Greentea Peng, leggerezza lisergica

Man Made è il primo album di Greentea Peng, neo-funk-soul psichedelico da South London

Greentea Peng
Disco
pop
Greentea Peng
Man Made
AMF Records
2021

Aria Wells, proveniente da South London e conosciuta come Greentea Peng, è un personaggio di cui si è iniziato a parlare nel 2018 in seguito al suo EP Sensi, seguito l’anno seguente da un altro EP, Rising, accompagnati da video che non sono passati inosservati e che sono serviti a far circolare il suo nome.

Neo-soul, l’influenza di Erykah Badu, un’immagine che richiama quella di Neneh Cherry a inizio carriera e che fa ricorso esclusivamente ad abbigliamento di seconda mano. Tutto questo, e altro ancora, lo ritroviamo nell'album d’esordio di Greentea Peng, Man Made, 18 brani pieni di spiritualità e amore e – vabbè, con l’aiuto di qualche sostanza illecita – il risultato dell’intreccio di emozioni dell’ultimo anno.

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Era l’aprile del 2018 quando uscì il video di una sconosciuta cantante londinese dal nome curioso, Greentea Peng – dal suo amore per il tè verde marca Seng e dal termine dello slang londinese peng che significa “bello”, “gustoso” -: la canzone era “Moonchild”, inclusa poi nell’EP Sensi, pubblicato sei mesi più tardi.

Come già detto, l’anno seguente è stata la volta di Rising che, tra le altre, conteneva la canzone “Downers”.

E dire che le cose avrebbero potuto andare diversamente: dal 2011 al 2016 Aria – così chiamata da suo padre di origine araba e appassionato di musica lirica – ha trascorso la maggior parte del tempo in Messico, esibendosi nei bar come cantante di cover per racimolare il necessario per vivere e – aggiungo io – per tatuarsi pesantemente il corpo, viso incluso.

«Se non fossi tornata a Londra, mi sarei drogata molto!» ha raccontato. «Ero una piuttosto pazza prima di fare ritorno alla musica. Ero arrivata al punto in cui, cazzo, avevo completamente dimenticato come esprimere me stessa, ero sul punto di implodere se non avessi fatto qualcosa al riguardo. E poi ho capito che dovevo nuovamente cominciare a cantare e scrivere canzoni».

Scritto e inciso durante un ritiro durato più di un mese in un’area remota del Surrey in compagnia della sua backing band Seng Seng Family, Man Made è intriso dello spirito del luogo. Ne è un esempio, nonché dichiarazione di stile, la seconda canzone dell’album, “This Sound”: chitarra funk, basso “dubbato” e fiati languidi, con la voce di Greentea Peng che declama «questo suono è fisico, molto fisico, ma metafisico e mistico, […] è sensuale, è ricco, è alchemico, è medicinale, ora spalancate tutto e lasciatelo entrare».

Il brano scivola nel successivo “Free my People”, un reggae delicato che parla di liberazione in cui compare Kid Cruise e che mi riporta alla mente gli Arrested Development, seguito a sua volta dai loop sinuosi di un flauto di “Be Careful”.

Man Made è un disco progettato per risuonare più nel cuore che nella testa e per raggiungere questo obiettivo la maggior parte delle canzoni sono state registrate a una frequenza di 432Hz (che poi questo scostamento sia avvertibile non lo so, anche perché ascoltando questo disco non si ha la possibilità di fare un raffronto ascoltandone un altro in contemporanea).

“Nah ain’t the same” è uno dei pezzi più danzabili della raccolta, fusione di soul e funk anni 70 che strizza l’occhio al R&B degli anni 90, mentre in “Earnest” ritorna il reggae insaporito dal dub e si sente lo stile della già citata Erykah Badu, e la successiva “Mataji Freestyle” crea un’atmosfera narcotica.

Sul versante più politico si segnalano “Suffer” e “Kali V2”, condanne del razzismo e dell’ipocrisia - «possa il fuoco di Kali bruciarvi completamente, liberare questa terra da una corona marcia, sono pronta a fare un suono nuovo, non posso contribuire alle menzogne in questo paradiso capriccioso» -, ma con “Party Hard Interlude” e “Meditation” ci si sposta nel “settore droghereccio”, due peana alle qualità meditative e disinibitrici dei funghi lisergici e della sensimillia.

Tra jazz, hip-hop, sonorità dub, neo-soul e R&B psichedelico, in Man Made c’è molta carne al fuoco ma Greentea Peng riesce nel difficile compito di tenere tutto sotto controllo e realizzare un album d’esordio di grande coesione. Il suo è un nome da tenere assolutamente d’occhio.

«È sicuramente un trip – entri qui ed esci qui. E ci sono stati molti funghetti durante la realizzazione! Sì, mi piace descrivere questo disco come un trip» - Greentea Peng

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