Intiha, musiche da un altro mondo

La collaborazione fra il cantante pakistano Ali Sethi e il produttore americano Nicolas Jaar

Sethi e Jaar
Disco
world
Ali Sethi & Nicolas Jaar
Intiha
Other People
2023

Conosciamo bene il 33enne Nicolas Jaar: dal minimalismo techno degli esordi (Space Is Only Noise, 2011) all’ampiezza prospettica sull’ascendenza cilena esposta in Sirens (2016), fino alla dimensione concettuale delle opere più recenti, tipo Cenizas (2020).

Sapevamo invece meno di Ali Sethi, benché fosse artista affermato: 39enne di origine pakistana naturalizzato statunitense, cantante ma prima ancora acclamato romanziere (The Wish Maker, 2009), alla musica si era dedicato con metodo una volta conseguita la laurea a Harvard assimilando il patrimonio classico dell’Hindustan e approfondendo quindi il canto qawwali e khyal a lezione dal maestro Ustad Naseeruddin Saami, ma soprattutto il ghazal esportato nel subcontinente indiano dai mistici Sufi arabi.

Rifacendosi a quei modelli aveva debuttato da interprete di un brano nel film di Mira Nair Il fondamentalista riluttante (2012), partecipando poi al programma televisivo Coke Studio, attraverso il quale ha realizzato lo scorso anno insieme a Shae Gill il singolo “Pasoori”, raga a ritmo di reggaetón che ha fatto il botto su Spotify e YouTube, totalizzando a oggi 677 milioni di visualizzazioni.

Grazie a quel successo ha calcato in aprile il palco del festival Coachella, dopo essere stato inserito da “Time” nella lista dei “100 Next”: “Per mezzo della musica e della scrittura, Sethi ci dimostra che le differenze di cultura, lingua, religione e genere non devono diventare necessariamente conflittuali”, ha scritto Amitav Ghosh nelle motivazioni, alludendo all’indole rivoluzionaria di un personaggio impegnato a proiettare la tradizione nell’attualità senza nascondere la propria identità queer, ovviamente insopportabile per i fondamentalisti.

Nei suoni di Jaar si è imbattuto casualmente, rimanendone affascinato: “Mi era familiare il senso di avventura che provi quando lo ascolti, come un racconto che scorrendo ti stuzzica e gioca con le tue aspettative, simile in questo ai ghazal e ai qawwali con cui sono cresciuto in Pakistan”. Cosicché, durante la clausura imposta dalla pandemia, aveva cominciato a improvvisare intonando poesie in Urdu sulle tracce dell’ultimo album del produttore americano, affidando quelle registrazioni domestiche a un comune amico incaricato di inoltrarle infine a Jaar, il quale – sentendole – si è entusiasmato: “Era ciò che mancava a Telas”.

Da lì è partito il lavoro culminato in Intiha, disco omonimo all’episodio d’apertura, dove i malinconici arabeschi disegnati dalla voce fluttuano in un rarefatto ambiente elettronico nel nome di un vocabolo corrispondente a “limite estremo” o “conclusione”.

Il repertorio da cui Sethi trae spunto abbraccia tre secoli di storia: in “Lagta Nahi” i versi appartengono a Bahadur Shah Zafar, ultimo Gran Mogol dell’India prima del dominio britannico, mentre autore di “Dard” (letteralmente “pena”) è Mirza Ghalib, uno dei maggiori poeti locali del XIX secolo, al quale si deve anche la trama narrativa di “Muddat” (“È passato molto tempo da quando ho ospitato un amico e il mio mondo era soffuso dei bagliori del vino”, recita il testo), trainato da un incalzante groove scolpito al crocevia fra Oriente e Occidente.

La combinazione dei due mondi genera situazioni sorprendenti: ad esempio, in “Chiragh” (equivalente di “lampada”) ad accogliere il canto – reso enfatico dal moltiplicarsi degli echi – è un cupo fondale sonoro screziato da interferenze rumoriste.

Al contrario, esibisce fattezze rassicuranti – verso l’epilogo quasi jazz nella timbrica flessuosa del piano elettrico – l’habitat musicale in cui s’incastona “Nazar Se”, ghazal composto da Farida Khanum, guida di Sethi nell’apprendimento di quel canone.

A un ascolto distratto Intiha può sembrare forse monocorde, essendo in realtà essenzialmente “profondo”.

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