Don Cherry, Dollar Brand e Carlos Ward per un jazz decoloniale

Finalmente riproposto in vinile uno dei gioielli del jazz che provava a mettere in gioco le geografie più convenzionali

EB

14 settembre 2026 • 2 minuti di lettura

The Third World Underground
The Third World Underground

Dollar Brand - Don Cherry - Carlos Ward

The Third World Underground

WeWantSounds 2026

Quando, nel novembre del 1972, Don Cherry, Dollar Brand e Carlos Ward registrano dal vivo alla Jazzhus Montmartre di Copenhagen le tracce che finiranno in The Third World Underground, tutti e tre sono in una fase di grande fermento delle rispettive carriere. Brand, che ha già cambiato il proprio nome in Abdullah Ibrahim nel 1968, ma continua a usare il vecchio per alcuni dischi, è arrivato in Europa dal Sud Africa un decennio prima e il suo pianismo ipnotico, esiliato e radicato si sta facendo largo tra la New York più avventurosa e i festival del vecchio continente.

Cherry ha sulle spalle l’esperienza con Ornette Coleman, i dischi Blue Note e, stabilitosi in Svezia con la moglie Moki, è già quell’instancabile agitatore di interculturalità che farà di lui un faro per molti musicisti e musiciste dei nostri anni più recenti. Ward è un altista tagliente di origine panamense che l’Europa ha messo a contatto con gli altri due e che si muoverà sempre fluidamente tra funk e improvvisazione.

Come spesso accade, la registrazione del concerto fu pubblicata poi dalla Trio Records/Nadjanel 1974, ma solo in Giappone e questa nuova edizione Wewantsounds si può quindi considerare la prima vera pubblicazione internazionale dell'album. Il trio, frutto di incontri incrociati sin dalla metà degli anni Sessanta, si era esibito la settimana precedente - una serata che è stata poi ripubblicata nel 2020 grazie alle registrazioni della diretta radio di allora - ai Berliner Jazztage con il nome Universal Silence, che ben rappresentava un’idea di interazione con l’orecchio interiore del pubblico. 

Insieme sviluppano una musica fortemente collettiva, libera da gerarchie, ricca di ritualità e ipnotismi, lontana dalle formalizzazioni che negli stessi anni la nascente didattica andava inevitabilmente a costruire. Musica che potremmo inquadrare in un processo gioioso e istintivo di decolonizzazione, non tanto per l’apertura a pratiche e linguaggi esotici, quanto per l’idea di improvvisazione come lettura del mondo e dell’altro da sè.

Nell’anno in cui sia Ward che Brand/Ibrahim hanno raggiunto Cherry nella triste lista dei grandi musicisti che non sono più con noi, il disco è un omaggio a loro e a un’idea stessa di musica che rimane fresca e ispirante, un lavoro che documenta un momento in cui il jazz non stava semplicemente “aprendosi al mondo”, ma piuttosto provando a mettere in discussione - con tutte le ingenuità del caso -  l'idea stessa di dove il jazz possa avere origine, chi possa definirne il linguaggio e quale rapporto debba avere con l'ascoltatore.