Selfie con dischi #11: Raffaele Melina

La nostra rubrica dedicata agli "ascoltatori forti", gli irriducibili appassionati di dischi nell'epoca dello streaming 

Selfie con dischi raffaele melina
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Ascoltatori appassionati, collezionisti irriducibili, indomiti sognatori, enciclopedie viventi: sono i tanti uomini e donne che, pur avendo un altro lavoro, fanno dei dischi e della musica una delle attività più importanti della loro quotidianità. A queste persone, portatrici di stimoli, idee, emozioni e cultura musicale, abbiamo deciso di dedicare una rubrica, Selfie con dischi, un veloce ritratto in cui possono raccontare se stessi, la loro passione e, soprattutto, suggerirci un sacco di ascolti!

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Oggi è la volta di Raffaele Melina.

Raffaele Melina - selfie con dischi

Nome: Raffaele Melina

Dati personali: 56 anni, medico, Avellino

Dischi posseduti: Soprassediamo sul numero… ho un cartellino arancione, siamo su livello avanzato o sconfinato, sarei da doppio rosso

Formati: tutti

Generi preferiti: tanti

 

Quante ore di musica ascolti mediamente al giorno e in che momenti?

«Sempre e non ho pietà per quelli che stanno intorno a me! 5-6 ore diciamo».

C’è un formato che preferisci? 

«Non saprei, mi va bene tutto, anche le cassette; divento sono insofferente con la musica liquida, ma a volte è necessario; mi piace quando un artista accompagna il vinile o il cd con un disegno, uno scritto, una parola, credo sia un segno di grande rispetto nei confronti dell’ascoltatore».

Quando hai comprato il tuo primo disco? Ti ricordi qual era?

«“1-2-3-4 Gimme Some More!” , un 45 giri dei Fratelli La Bionda… ed è stato poi sempre così, di musica ne ho voluta sempre di più di vita».

Dove acquisti principalmente i dischi?

«Ovunque, in passato nei negozi, adesso su Discogs e Bandcamp».

Ci sono dischi che ascolti dedicandoti solo a quello e altri che ascolti facendo altre attività? 

«No, ormai ho un orecchio allenato, un ascolto è un “ascolto” e riesco a percepirlo con più parti del cervello; vedo le cose musicali come la confluenza di idee e di correnti, per cui un genere non è mai un’entità ben definita e facilmente individuabile; vi sono tante sfumature che arricchiscono quello che definiamo poi genere  che finisce per diventare un’entità sempre più grande, un oceano astratto, un guazzabuglio di sensazioni ed emozioni».

Esiste un disco che hai amato tanto e che ora non riesci più a ascoltare, che non ti piace più? 

«Un qualsiasi disco dei Beatles o dei Rolling Stones… Uh mamma l’ho detto! Gli anni di questi dischi cominciano a sentirsi, e poi li ho consumati».

Possedendo tutti quei dischi, quante volte in media ascolti in un anno un disco nuovo? 

«Domanda difficile, perché un orecchio allenato non ascolta più, decodifica e il secondo e il terzo ascolto possano essere ridondanti; quando si evolve purtroppo la fase sognante e emozionale che si può ritrovare solo nel primo ascolto svanire repentinamente; a volte capita che un disco o una proposta siano veramente complessi e richiedano un secondo ascolto; il terzo ascolto per me rappresenta un momento chiarificatore cioè di giusta collocazione spazio- temporale rispetto all’opera dell’autore o rispetto al flusso».

«Un orecchio allenato non ascolta più, decodifica, e il secondo e il terzo ascolto possano essere ridondanti; quando si evolve purtroppo la fase sognante e emozionale che si può ritrovare solo nel primo ascolto svanire repentinamente».

Ci sono dischi recenti che pensi ascolterai ancora tra 10 anni? 

«Anche qui come sopra, l’ascolto è riduttivo, è una decodificazione; la materia non è statica anzi è molto dinamica; un ascolto prelude ad altri ascolti».

Quali sono i tre dischi che più hai ascoltato (o ritieni di avere ascoltato) nella tua vita di ascoltatore e quelli che più hai ascoltato negli ultimi mesi?

«Swoon dei Prefab Sprout, Skylarking degli XTC, tutti i Sonic Youth, per quanto riguarda la mia vita di ascoltatore. Many Rivers di Andy Hay, La disparition d’Everett Ruess di Emmanuel Tellier, See Tomorrow degli Innocence Mission tra le cose recenti. Ti dirò però anche qual è la mia canzone: è “Moon River”, credo di averne collezionato centinaia e centinaia di versioni, veramente le più disparate. Ma la cosa più bella è commovente è nata con Daniel Knox, un artista che amo moltissimo e con cui ho avuto la possibilità di comunicare quando era molto attivo su Facebook. Un giorno ho postato una versione rara di “Moon River” che ho in un 45 giri di una cantante soul minore americana e lui mi ha chiamato in privato confessandomi che anche lui era tormentato da questa canzone e dicendomi che quella versione gli aveva in qualche modo fatto capire quale era il passaggio che lo affascinava. Con mia grande sorpresa dopo un po’ mi ha inviato una sua versione al piano, struggente, magnifica, cinematografica, impressionante».

Dovessi consigliare un solo disco della tua collezione a una persona che non lo conosce, quale sarebbe?

«No, dai uno solo non posso… Devo dare almeno quattro spunti per illustrare una delle tante  dimensioni tangibili, la profondità: Tabula Rasa di Arvo Pärt, Music For 18 Musicians di Steve Reich, lo Stabat Mater di Verdi e Radio Ethiopia di Patti Smith».

Tabula Rasa di Arvo Pärt - selfie con dischi

 

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