to Make Fun of You)” – distilla acre ironia: è una ballata ombrosa ed essenziale, striata dai lamenti di una steel guitar e introdotta dalla rievocazione della strage di Oklahoma City, progettata e compiuta nel 1995 dal suprematista bianco Timothy McVeigh. “Ho comprato fertilizzante e liquido per i freni, di chi diavolo dovrei mai fidarmi? La simpatia finisce nelle camere a gas”, recitano i raggelanti versi iniziali.

Più avanti, il brano da cui prende nome l’intera raccolta, sostenendo che “le stelle sono fori dei proiettili di Dio”, snocciola aforismi taglienti – tipo “Questa è solitudine, non arte” o “Sono fatto per prendere le canzoni d’amore e crocifiggerle” – sulla cadenza di un boogie cupo e scabroso.

L’impianto sonoro è piuttosto tradizionale, di classica scuola americana, deformato però da un consistente grado di distorsione sapientemente orchestrato dal produttore John Parish: ne è esempio eloquente il rock claustrofobico inscenato in “I Refuse to Believe (You Could Love Me)”, cui fa da contraltare il successivo “One + Zeros”, dove il pianoforte e una voce femminile ne alleviano lo struggente leitmotiv.

Murry colloca le sue storie dentro questa ambientazione sordida e ipnotica, interpretandole con timbro baritonale e portamento svagato, persino quando si cimenta inopinatamente in “Ordinary Boys” dei Duran Duran, ricavandone una versione nottambula e spettrale, mentre in “Yer Little Black Book” – sorretto da una batteria elettronica dal sapore vintage e un arpeggio di chitarra dalla densità ectoplasmatica – espone il santino dei Joy Division (“Starò seduto in auto con la radio accesa, canticchiando con Ian Curtis ‘She’s lost control again’”). Così facendo, aggiunge un altro gioiello opaco alla propria collezione.

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