Il jazz quantico degli Irreversibile Entanglements

Open the Gates è il terzo album del collettivo Irreversibile Entanglements

Irreversible entanglement Open the Gates
Disco
jazz
Irreversible Entanglements
Open the Gates
International Anthem
2021

L’incipit è eloquente: “Aprite i cancelli, arriviamo noi, tempo di energia, legge universale del suono, non colpevole, nessuna pena da scontare, senza vincoli, un’offerta per la libertà”, proclama stentorea Camae Ayewa (altrimenti nota come Moor Mother, in quella veste autrice del recente Black Encyclopedia of the Air) nel brano iniziale che dà titolo a un disco creato “danzando intorno alla malattia” in un giorno solo di registrazione.

L’impasto fra la sua voce, il groove architettato dal contrabbassista Luke Stewart, l’incalzare delle percussioni di Tcheser Holmes e l’unisono delle ance – fatte vibrare dal trombettista Aquiles Navarro e dal sassofonista Keir Neuringer – riverbera l’eco di quando l’Art Ensemble Of Chicago fece comunella con Fontella Bass per musicare il film Les Stances a Sophie.

In generale, del resto, l’habitat nel quale agisce il collettivo statunitense deriva dalla stagione più fervida dell’arte afroamericana militante, rievocando al tempo stesso la fierezza poetica di Amiri Baraka e la musica infuocata di Archie Shepp.

Rispetto al rabbioso esordio del 2017 (giova ricordare che l’avventura era cominciata due anni prima sull’onda dell’iniziativa “Musicians Against Police Brutality”) e al seguente Who Sent You?, in Open the Gates la tavolozza sonora cui il quintetto attinge per dar forma e colore al proprio linguaggio si arricchisce di nuove sfumature: ad esempio – in maniera affine all’attitudine cosmica di Sun Ra – nell’uso estensivo del sintetizzatore, determinante nella tessitura di “Keys to Creation”, dove l’ispirazione viaggia fra “blues e memoria”, immaginando “Ella che vola via dal Savoy”.

Altre primedonne sfilano – chiamate per nome: “Billie, Nina, Sarah, Betty, Abbey” – nei versi di “Six Sounds”, che scorre con pathos iridescente oltre la soglia dei dieci minuti. Altrettanto esteso, all’epilogo, è “The Port Remembers”: sommesso tour-de-force d’impronta “free” nel quale s’insinua il flusso di coscienza della Madre Mora (“Un sogno, ricordo un incubo… Fuoco rituale, miniere del Congo, regni calcarei… Cuori spezzati di rettili”).

Dura addirittura il doppio “Water Meditation”, che per stazza e collocazione sta al centro dell’album, alimentato via via da spleen di tromba, tintinnio di campanellini, alternanza di archetto e pizzicato al contrabbasso e narrazione mistica, approssimandosi alla Relatività esplorata nel 1973 da Don Cherry. E tuttavia, se insistiamo nell’analogia scientifica, gli Irreversible Entanglements guardano più avanti, come indica il vocabolo chiave dell’intestazione, riferito al comportamento ineffabile delle particelle che “comunicano” a distanza: siamo dunque alla dimensione quantica del jazz.

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