Daniel Rossen, aristocratico e rurale

Il barocco folk “progressivo” di You Belong There, primo album da solista dell’ex Grizzly Bear

Daniel Rossen
Disco
pop
Daniel Rossen
You Belong There
Warp
2022

Disimpegnato ormai dai Grizzly Bear, stelle hipster di Williamsburg ammirate da Jonny Greenwood dei Radiohead e persino da Beyoncé e Jay-Z, Daniel Rossen ha deciso di mettersi in proprio pubblicando il primo album da solista, You Belong There, dopo aver saggiato il terreno nel 2012 con l’Ep Silent Hour/Golden Mile, seguito nel 2018 dal singolo Deerslayer, edito in occasione del Record Store Day.

Prossimo alla soglia dei 40 anni e da poco genitore, Rossen si è allontanato frattanto dall’habitat metropolitano trasferendosi nei dintorni di Santa Fe, zona di provenienza della compagna, l’artista visiva Amelia Bauer. Ecco l’appartenenza alla quale allude il titolo del disco, dove si coglie ripetutamente il riverbero della nuova dimensione in cui l’autore si è immerso: “Le pianure rosse di là del recinto sono calme da morire, ma qui c’è conforto, è una scelta vivere in questo modo”, dicono ad esempio i versi di “Celia”.

La natura sovrastante è fonte di serenità, ma al tempo stesso di sgomento: “Come un colpo sparato dall’alto, un uragano ha appena ripulito l’aria, mandando le acque a schiantarsi sul ponte”, recita l’incipit di “Tangle”. Oppure, durante “Shadow in the Frame”: “Sottoterra grandi placche s’incrinano e gemono e si spezzano, la terra trema a miglia di profondità”.

Quest’ultimo brano è adeguatamente rappresentativo del senso musicale dell’opera: a un agile arpeggio di chitarra – strumento elettivo per Rossen, che maneggiandolo utilizza accordature insolite ed esibisce qualità da virtuoso – si accompagna un sobrio contrappunto di violoncello e fiati creando il fondale idoneo ad accogliere l’intonazione elegiaca della voce.

E a proposito di strumenti, giova sottolineare che il protagonista ha fatto quasi tutto da sé, imbracciando – oltre a quelli citati – pure il contrabbasso e prodigandosi al pianoforte e ai sintetizzatori. Unica eccezione ricorrente è il batterista e percussionista Chris Bear, anch’egli reduce dalla band newyorkese, l’eco della quale si percepisce nella complessità barocca delle orchestrazioni, mentre in termini d’ispirazione siamo forse più limitrofi a Shore dei Fleet Foxes, cui non a caso Rossen aveva contribuito.

Ci troviamo dunque nell’area del folk “progressivo”, visitata già nell’iniziale “It’s a Passage”: un intricato madrigale che riporta alla mente il David Crosby esordiente di If I Could Only Remember My Name.

In altri momenti, viceversa, risalta una vaga affinità ai Buckley, padre e figlio: in particolare nell’intensità emotiva che permea l’andamento di “The Last One”, ballata impregnata dallo spleen dell’“amore non condiviso”.

Il repertorio esposto è vasto sul piano stilistico, incorporando elementi di classica cameristica (l’ambientazione di “Keeper and Kin”) e addirittura di free jazz (lo sbocco convulso dell’episodio che nomina l’album intero), senza dimenticare gli accenti latini di alcune composizioni, su tutte “Unpeopled Space”, al profumo di flamenco.

Benché non abiuri il passato, Daniel Rossen mira però altrove, seguendo l’istinto anziché la convenienza: «Non mi aspetto di avere chissà quale carriera davanti», ha confessato recentemente a “The Guardian”. Perciò You Belong There è soltanto un gran disco: aristocratico e rurale, come la prosa del premio Pulitzer Richard Powers. Sarà interessante ascoltarne la resa dal vivo nell’unico appuntamento italiano, il 12 maggio al Circolo della Musica di Rivoli.

 

Alberto Campo

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