Holst verso il futuro con 19'40''

Gli Esecutori di Metallo su Carta registrano la suite The Planets per l'etichetta 19'40'' di Sebastiano De Gennaro ed Enrico Gabrielli

Esecutori di Metallo su carta - Holst
Disco
classica
Esecutori di Metallo su Carta
Gustav Holst's The Planets (Version for 13 performers)
19'40''
2019

Un 5/4 implacabile e battagliero; la piccola orchestra raduna le sue truppe ed affila le sue armi, i muscoli tesi, pronti alla pugna: Mars, the Bringer of War. Attese, appostamenti, trincee, silenzi, agguati, fino all’esplosione in gloria della battaglia a 4’30’’, un incedere epico, minaccioso, solenne a cui compositori come Bernard Hermann sicuramente si sono ispirati, e non poco.

Otto minuti scarsi di musica scritti più di cento anni fa e che sembrano scritti domani. Quando tacciono le baionette replicate dagli strumenti, ventitré secondi di rumori di folla, la stessa che è passata al padiglione francese alla Biennale di Venezia, dove l’artista Xavier Velhan ha allestito una sorta di scultura-studio di registrazione, invitando nei mesi diversi musicisti a interagire con l’opera e a produrre musica. Tra questi Enrico Gabrielli (Calibro 35, PJ Harvey e molto altro ancora, fino al recente Festival di Sanremo) che ha avuto l’idea di radunare l’ensemble degli Esecutori di Metallo su Carta per registrare dal vivo il sesto volume della serie ad abbonamento dell’etichetta 19’40’’, da lui portata avanti assieme al percussionista Sebastiano De Gennaro e al musicologo Francesco Fusaro.

«Noi di 19’40’’ siamo convinti che il rumore faccia bene alla musica così come il contesto fa bene all’ascolto. Spazio siderale, spazio condiviso e spazio di ascolto sono l’alchimia alla base del disco che hai in mano»: un disco semplicemente magnifico, dove l’opera magnetica e imprendibile di Holst viene interpretata da un ensemble ridotto a tredici interpreti. Se la luce placida del movimento ispirato a Venere ci lascia muti dinanzi al nitore ed alla bellezza e con la curiosità di sapere se una come Björk non l’abbia ascoltato a ripetizione (provate a immaginarci dei beat sopra, non siamo molto lontani dalle atmosfere di Homogenic, ad esempio), Mercury, the Winged Messenger dimentica i languori e le malinconie per giocare e scherzare come un compositore che si riscopre felicemente bambino, e poi solennemente uomo (Jupiter, the Bringer of Jollity).

Saturn, the Bringer of Old Age si apre su una cadenza lenta, come un risveglio di astri, un mattino nel cosmo infinito, un orologio che batte un tempo largo, che si dissolve negli spazi senza confine: mentre ascoltiamo questo movimento celeste e ci lasciamo portare lontano, dove anche le parole perdono la gravità, udiamo anche sullo sfondo, i rumori dell’audience, a ricordarci la presenza dell’uomo, in questo spazio cosmico eppure terreno, in questo altrove immaginario e più reale del vero. Perché se la Terra non è inclusa, in questo planetario acustico, non per questo non conta, anzi: è il punto di partenza per le esplorazioni e il posto dove far incontrare mondi apparentemente alieni (la classica, l’underground , la musica elettronica, in nome di una visione libera da paraocchi e scientificamente folle, nel miglior senso del termine, del fare, organizzare e diffondere la musica).

Neptune the Mystic suona quasi come un prototipo di library music ante litteram, a dimostrare che non ci sono barriere, che tutto può essere mescolato, ricontestualizzato, e che gli steccati sono inutili e sciocchi: il libretto di questo cd (come sempre splendido l’artwork) è ulteriore dimostrazione dell’approccio totale di questi veri e propri renaissance men. I dischi dell’etichetta 19'40'' si possono avere solo sottoscrivendo un abbonamento: a questo punto una visita al loro sito (www.19m40s.com) è più che consigliata.

Tanto tempo fa, in una galassia vicina…

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