Il retro-futurismo dei BLK JKS

Ritornano dieci anni dopo i sudafricani BLK JKS, con l'irresistibile mix afro-rock di Abantu – Before Humans

BLK JKS (foto Brett Rubin) nuovo album
BLK JKS (foto Brett Rubin)
Disco
world
BLK JKS
Abantu – Before Humans
Glitterbeat
2021

Durante l’apartheid il rock era la musica dei bianchi ma, una volta che l’oppressione si è indebolita, i confini sono stati cancellati e i BLK JKS, quartetto originario di Johannesburg, sono stati tra gli alfieri del suono del nuovo Sudafrica, catturando l’attenzione – tra gli altri – di Bono, Dave Grohl e Diplo.

Un album, After Robots, e l’EP Mistery, inciso al leggendario studio Electric Ladyland, entrambi pubblicati nel 2009 dall’etichetta indipendente Secretely Canadian, sembravano destinati a schiudere le porte del successo ai BLK JKS – da pronunciare Black Jacks – e invece, a causa di dissidi interni e alla nascita di progetti collaterali culminati in un cambio di organico, il loro nome è quasi completamente scomparso dai radar internazionali. Ma il 2021 è l’anno del loro ritorno: l’etichetta è cambiata, adesso incidono per la Glitterbeat, e Abantu – Before Humans segna la loro ripresa del cammino.

Abantu – Before Humans è atteso per il 21 maggio e si possono già ascoltare i primi brani. Intanto, un rapido ripasso della musica dei BLK JKS.

"Lakeside", che potete ascoltare nel video qui sopra, è del 2008 ed è un rock che mischia psichedelia e ritmi afrobeat, una miscela che il marketing dell’epoca definì «funk post-apocalittico» oppure «afro-punk» (complimenti per la fantasia) ma oggi i BLK JKS propongono una fusione etno-moderna assolutamente potente, qualcosa che non si ascoltava, mutatis mutandis, dai tempi dei Can e di Remain in Light dei Talking Heads, unione di canti e ritmi ancestrali con spruzzate di funk e jazz “capovolti”, fiati potenti e groove.

Se nel 2009 con After Robots avevano previsto il futuro, oggi Abantu – Before Humans si può considerare il suo prequel, un viaggio surreale, una fiction sonora ambientata in un mondo prima dell’arrivo di esseri umani.

Del resto la frase riportata sulla copertina del nuovo disco parla chiaro: «Una completa, pienamente tradotta e trascritta Obsidian Rock Audio Anthology che fa la cronaca delle antiche tecnologie spirituali e delle imprese delle preistoriche e post-rivoluzionarie afro-bioniche e dei sacri testi estratti dal Grande Libro su Arcanum scritto dai giovani Kushiti della terza dinastia di Azania diretti verso la Quinta Dimensione Celeste». Insomma, Sun Ra, George Clinton, Alice Coltrane, Shabaka Hutchings e altri ancora.

Prima di andare avanti, vi invito a guardare il video di “Harare”, uno dei più belli realizzati in questa prima parte dell’anno. La canzone è una meditazione digitale sulla migrazione, attraverso spazio e tempo, dall’utero alla tomba (“from womb to tomb”), con la partecipazione del cantante del Lesotho Morena Leraba e dell’artista multi-disciplinare Nandipha Mntambo.

Mentre After Robots era una stranezza dell’era spaziale, inciso a Wilmington, Indiana, guardando scorrere in loop le immagini inquietanti de La montagna sacra di Alejandro Jodorowsky, il nuovo disco è una sorta di esorcismo improvvisato, una missione pan-africana con il Downtown Studio di Johannesburg a fare da torre di controllo per soli tre giorni. 

«Eravamo pronti ad accettare che il materiale andasse dove volesse in quei tre giorni, era un’istantanea, piuttosto cruda» – Mpumelalo Mcata

I BLK JKS hanno viaggiato e sono tornati a casa a riflettere: l’energia è la stessa di prima ma declinata in maniera differente. Non entro nel dettaglio dei nove pezzi che compongono l’album, sarebbe inutile, ma vi segnalo che il brano “Yojo! – The Mandela Effect – Black Aurora Cusp Druids Ascending” ha un ritornello che mi ha ricordato “The Bottom Line” dei Big Audio Dynamite di Mick Jones. La classica ciliegina sulla torta, un valore aggiunto per un disco davvero notevole.

«Il futuro è così luminoso che devo indossare gli occhiali da sole» – Timbuk 3

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