Paolo Fresu racconta "Ascensore per il patibolo" di Miles Davis
Intervista a Paolo Fresu in occasione del cine-concerto di "Ascensore per il patibolo" come omaggio a Miles Davis, il 19 settembre 2026 al LAC - Lugano Arte Cultura
17 settembre 2026 • 6 minuti di lettura
All’interno del ricco cartellone
della stagione 2026/2027 di LAC Lugano Arte e Cultura, un ampio spazio è
dedicato al rapporto tra il cinema e la musica. Il 19 settembre, infatti, si
terrà un attesissimo cine-concerto (commissionato e già testato nell’ambito di
Vicenza Jazz 2026), per cui la proiezione di Ascensore per il patibolo
(1958, Louis Malle) sarà accompagnata dall’esecuzione dal vivo della colonna
sonora del film a cura di Paolo Fresu Quintet. Lo storico quintetto jazz,
attivo dal 1984, proporrà una nuova musica originale realizzata a partire da un
profondo rispetto per il lavoro originario svolto da Miles Davis (di cui quest’anno
ricorre il centesimo anniversario della nascita) e da un’attenta sessione di
improvvisazione.
Per l’occasione, abbiamo avuto modo di intervistare Paolo Fresu che
ci ha guidato attraverso la genesi e lo sviluppo di questa importante
produzione.
Da dove nasce questo cine-concerto e come mai proprio Ascensore per il patibolo di Louis Malle?
«Il progetto nasce dal centenario di Miles Davis, per il quale io mi trovavo molto preparato perché due anni e mezzo fa misi in piedi un lavoro teatrale che si chiamava kind of MILES e che era il mio terzo progetto teatrale. Ho iniziato con uno dedicato a Chet Baker e ormai dieci anni fa ne ho fatto uno intermedio; quindi, mi pareva giusto chiudere questa trilogia con Miles Davis. Ma, sinceramente, non mi ero reso conto che quest’anno si sarebbe festeggiato un anniversario così importante per Miles, artista a cui sono molto legato; in seguito, sono stato coinvolto in tutta una serie di manifestazioni legate a lui, non solo in Italia ma anche all’estero.
Ad esempio, a Francoforte con l'Orchestra della Radio e tre trombettisti abbiamo
reinterpretato Porgy and Bess, Sketches of Spain e Quiet
Nights. Poi, ho anche incentivato e prodotto con la mia etichetta Suite
for Miles, il nuovo disco di Giovanni Falzone e ho anche curato la
prefazione della riedizione dell’autobiografia di Miles Davis edita da Minimum
Fax.
Quindi, quando mi è stato chiesto se volevo rilavorare le musiche di Ascensore
per il patibolo, ho detto immediatamente di sì; in realtà, l'avevo già
fatto molti anni fa insieme ad Aldo Romano, Franco D'Andrea e addirittura a
Pierre Michelot ovvero il bassista che registrò insieme a Miles le musiche
originali del film. Il concerto si svolse proprio in un piccolo teatro di
quella banlieue parigina dove c'è l'hotel che ambienta una buona parte
della pellicola.
Poi, chiaramente Ascenseur pour l'échafaud è un disco che ho molto amato e ascoltato spesso, così quando Riccardo Brazzale (direttore del Vicenza Jazz Festival) mi ha chiesto di rifare questo progetto, ho subito accettato e ho pensato al mio quintetto italiano, in modo da “ristoricizzare” Ascensore per il patibolo con un gruppo che esiste dal 1984 e i cui membri sono sempre rimasti invariati: io al posto della tromba di Miles Davis, Tino Tracanna al posto del sassofono di Barney Willen, il pianoforte di Roberto Cipelli invece di quello di René Urtreger, il contrabbasso di Attilio Zanchi al posto di quello di Pierre Michelot e la batteria di Ettore Fioravanti invece di quella di Kenny Clarke.»
Che tipo di lavoro avete svolto in relazione alle musiche originali di Miles Davis per il film?
«Innanzitutto, volevamo che il film fosse presentato esattamente nella sua versione integrale e originale in francese. Circa la parte musicale, abbiamo dovuto ricostruirla noi e non è stato facile dato che la musica di Miles non prevede temi. Lui aveva sostanzialmente improvvisato in studio; all’inizio del film c'è una sorta di piccolo tema o, meglio, uno spunto improvvisativo che talvolta ritorna, si tratta di poche note di tromba in qualche modo riconoscibili. Se uno ha una partitura, si appoggia a quella e in qualche modo la ricostruisce; in questo caso, però, c'erano solamente situazioni sonore, che Louis Malle poi aveva tagliato e collocato nel film. Il nostro obiettivo è stato da un lato rispettare la musica originale, dall’altro cercare di restare noi stessi, evitando di sembrare una cover band; quindi, in generale, abbiamo lavorato sul rispetto delle atmosfere sonore del film.
Tra l’altro,
Ascensore per il patibolo è stato registrato un anno prima di Kind of
Blue e io sono convinto che, sebbene il primo sia un disco totalmente
improvvisato, potrebbe essere comunque essere interpretato come la prova
generale del secondo. Infatti, in Ascensore per il patibolo c'è molta
modalità, ci si muove su un uno o due accordi, su situazioni molto calme in cui
c'è spesso molto silenzio, per cui ho veramente la netta sensazione che Miles
quand’era in studio a Parigi stesse in qualche modo provando le prime cose di Kind
of Blue, oppure al contrario, che le musiche del film di Malle fossero
state lo spunto per concepire Kind of Blue.
Queste sono tutte le riflessioni che ci siamo posti e che abbiamo risolto
dandoci noi stessi delle risposte rispetto a un lavoro che conoscevamo
benissimo e dove la risposta è forse già di per sé in una nota di uno
strumento.»
Come avete lavorato in termini di nazionalità, ovvero Miles Davis era un americano al lavoro sulle musiche di un film francese, mentre lei e il suo quintetto siete degli italiani al lavoro sulle musiche fatte da uno statunitense per un film francese. Nel vostro lavoro, c’è dunque un pizzico di italianità?
«Indubbiamente, perché nel momento in cui siamo noi a suonare, tutta quella rielaborazione passa attraverso la personalità di cinque artisti che non sono né americani né francesi; però, direi che in questo caso, dove la musica è al servizio del film, noi non dobbiamo e non vogliamo mai essere in primo piano. L'errore più grande sarebbe pensare che questo sia un concerto semplicemente accompagnato dalle immagini di un film. No, è esattamente il contrario, anche perché si tratta di un film moto bello e intelligente; dietro c’è un'attenzione emotiva molto forte e la pellicola anticipa anche alcune cose di oggi, come certi discorsi sul ruolo della donna. E poi, c’è una Parigi bellissima, tutta in bianco e nero.
Non saprei dire se dal nostro lavoro esca fuori un lato italiano. Ad esempio, io e Tino che suoniamo la tromba e il sassofono non possiamo discostarci troppo dal suono della tromba di Miles, che sicuramente è uno degli elementi caratterizzanti di Ascensore per il patibolo. È pur vero, tuttavia, che io suono in maniera abbastanza melodica e questo fa parte del nostro mondo; quindi, forse, c’è un'italianità di fondo relativa proprio all’utilizzo della melodia, un’inclinazione che appartiene a tutto il nostro gruppo.»
Come lavorate durante le prove e quanto di quello che provate insieme finisce poi sul palcoscenico?
«Abbiamo cercato di provare il meno possibile, perché avevamo bisogno di mantenere una spontaneità che in qualche modo potesse inserirsi sulla musica. Quello che abbiamo fatto, soprattutto la prima volta a Vicenza, è stato proprio lavorare sul film per individuare i momenti dove la musica era necessaria e quali ingressi, quali uscite, quali mood dovesse avere quella musica. Non c’era niente da provare, non ci sono delle note da leggere o un tema da ricordare; bisognava lavorare su un'altra idea e questo lavoro è stato più che altro sulla rilettura di quel film, che noi abbiamo visto più volte per prendere tutti gli appunti necessari.
Dopodiché, abbiamo alterato, eliminato o aggiunto alcune cose; quindi, più che un lavoro di prova sulla musica è stato un lavoro proprio di cesello nella costruzione della nuova partitura musicale, che in buona parte considera quella originaria per quanto riguarda gli ingressi, le uscite e i mood. Ad esempio, ci sono tantissimi momenti dove, nella versione originale, la musica non c'è e noi abbiamo voluto inserirla, oltre al fatto che abbiamo voluto chiudere il film non con il tradizionale Générique, bensì con una versione di So What, il brano più noto dell'album Kind of Blue.
Dunque, noi abbiamo interiorizzato una nuova partitura e siccome questa è totalmente improvvisata, è evidente che ogni volta che la suoneremo sarà diversa, secondo il principio che aveva usato anche lo stesso Miles Davis. Ad esempio, la versione che faremo a Lugano il 19 settembre sarà diversa da quella che abbiamo fatto a Vicenza e da quella che faremo a Milano.»