Wewantsounds, il piacere della riscoperta

Don Cherry, Dave Grusin e altre meraviglie nelle ristampe della Wewantsounds: l'intervista alla crew dell'etichetta francese

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Una perla dimenticata della ricca e colorata discografia del trombettista Don Cherry torna disponibile in vinile, grazie all’etichetta francese Wewantsounds.

Home Boy, Sister Out era stato originariamente pubblicato solo in Germania e Francia dalla Barclay nel 1985, prodotto da quel personaggio multiforme che risponde al nome di Ramuntcho Matta (figlio dell’artista Roberto Matta) e da allora non era mai stato ristampato.

Cherry - wewantsounds

Funky e quartomondista, il disco è fortemente influenzato dalla scena new wave newyorkese di quegli anni, e riflette non solo la vasta vision musicale di Cherry, ma anche il mix originalissimo della Parigi dei primi anni Ottanta. Con la presenza, tra gli altri, del poeta d’avanguardia Brion Gysin, del percussionista senegalese Abdoulaye Prosper Niang e della cantante Elli Medeiros,  Home Boy, Sister Out è un disco affascinante e originale, che ci ha spinto a fare una lunga chiacchierata con la crew della Wewantsounds, per conoscere meglio questa interessantissima etichetta e le sue ristampe in vinile.

Partiamo un po’ dall’inizio: com’è iniziata l’avventura della Wewantsounds? So che siete da un bel po’ nel business, ma cosa vi ha spinto a un progetto così specifico?

«Sì, abbiamo tutti lavorato a lungo con diverse etichette, occupandoci dello sviluppo artistico, una cosa che richiede sforzi, tempo e denaro… Occuparsi di ristampe è in un certo senso un modo di iniziare a lavorare senza occuparsi della promozione dell’artista e degli investimenti che questo richiede. Con le ristampe sei meno dipendente dagli artisti, dai manager e dalle necessità di tournée, quindi in un certo senso è un lavoro più maneggevole. Ed è anche un modo per concedersi qualche lusso e ristampare quello che più ci piace».

Come scegliete i dischi da ristampare? Sul vostro bandcamp c’è chiaramente scritto che il vostro lavoro è indipendente da qualsiasi “stile o periodo”, ma ci sono dei criteri o delle priorità nelle scelte?

«Non abbiamo alcuna strategia predefinita: di solito c’è una scintilla, un’idea che porta a un’altra e il tutto cresce organicamente man mano che la seguiamo. Probabilmente di base c’è un amore comune per la musica nera e il groove, così come il nostro mercato di riferimento che è quello dei DJ, ma in realtà poi le cose vanno in tante direzioni. Cerchiamo di tenere questo elemento del groove come un riferimento coerente, ma al di là di questo facciamo più o meno quello che abbiamo voglia di fare».

La ristampa più recente è quella di  Homeboy Sister Out di Don Cherry. Trovo che sia un disco molto significativo come testimonianza del suono di quegli anni.

«Cherry, che adoriamo, aveva già familiarità con quei suoni, aveva inciso Brown Rice pochi anni prima. Home Boy è una capsula del tempo che ha preservato il suono di Parigi dei primi anni Ottanta, quando Radio Nova è apparsa sulla scena cittadina, portando una pazzesca miscela di post punk, reggae/dub, funk e jazz. La particolarità di quella scena era la forte influenza di elementi africani e delle Indie Occidentali, legata alla relazione della Francia con le ex-colonie. C’erano  produttori coraggiosi e sperimentatori come Martin Meissonnier o Hector Zazou, per non dire di etichette come la Celluloid o la Crammed; mescolavano il suono di downtown New York con altri elementi e Home Boy è certamente l’esito di quella scena, con la produzione di Ramuntcho Matta».

È stato difficile ottenerne i diritti? Avete contattato Ramuntcho Matta direttamente? 

«Aveva passato un paio d’anni a New York, collaborando con musicisti come Peter Gordon, i Talking Heads, Laurie Anderson e John Cage, quindi era pienamente sintonizzato con quel suono. Quando tornò a Parigi nel 1980 fu naturale che si immergesse nella scena di Radio Nova, guidata da gente come il boss di Nova e direttore di Actuel, Jean Francois Bizot. Bizot aveva contatti dappertutto, era ricco di famiglia e dai suoi tanti viaggi portava molti elementi interessanti alla scena francese. Ramuntcho ha prodotto il disco e aveva il master, è stato molto semplice contattarlo. Dal momento che al tempo il disco era uscito solo in Francia e Germania, era felicissimo che questo lavoro, dopo trent’anni potesse essere conosciuto in tutto il mondo».

Passiamo a un’altra ristampa interessantissima, quella della colonna sonora di The friends of Eddie Coyle, scritta da Dave Grusin e mai pubblicata su disco all’epoca. Una musica con sonorità funky e cinematiche che  sono tornate molto attuali ultimamente.

«Siamo dei gran cinefili e siamo arrivati a questa colonna sonora guardando il film, che è di ormai 45 anni fa. Lo ha diretto il regista di Bullit, l’inglese Peter Yates. Aveva diretto nel 1967 Robbery (in Italia Rapina al treno postale), un film che contiene un pazzesco inseguimento di macchine per le strade di Londra. Pare che quando Steve McQueen ha visto il film sia andato fuori di testa e abbia voluto assolutamente Yates come regista di BullitEddie Coyle è del 1973 ed è un film che per qualche strana ragione non ha avuto il successo che meritava, ma che in realtà è fighissimo. È un film con un’atmosfera unica, un po’ Nuova Hollywood e la prima cosa che si nota quando lo guardi è quanto è fantastica la musica. Ce ne si accorge subito. È jazz, ma non è jazz… Molto ambientale e atmosferica, sembra una lunga suite, non si può propriamente dire che sia una colonna sonora funky, ma è molto funky… è l’unicità di Grusin, che ha scritto molte musiche per il telefilm Colombo con Peter Falk, ci sono un sacco di passaggi che sembreranno familiari a molti ascoltatori, come quelli con le percussioni per esempio».

È stato difficile mettere le mani sui nastri originali?

«No, è stato facile, perchè un’etichetta aveva ristampato questa colonna sonora in cd per il mercato americano pochi anni fa. Avevano fatto un buon lavoro, ma ora l’etichetta non c’è più e mancava la versione in vinile. Abbiamo chiesto a David Toop, che è un grande fan del film e della musica, di scrivere le note di copertina e al disegnatore Oliver Barrett di curare l’artwork, che è bellissimo. Siamo molto contenti dell’esito».

In effetti ogni vostra uscita ha un booklet molto ricco, con note originali e, quando possibile, interviste. Come lavorate a questo?

«Vogliamo sempre che ci sia una giusta introduzione ai dischi che ristampiamo e cerchiamo di coinvolgere scrittori che condividono le nostre linee estetiche. Avendo scelto di concentrarci sul vinile, che in qualche modo è un bene di lusso al giorno d’oggi, crediamo sia importante che gli acquirenti comprino qualcosa che vale davvero i soldi che spendono, per questo produciamo dischi gatefold o con nuove note di copertina. È una delle caratteristiche dell’etichetta».

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Tornando alle colonne sonore, un’altra ristampa molto interessante che avete curato è quella delle musiche di Serge Gainsbourg per il film Le Pacha (anche qui il titolo italiano con cui il film è conosciuto è più macchinoso: La fredda alba del commissario Joss). Come inquadrereste questa musica nella carriera di Gainsbourg?

«Gainsbourg ha sempre scritto musica per il cinema, quindi aveva una lunga familiarità con questa pratica. Di solito si aggiudicava il lavoro e poi metteva al lavoro i propri arrangiatori per fare il grosso del lavoro strumentale:  principalmente musicisti come Alain Goraguer, Michel Colombier (che aveva collaborato con Pierre Henry per la Messe Pour le Temps Present) e Jean Claude Vannier.
Le Pacha è una tipica colonna sonora di Gainsbourg: alcuni temi fantastici arrangiati da Colombier e lo stesso Gainsbourg che canta la mitica “Requiem pour un Con”».

Avete in programma di ristampare alter colonne sonore?

«Sono in programma, ma fino a che non firmiamo non possiamo sbilanciarci troppo…».

Passiamo a Orient di Hiroshi Sato, un disco ricercatissimo per anni dai collezionisti… Come lo avete trovato? Avete potuto lavorare sui nastri originali?

«Siamo dei grandi appassionati di musica giapponese, del modo in cui i giapponesi si appropriano di sonorità occidentali e le rielaborano alla loro maniera. Conoscevamo Sato e questo disco. I diritti sono della Universal e tramite un contatto alla Universal di Parigi siamo riusciti a trovare il disco. Era uscita una ristampa qualche anno fa per il mercato giapponese, motivo per cui era già stato rimasterizzato e si sente così bene. Tutti i pezzi erano andati al loro posto senza problemi!».

Avete annunciato per la fine dell’estate l’uscita della ristampa in vinile di Windows del chitarrista Jack Wilkins. Su Discogs l’originale della Mainstream costa ben più di 100€… che ci raccontate di questa uscita?

«Abbiamo ottimi rapporti con la Mainstream e siamo dei grandi fan del suo catalogo. È un’etichetta che si colloca in un certo senso tra la CTI e la Flying Dutchman, non così famosa, ma ci sono un sacco di perle nascoste nel suo catalogo. L’etichetta era di Bob Shad, un produttore leggendario, che aveva lavorato con Charlie Parker negli anni Quaranta, fondato la EmArcy nei Cinquanta e messo per primo sotto contratto Janis Joplin nei Sessanta. Uno che ha prodotto “Only You” dei Platters e che ha lavorato negli anni con Billie Holiday, Carmen McRae, Cannonball Adderley e altri, mica male no? È anche nonno del produttore Judd Apatow! Dava possibilità a molti giovani musicisti e Jack Wilkins era uno di loro. È un chitarrista fantastico e questo lavoro del 1973 per la Mainstream è molto intenso: contiene una versione di “Red Clay” di Freddie Hubbard che è stata campionata dagli A Tribe Called Quest nel 1993 su “Sucka Nigga” dal disco Midnight Marauders. Poi nel 2013 l’ha campionata anche il rapper Chance per “NaNa”, per quello il disco è molto richiesto… Sarà la prima volta che il vinile viene ristampato dal 1973 e abbiamo trovato delle fotografie inedite della seduta di registrazione, le pubblicheremo di certo con il disco. Il batterista del disco, Bill Goodwin due anni dopo suonerà anche su Nighthawks at the Diner di Tom Waits».

La Wewantsounds aveva iniziato l’attività pubblicando delle raccolte, di bossa, funk, disco music. Continuerete anche con le antologie o sposterete del tutto questo concept sulla sezione playlist/Mixcloud del sito?

«Probabilmente sarà così, ma bisogna avere molta attenzione, devo dire che hai toccato un argomento davvero cruciale. Quando parliamo di repertorio vintage, c’è ancora un buon mercato se trovi la giusta prospettiva, ma se guardiamo alle compilation di cose nuove, è un ambito in cui Spotify e altre playlist spadroneggiano, cosicchè sta diventando molto difficile venderle se non hai un brand molto conosciuto».

Quante copie stampate di ciascun disco? E quali sono i vostri principali canali di distribuzione?

«Dipende da artista a artista e da disco a disco, di solito stampiamo circa 800 vinili e vediamo come va. Se funziona e la gente inizia a parlarne e a richiederlo, possiamo anche arrivare a 2-3000 copie. Principalmente vendiamo attraverso negozi indie e il nostro Bandcamp. Abbiamo un catalogo ancora relativamente contenuto e quindi non andiamo ancora a fiere e cose simili, ma non escludiamo presto di farlo».

Che idea vi siete fatti del mercato del vinile? Quali sono suoi limiti ( in termini di scala, ma non solo) di questa tendenza e quali invece le possibilità ancora da esplorare?

«Il mercato del vinile ha portato una boccata di aria fresca all’industria discografica e questo è comunque un fatto positivo. Ha reso nuovamente “fico” andarsi a comprare un disco. C’era un periodo alla metà degli anni Zero, in cui c’era un’atmosfera cupa e entrare in un negozio di dischi era un’esperienza deprimente. In questo senso è bello che le persone si rendano conto che esperienza fantastica sia andare a comprarsi un disco in un negozio della città. Il limite è che non si capisce mai se sia una cosa momentanea o meno. Poi non siamo dei cacciatori di rarità così ossessionati e questo può rivelarsi limitativo in un mercato in cui la rarità funziona sempre. Se tieni conto che ci sono poi etichette che ristampano qualsiasi cosa, saturando il mercato con cose di serie B… il quadro è vario».
Che ci potete dire delle prossime uscite?

«Pubblicheremo i dischi di uno dei musicisti giapponesi più talentuosi… ti possiamo dire solo questo per ora…».

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Sogni nel cassetto?

«Il sogno nel cassetto è sempre il prossimo disco che riusciremo a pubblicare. Non abbiamo particolari sogni nel cassetto, tieni conto che le ristampe sono un gioco in cui otto progetti su dieci non vanno a buon fine per un  motivo o un altro: non trovi il master, l’etichetta non concede i diritti, li concede a qualcun altro, eccetera. Bisogna armarsi di pazienza, a volte ci vogliono mesi per chiudere un progetto, quindi ogni volta che ci riusciamo è un sogno che si realizza. Con Hiroshi Sato è stato bellissimo, perché ogni cosa era al suo posto: musica bellissima, disco raro e ricercato, storie interessanti sul musicista, copertina fantastica. Ed era disponibile! Con Eddie Coyle è stata un po’ la stessa cosa: siamo orgogliosi del risultato, così come di quello di Cherry, con una storia e un suono pazzeschi. Più procediamo e più idee ci vengono, più ci viene voglia di esplorare nuove direzioni ed è davvero eccitante far conoscere a così tante persone della musica che hai riscoperto tu!».

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