Le pagelle delle canzoni di Sanremo 2019

Dal nostro inviato al Festival, il commento e i voti su tutte le canzoni in gara a Sanremo

Sanremo 2019 - le pagelle del giornale della musica
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SANREMO. Direttamente dalla Sala Stampa del 69esimo Festival della Canzone Italiana, mi sono tolto lo sfizio di fare le pagelle delle canzoni in gara. Un riassunto per chi non ha voglia di arrivare fino alla fine (e come biasimarlo? Con 24 concorrenti, il Sanremo di Baglioni in certi punti ha la verve di un Parma-Salernitana entrambe salve alla 24esima giornata): i cantautori fanno testi stucchevoli che ti fanno sentire in colpa se ne parli male; gli indie allargano moltissimo le vocali; i trap fanno i rocker; i Renga rengheggiano; ci sono amore, sensi di colpa, amore, accenti sbagliati come se piovesse e badilate di tristezza. Ecco a voi le canzoni del Festival di Sanremo 2019, in rigoroso ordine di apparizione.

ARTICOLO: 7 cose sul Festival di Sanremo che ho scoperto stando a Sanremo durante il Festival

1. Francesco Renga, “Aspetto che torni”

“Aspetto che torni” è la frase che Renga mormora quando a casa sua spolvera le varie targhe e targhette incassate a Sanremo nel corso degli anni, nella spasmodica attesa di tornare finalmente a cantare a Sanremo, prima di sparire per i restanti 364 giorni dalla nostra mente. Anche “Aspetto che torni” sembra destinata a sparire fino alla prossima partecipazione sanremese di Renga, quando – come in questo caso – passeremo tutta la prima parte della canzone su Wikipedia, a leggere i titoli delle canzoni con cui Renga è stato a Sanremo.

VOTO 5.

 

2. Nino D’Angelo e Livio Cori, “Un’altra luce”

Nino D’Angelo – all’epoca dei fatti – si era detto molto critico su Liberato, l’anonimo cantante idolo dei giovani napoletani (e non solo): «Questa è solo una canzone neomelodica non cantata da un neomelodico», aveva detto. Non appena parte la drum machine di “Un’altra luce” viene il sospetto che in realtà fosse dissimulazione, e che Liberato sia proprio Nino nostro. Dura solo un attimo: l’anima neomelodica prende il sopravvento quasi subito. Il pezzo non sarebbe così male, ma i due fanno la gara a cantarsi sopra l’uno con l’altro tipo Linea 77. 

VOTO 6.

 

3. Nek, “Mi farò trovare pronto”

Come Renga, anche Nek mormora il titolo della sua canzone aspettando la sua ennesima rentrée. Il pezzo sembra parlare di pubertà, o di andropausa: “Mi farò trovare pronto / A certi strani mutamenti / Con la guardia sempre alta / Anche con i sentimenti”.

VOTO 5.

 

4. The Zen Circus “L’amore è una dittatura”

Una delle regole per riconoscere un cantante indie da uno normale è il grado con cui apre le A e le E quando canta. Da questo punto di vista, gli Zen Circus totalizzano un 9 pieno nella Scala Brondi, e in effetti si presentano a Sanremo con un brano che sembra un po’ un brano delle Luci della Centrale Elettrica (o forse è solo un brano degli Zen Circus). Di tutto il torrenziale testo rimane poco una volta arrivati in fondo, ma l’arrangiamento con glockenspiel e rullanti è molto bello.

VOTO 6.5.

 

5. Il Volo, “Musica che resta”

 Ora ne parlano tutti male e non sembrano reggere il confronto con Bocelli, ma siamo già pronti al loro revival, tra 25 anni. Il brano è interessante, da un punto di vista retorico, perché ogni volta che sta partire un ritornello i tre si dispongono come se dovessero attivare una qualche arma da cartone animato giapponese, in un continuo accumulo di tensione. Lo spirito è quello di costruire un pezzo che poco a poco sale di temperatura e di tonalità man mano che si arriva al punto più caldo – che ovviamente è l’acuto finale. ONDA ENERGETICA!

VOTO 4.

 

6. Loredana Berté, “Cosa ti aspetti da me”

Il brano parte a metà tra una roba new age tipo Native American Music e un pezzo dei Linkin Park. Non fossero costretti a metterci quell’orchestra che annacqua tutto poteva anche uscire interessante. Poi – battute a parte – la Bertè urla come le si confà, e porta a casa la serata con dignità.

VOTO 6.5.

 

7. Daniele Silvestri, “Argentovivo”

Bella l’idea di portare a Sanremo un pezzo che parla di carcere. È il 1999, faccio quarta ginnasio, D’Alema è al governo e Silvestri canta “Aria” increspando – ma non troppo – le sopracciglia dei benpensanti. Com’è bravo! Com’è impegnato! Poi si capisce, man mano che Silvestri va avanti con il suo flow volutamente sciatto, che il carcere in “Argentovivo” è una metafora dell’adolescenza che è una metafora dell’incapacità di comunicare che è una metafora del tempo in cui stiamo vivendo che è una metafora dei cantautori a Sanremo, rinchiusi nella necessità di fare un testo impegnato – ma non troppo – che faccia a dire alle madame “Com’è bravo! Com’è impegnato!”. E che se dici che è stucchevole passi per un radical chic.  In mezzo memorabile momento omaggio in autotune a “Domo Arigato Mr. Roboto” degli Styx.

VOTO 5 e Premio Speciale Senso di Colpa "Giorgio Faletti".

 

8. Federica Carta e Shade, “Senza farlo apposta”

Girerà bene in radio questo duetto tra Federico Bernardeschi e una tipa qualunque, che vince il Premio della Critica “Max Pezzali” per il maggior numero di accenti cannati consecutivi nella prima strofa: fidatì, monologhì, monosillabì. Poi, tutto sommato, il pezzo si lascia ascoltare.

VOTO 5.5.

 

9. Ultimo, “I tuoi particolari”

I bookmaker lo danno primo classificato, ma solo per permettere ai giornalisti di fare sciatti giochi di parole sul suo nome d’arte. In effetti, il pezzo è ben costruito e ha un buon ritornello, con una bella evoluzione melodica, e si fa ricordare – a differenza di buona parte dei pezzi di questo Sanremo.

VOTO 6.

 

10. Paola Turci, “L’ultimo ostacolo”

Lei ha la classe dalla sua e c’erano pochi dubbi, ma la canzone pure è molto bella, una delle più belle in gara. Il ritornello – per come è arrangiato e cantato – ha una malinconia un po’ alla Colapesce (e anche qui l’orchestra appiattisce forse troppo: lo riascolteremo su disco, e vedremo). Una band indie di medio livello venderebbe la madre per un pezzo così.

VOTO 7.5

 

11. Motta, “Dov’è l’Italia”

Motta è un cantautore, ed è anche indie, quindi apre le A e le E e si sente in dovere di mettere qualche riferimento che possa – tra cento anni, da un qualche barbuto filologo sanremese e grazie alla consultazione di misteriosi brogliacci sulla storia della canzone – essere ritenuto vagamente indicativo dello spirito del tempo cupo che stiamo vivendo: “Dov’è l’Italia amore mio / mi sono perso”. Poi come in ogni pezzo di Motta che si rispetti, dopo 77 frasi subordinate attaccate come in un millepiedi sintattico, arriva una tipa che gli insegna a ballare.

VOTO 6.

 

12. Boomdabash, “Per un milione”

«Guarda Tomatis, che sfotte i cantautori e parla bene dei tamarri». Ebbene sì, dopo molti pezzi lagnosi i Boomdabash svegliano la platea dell’Ariston facendo quello che sanno fare. Che non è scrivere capolavori di raffinatezza formale e testuale, ma a ciascuno il suo: e in radio, in macchina, tra un Fahrenheit e una Barcaccia, questo è il pezzo che ti fa alzare il volume.

VOTO 6.5.

 

13. Patty Pravo e Briga, “Un po’ come la vita”

Purtroppo Patty Pravo è ormai un dispositivo per generare cazzeggio più che una cantante (e il look alla Predator non scoraggia certo i molti detrattori). Grazie a dio un giorno della sua carriera non ci ricorderemo questa canzone. 

VOTO 3.

 

14. Simone Cristicchi, “Abbi cura di me”

Cantautori a Sanremo! Altre norme di genere. Una prima parte in cui si borbotta in un registro decisamente troppo basso in modo che le parole non si capiscano proprio benissimo – ma che si possa intuire che dicono cose importanti (l’espressione contrita aiuta a veicolare questo punto). Per il resto – a parte una bellissima orchestrazione hollywoodiana – il pezzo di Cristicchi sembra incollare insieme messaggi motivazionali scritti da qualche cinquantenne su Facebook. «Non cercare un senso a tutto perché tutto ha senso / Anche in un chicco di grano si nasconde l’universo / Perché la natura è un libro di parole misteriose / Dove niente è più grande delle piccole cose». BUONGIORNISSIMO KAFFÈ?!?!

VOTO 4 e Premio Speciale "Osho".

 

15. Achille Lauro, “Rolls Royce”

Alla fine l’unico trapper in gara fa l’unico pezzo rock del Festival 2019. Lo ammetto, ho un debole per Achille Lauro, e trovo irresistibile questo pezzo in cui fa il verso al Vasco di “Vita spericolata” (un altro che al festival non fu capito). Contiene il verso più geniale – per dadaistico distacco – di tutto il Festival 2019: “No non è un drink / è Paul Gascoigne”.

VOTO 8.

 

16. Arisa, “Mi sento bene”

Potrebbe pure piazzarsi bene questo pezzo di Arisa. Parte come il pezzo di una principessa Disney, poi scarrella rapidamente verso un revival Sanremo anni Ottanta (che va alla grande di questi tempi).

VOTO 7.

 

17. Negrita, “I ragazzi stanno bene”

I Negrita ormai sono rocker di provincia di mezza età che fanno sempre la stessa canzone da rocker di provincia di mezza età atteggiandosi da rocker di provincia di mezza età. Praticamente i protagonisti di una canzone di Luciano Ligabue (o dei Negrita).

VOTO 5.5 e Premio Speciale "Bar Mario".

 

18. Ghemon, “Rose viola”

Un bel pezzo soulful ben cantato, un po’ alla Neffa (e il paragone è forse azzeccato, anche per quello che Sanremo rappresentò per Neffa). 

VOTO 7.

 

19. Einar, “Parole nuove”

"Sono stanco di tutto anche di me”, da “Parole nuove” di Einar, riassume bene il sentimento di buona parte della sala stampa giunta a questo punto della serata. Difficile ricordarsi anche solo una di queste parole nuove di questo pezzone emo adolescenziale.

VOTO 3.

 

20. Ex-Otago, “Solo una canzone”

Della pattuglia indie a Sanremo 2019 sono quelli che fanno la figura migliore, con un bel pezzo POP – finalmente. Il cantato parte biascicando in un registro troppo basso, concorrendo al Premio “Max Pezzali” per il maggior numero di accenti spianati nella prima strofa (alla fine, come detto, lo vincono Federica Carta e Shade), ma il ritornello apre molto bene, con una leggera malinconia indie pop, un po’ alla Perturbazione. E, si sa, a Sanremo conta il ritornello.

VOTO 7.

 

21. Anna Tatangelo, “Le nostre anime di notte”

Lo ammetto, a questo punto della serata mi sono trascinato fuori dalla Sala stampa a cercare degli alcolici.

S.V.

 

22. Irama, “La ragazza con il cuore di latta”

“Linda è cresciuta con un cuore che non batte a tempo / E quando era piccola sognava di aggiustarsi dentro”. Linda è anche protagonista di una quantità di disgrazie e melodrammi che neanche in “Damme ‘o cane” di Enzo Romano. Badilate di tristezza 

VOTO 3 e tanta tristezza.

 

23. Enrico Nigiotti, “Nonno Hollywood”

Un bell’inizio in borbottando (indicazione in partitura) già ci fa capire che ci sarà un ritornellone alla Masini o alla Grignani (a cui Nigiotti assomiglia in modo preoccupante – o sarà l’effetto dell’alcol della Tatangelo?). Poi il ritornellone non arriva e il pezzo non decolla veramente.

VOTO 5.5.

 

24. Mahmood, “Soldi”

A questo punto della serata vale più o meno tutto, e su Mahmood – a dispetto del titolo della canzone – non punterei un franco. E invece: un po’ trap, un po’ melodico, un po’ dancehall, il ritornello si attacca e il battimani furbetto contagia persino una sala stampa vicina al suicidio collettivo tipo lemming. Tra gli autori c'è Charlie Charles, e si sente. 

VOTO 7$.

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