Peter Brötzmann, l'ultimo dei romantici

Muore a 82 Peter Brötzmann, uno dei giganti dell'improvvisazione europea: lo ricordiamo in 10 dischi

Peter Brotzmann
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jazz

La musica passa, il suono resta. Non è facile trovare le parole giuste per dire addio a un gigante vero come Peter Brötzmann. La scomparsa a 82 anni di uno dei padri nobili dell'improvvisazione radicale europea, la fine di una parabola umana e artistica durata poco meno di sei decenni, lascia un vuoto talmente grande che solo in queste ore di unanime commozione se ne intuiscono le reali dimensioni.

Impossibile sovrastimare il contributo di Brötzmann all'idea di free jazz nata e cresciuta nel cuore antico del vecchio continente, risposta e riflesso dopo la spallata assestata alla black music dai vari Coltrane, Shepp e Sanders. L'uomo con il sax che venne dal dixieland e da Remscheid, città tedesca rasa al suolo dagli alleati durante la battaglia per la Ruhr (profetico che tutto sia iniziato con una tempesta di fuoco), è praticamente ovunque a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta; perno e motore di una rivoluzione etica ed estetica inaugurata dall'ottetto di Machine Gun, disco manifesto che funziona da innesco per l'esplosione della “new thing” a livello continentale. Germania (Peter Kowald, Buschi Niebergall), Olanda (Han Bennink, Willem Breuker), Belgio (Fred Van Hove), Svezia (Sven-Åke Johansson), Gran Bretagna (Evan Parker): una sorta di internazionale dell'improvvisazione chiamata a raccolta per un vero e proprio sabba fondativo.

A seguire di tutto e di più: dai rumorosi passaggi nei ranghi della Globe Unity, altra formidabile sintesi degli intenti collettivi di più generazioni, ai passi di danza incrociati con Misha Mengelberg e l'olandese ICP; dalla nascita grazie a Jost Gebers del laboratorio FMP (Free Music Production, palestra grafica oltre che musicale), ai contatti frequenti con il Giappone e il Sud Africa (il trio con Louis Moholo ed Harry Miller); dalle sbandate noise-rock con i Last Exit di Bill Laswell, alle collaborazioni americane con i vari Cecil Taylor, Andrew Cyrille, William Parker, Fred Hopkins, Rashied Ali, Hamid Drake e Joe McPhee; dal varo del fenomenale Chicago Tentet, esattamente a metà strada tra il Midwest e la Scandinavia, alle puntuali sortite in solo.

Il tutto dall'alto di un'idea immutabile e granitica di suono e di improvvisazione, di una presenza gigantesca, di un approccio ayleriano alle dinamiche e alle ance (tenore, contralto, baritono, soprano, clarinetti, tarógató).

Sempre e comunque Brötzmann: intransigente, impermeabile a qualsiasi condizionamento, fedele a sé stesso fino al limite più estremo e politico della coerenza. Un monolite nero dalle superfici levigate nelle quali, di volta in volta, si specchiavano i contesti cangianti che gli venivano costruiti attorno. “L'ultimo romantico”, l'ha definito di recente la rivista tedesca Jazz Thing dedicandogli la foto di copertina.

Definizione più che azzeccata alla luce degli insospettabili slanci a tutto cuore dei quali era capace (14 Love Poems non a caso è il titolo di uno dei suoi dischi in solo più emozionanti), della traboccante generosità di spirito nonostante i proverbiali modi bruschi e le sferzate di urticante schiettezza, del carico di umanità che si portava dentro e che era impossibile non percepire come verità assoluta, come l'asserzione di un'unicità incontrovertibile. Un modello, un esempio. Brötzmann fino alla fine.

Da scoprire o riscoprire lungo dieci dischi messi in fila in modo del tutto arbitrario e personale.

For Adolphe Sax, BRÖ/FMP (1967)

Il preludio obbligato al capitolo primo. Siamo nell'estate del 1967 e il trio è quello completato da Peter Kowald al contrabbasso e  Sven-Åke Johansson alla batteria. Uno schiaffo a mano aperta che arriva dritto in faccia all'Europa dei festivalini borghesi, uno strappo che sa di avanguardie storiche. Al tenore e al baritono Brötzmann è già dentro e oltre la lezione ayleriana, perfettamente a fuoco in un disco che ha le fattezze mostruose e il ghigno compiaciuto del gemello cattivo di Spiritual Unity. Da qui in poi niente sarà più come prima.

Machine Gun, BRÖ/FMP (1968)

L'inizio ufficiale della “long story short” fissata su nastro in mezzo secolo abbondante di avventure sonore. Uno delle chiavi di accesso al multiverso free jazz, il lato oscuro di Ascension. Anche se il modello di riferimento, in pochi lo sanno, è l'orchestra di Lionel Hampton; e in particolare la sezione sassofoni, con i vari Arnett Cobb, Illinois Jacquet, Al Sears, Dexter Gordon, Earl Bostic e Charlie Fowlkes a macinare swing nel pieno della rivoluzione bebop.

Machine Gun è una rivendicazione feroce del diritto alla libertà, all'esistenza, un urlo squassante oltre che il certificato di nascita di un movimento paneuropeo. Lo si dice spesso, è vero, e spesso a sproposito, ma mai come in questo caso non c'è altra definizione adeguata: un disco imprescindibile.

Outspan No1, FMP (1975)

Il Brötzmann della prima maturità con alcuni dei sodali più fedeli: Han Bennink, Fred Van Hove e Albert Mangelsdorff. Un condensato di Peter-pensiero che non lascia spazio all'immaginazione. Flusso materico, meta-monkiano, carnalmente astratto. Poche ciance, tanta verità.

Schwarzwaldfahrt, FMP (1977)

Nel mezzo della Foresta Nera l'impossibile utopia di un'improvvisazione a tre con gli elementi della natura. Il compagno di bischerate è il cappellaio matto Han Bennink, alle prese, come Brötzmann, con strumenti di ogni tipo (clarinetti, sax soprano, banjo, viola, fischietti, percussioni) e con quanto offre il bucolico contesto (i tronchi degli alberi, le pietre, la terra, l'acqua). Il risultato? Uno dei dischi più singolari e affascinanti sui quali vi possa capitare di posare le orecchie, ristampato anche in versione doppia con materiale inedito. Totale.

Andrew Cyrille Meets Brötzmann in Berlin, FMP (1983)

Berlino capitale della “freie Musik”, Berlino terreno ideale per l'incontro con uno degli alfieri della “free music” americana nelle vesti (anche) di scudiero di Cecil Taylor. Cyrille e Brötzmann a ruota libera in un disco che è un saggio sull'arte del duo. Nient'altro da aggiungere.

Last Exit, Enemy Records (1986)

Brötzmann fa il rock. Con Sonny Sharrock, Bill Laswell e Ronald Shannon Jackson a coprirgli le spalle. Nel pieno degli anni Ottanta a tinte dark, tra suggestioni no wave e deflagrazioni di puro noise, uno degli esperimenti più sconcertanti in ambito “new music”. Una band non a caso leggendaria, capace di arrivare alle orecchie di un pubblico abituato agli azzardi e di attirare l'attenzione persino di Herbie Hancock e Ginger Baker. Mazzate di fuoco, con John Zorn a prendere appunti.

Songlines, FMP (1994)

Datemi Rashied Ali e Fred Hopkins e vi solleverò in mondo. Lo dico? Il mio disco preferito di Brötzmann. Che si mette faccia a faccia con il batterista del secondo Coltrane saldando i conti con l'eredità del free americano, quello calato come un uragano sull'Europa in tumulto dei Sessanta e sul giovane Peter già folgorato da Sidney Bechet. A chiudere il triangolo con il terzo lato, un pezzo della Chicago AACM. Che altro chiedere?

The Chicago Octet/Tentet, Okka Disk (1998)

L'ennesimo ponte tra scene, l'ennesima chiamata alle armi. Scandinavia-Chicago-Wuppertal con biglietto di andata e ritorno. Raccolte attorno al maestro, in un triplo Cd definitivo, alcune delle menti migliori della generazione di mezzo e non solo: Mats Gustafsson, Jeb Bishop, Ken Vandermark, Mars Williams, Hamid Drake, Michael Zerang, Kent Kessler, Fred Lonberg-Holm e il veterano Joe McPhee. Brividi.

Never Too Late But Always Too Early, Eremite (2003)

Doppia entusiasmante razione di una delle formazioni più durature allestite da  Brötzmann nel corso dei decenni: il trio americano con William Parker e Hamid Drake. Il timbro è quello della Eremite Records, che dà forma e sostanza di disco a una serie di feroci escursioni nei territori del tutto è possibile. Un documento musicale e umano straordinario, dedicato a Peter Kowald, che è anche un monumento alla persistenza di un suono, di una visione. Commovente.

I Surrender Dear, Trost (2019)

L'ultimo disco in solo. Al tenore: punto e basta. Con tutta la meravigliosa fatica e la straziante dolcezza che un eterno reduce come Brötzmann sapeva soffiare dentro lo strumento negli anni del crepuscolo. Un testamento malinconico, un addio anticipato da occhi lucidi e cuore tremante.

Grazie di tutto, Herr Brötzmann.

 

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