Arooj Aftab e il Principe avvoltoio

Nel nuovo album Prince Vulture l’artista di origine pakistana Arooj Aftab concilia tradizione e contemporaneità

Vulture Prince Arooj Aftab
Disco
oltre
Arooj Aftab
Vulture Prince
New Amsterdam
2021

Quando viveva ancora con la famiglia a Lahore, in Pakistan, per dare sfogo alla vocazione musicale Arooj Aftab registrò nel 2004 una cover di “Hallelujah”, affidandola poi al flusso del web.

Conosceva la canzone di Leonard Cohen nell’interpretazione di Jeff Buckley, dichiarato estimatore di Nusrat Fateh Ali Khan, colui che aveva esportato nel mondo – attraverso la Real World di Peter Gabriel – i codici secolari del qawwali, canto devozionale del misticismo Sufi: un ascolto abituale in casa Aftab.

Partendo nel 2005 all’avventura verso gli Stati Uniti, la ventenne Arooj portava con sé quel bagaglio immateriale: obiettivo della sua missione era il Berklee College of Music di Boston, dove in seguito si diplomò assorbendo l’influenza del jazz e appassionandosi al minimalismo di Terry Riley. Trasferitasi infine a New York nel 2009, avviò là il proprio cammino artistico dopo un incontro illuminante con la connazionale Abida Parveen, considerata “regina della musica Sufi”.

Il suo debutto discografico, Birds Under Water, è datato 2015 e contiene la versione originaria di "Baghon Main”, brano che – riformulato – apre il nuovo lavoro, terzo della serie. Il Principe Avvoltoio del titolo allude al rituale funerario dello zoroastrismo, celebrato deponendo la salma in cima all’impalcatura circolare chiamata dakhma, la “torre del silenzio”, affinché i rapaci la scarnifichino, purificandola.

Il senso di morte che aleggia – senza gravità “occidentale” – su Vulture Prince è dovuto al corso degli eventi: nel 2018 Arooj Aftab ha perso il fratello minore, Maher, e una cara amica, la giornalista e fotomodella Annie Ali Khan, autrice del testo impiegato qui in “Saans Lo”. Sovente i versi da lei intonati appartengono ad altri: in “Last Night” – l’episodio più “contaminato” del lotto, con alcune parti in inglese e un inopinato ma irresistibile accento reggae – sono del teologo e poeta persiano del XIII secolo Jalāl al-Dīn Moḥammad Rūmī, mentre in “Diya Hai” la fonte è Mirza Ghalib e in “Mohabbat” Hafeez Hoshiarpuri, entrambi letterati indiani di lingua Urdu ed esponenti – rispettivamente nell’Ottocento e nel Novecento – della tradizione ghazal, componimento in rima affine al nostro sonetto.

A un contenuto narrativo in apparenza arcaico sono associate sonorità di natura contemporanea: nessuno strumento del folklore nativo, bensì archi, arpa, pianoforte, flicorno, chitarra, contrabbasso, batteria e addirittura un sintetizzatore Moog. «Prendo qualcosa di molto antico e lo porto nel presente», ha detto a “Pitchfork” per spiegare quale fosse l’intento perseguito.

Così facendo, Arooj Aftab esprime non solo la conciliazione fra mondi distanti ma la propria stessa identità, contraddittoriamente feconda: donna rispettosa della cultura di appartenenza e tuttavia da essa emancipata, poiché – ha confessato – beve alcol, fuma e bestemmia. Dall’aggraziato equilibrio tra quei fattori deriva un album intimo ed emotivo, in cui è piacevolmente straniante perdersi.

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