L'ultimo dei giganti. Addio a Sonny Rollins
Il grande sassofonista si è spento a 95 anni. Lo ricordiamo ripercorrendo gli anni d'oro della sua carriera
29 maggio 2026 • 7 minuti di lettura
«Se fossimo costretti a identificare il jazz con un solo musicista, la scelta potrebbe ricadere su Sonny Rollins», scrivevo in apertura del capitolo dedicato al “Saxophone Colossus” del mio libro Storie di Jazz (Arcana, 2015), per la capacità del musicista di incarnare in modo sempre sorprendente la simbiosi totale tra un improvvisatore e il proprio strumento.
Se fossimo costretti a identificare il jazz con un solo musicista, la scelta potrebbe ricadere su Sonny Rollins»
Sebbene sia passato qualche anno da quel capitolo (un capitolo che suscitò anche qualche piccola polemica, per la scelta – che rivendico anche qui, ma ne scrivo più sotto – di ignorare quasi del tutto quello che Rollins ha fatto dalla metà degli anni Settanta in poi) credo di non avere cambiato idea.
In occasione della scomparsa del sassofonista newyorkese (che era ormai inattivo da qualche anno, ma che in un certo senso ha incarnato anche - con l’iconica barba bianca - l’immagine dell’ultimo dei giganti del jazz classico) mi pare giusto salutarlo ripercorrendo rapidamente questa ineguagliabile avventura.
Le origini: Harlem, il bebop e i maestri
Crescere ad Harlem negli anni Trenta e Quaranta è la circostanza ideale per un musicista. Nella famiglia Rollins la musica è di casa: fratello e sorella frequentano la High School of Music and Arts, e il sassofono contralto di un cugino diventa presto oggetto del desiderio per il quattordicenne Sonny. Sono gli anni del boom del bebop e di Charlie Parker, ma anche gli anni in cui l'influenza dei due grandi "padri" del tenore — Coleman Hawkins e Lester Young — plasma la nuova generazione, tra cui un Rollins.
La frequentazione con i due geni pianistici del momento, Thelonious Monk e Bud Powell, lancia presto il nome di Rollins come la più talentuosa delle promesse. Arrivano le prime incisioni — con il cantante Babs Gonzales, con il trombonista J.J. Johnson, con lo stesso Powell per la Blue Note. Con la fama arriva però anche lo spettro dell'eroina, elemento tristemente diffuso nei jazzisti di quegli anni: Rollins ne uscirà, come Coltrane, solo a metà degli anni Cinquanta, attraverso un percorso faticoso ma deciso di rinascita fisica e spirituale.
Il primo periodo d'oro: 1954–1958
Liberatosi dalla dipendenza, Rollins esplode. La sua attività è frenetica: suona e incide con un numero impressionante di maestri, senza mai essere incasellato perfettamente nell'hard bop — un'etichetta semplicistica per un musicista di tale complessità. Nelle incisioni di questo periodo spiccano la collaborazione con Miles Davis in Bags' Groove (con classici rollinsiani come “Doxy” e “Oleo”) e il primo disco a proprio nome, Moving Out, impreziosito dalla presenza inconfondibile di Monk.
Nel 1955 Rollins entra nel fenomenale quintetto di Clifford Brown e Max Roach in sostituzione di Harold Land. La tragica morte di Brown interrompe presto l'incanto, ma quel sodalizio produce Sonny Rollins Plus 4: un disco spettacolare che rivela le caratteristiche destinate a diventare il marchio del musicista — senso del blues, ironia pungente, costruzione degli assoli con straordinaria coerenza, potenza del suono e energia della pronuncia.
Il biennio 1956–1957 è di stupefacente creatività: in meno di un mese tra maggio e giugno del '56 Rollins registra Tenor Madness (che contiene uno storico incontro con Coltrane nel blues omonimo; i due erano ottimi amici anche quando le cronache li volevano "rivali") e Saxophone Colossus, vero scrigno di capolavori, con “St. Thomas” che legherà per sempre il calypso al nome del sassofonista.
Inizia poi la collaborazione con la Blue Note, che frutta cinque dischi imprescindibili: i due Vol. 1 e Vol. 2, i due live al Village Vanguard e il profondo Newk's Time. In parallelo, Rollins esplora la formula del trio senza strumento armonico — solo contrabbasso e batteria — con esiti eccellenti.
La summa di questa triangolazione arriva con Way Out West e Freedom Suite, due lavori al vertice assoluto del jazz moderno. Con pochi elementi, l'architettura rollinsiana si fa ancora più evidente: la Freedom Suite in particolare è un prototipo di essenzialità che anticiperà molti lavori del jazz impegnato a venire.
Il ritiro e il ritorno
Al termine degli anni Cinquanta — dopo Trio + Brass e And The Contemporary Leaders — Rollins prende la clamorosa decisione di ritirarsi dalla scena per una pausa di riflessione. Incomprensibile, in apparenza, per un musicista al top del successo, ma motivata da problemi personali e da una sensibilità fuori dal comune che richiedeva studio, silenzio e assenza di pressioni.
La leggenda vuole che Rollins si esercitasse di notte sul ponte di Williamsburg, per non disturbare i vicini. Un giornalista lo scopre per caso: la trovata — più o meno involontaria — lo riproietta sulla scena nel 1961, in piena trasformazione del jazz verso la New Thing.
Il secondo periodo d’oro: gli anni Sessanta
Pur rimanendo sostanzialmente estraneo alla New Thing e alle sintassi del free, Rollins le incontra in modo trasversale, soprattutto nello straordinario quartetto con Don Cherry alla tromba, Henry Grimes al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria: ne nasce Our Man In Jazz, disco di confine e di grande bellezza.
I lavori degli anni Sessanta per la RCA e per la Impulse! — The Bridge, What's New, Sonny Meets Hawk (simbolico ricongiungimento con il "padre" Coleman Hawkins) — brillano per varietà di atmosfere e reinvenzione della tradizione. I tre dischi per la Impulse! (On Impulse!, Alfie, East Broadway Run Down) spingono invece il musicista verso una voracità improvvisativa ancora più radicale.
East Broadway Run Down in particolare, registrato con Freddie Hubbard e la sezione ritmica di Coltrane (Garrison e Elvin Jones), rappresenta il punto di non ritorno: il materiale tematico si riduce all'osso, ma la filosofia rollinsiana dello scavo improvvisativo è portata ai propri limiti massimi, dilaniata tra il linguaggio free e la propria lucida autoconoscenza attraverso la musica.
Il paradosso del gigante solitario
Dagli anni Settanta in poi la produzione di Rollins si fa discontinua: la scelta di non avere band stabili e di circondarsi di comprimari funzionali solo a esaltare le sue devastanti doti improvvisative segna una svolta. Fanno eccezione momenti luminosi come The Solo Album (1985), registrato in ispirata solitudine nel Giardino delle Sculture del MoMA.
Geniale artista o solenne egoista? Mistico o gigione? Interprete personalissimo o vittima della mitizzazione della figura dell'improvvisatore?
Come scrivevo allora, Rollins resta un enigma affascinante: geniale artista o solenne egoista? Mistico o gigione? Interprete personalissimo o vittima della mitizzazione della figura dell'improvvisatore?
Probabilmente tutto questo e la mancanza di una risposta certa è proprio ciò che rende le sue incisioni tra gli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta ancora oggi capaci di suscitare la stessa perturbante emozione che può cogliere chi si affacci su un abisso.
Buon viaggio, Sonny!
I 10 dischi da avere
1. Saxophone Colossus — Prestige, 1956
Il disco-manifesto. Contiene "St. Thomas", il calypso che ha reso Rollins immortale, e una serie di tracce che definiscono il suo linguaggio in modo definitivo: blues bruciante, ironia, costruzione narrativa degli assoli di ineguagliabile coerenza. Un punto di partenza obbligatorio.
2. Tenor Madness — Prestige, 1956
Registrato nello stesso mitico mese di Saxophone Colossus, contiene il celebre incontro con Coltrane nel blues omonimo — due "rivali" che erano in realtà ottimi amici. Un documento storico e musicalmente irresistibile.
3. Sonny Rollins Plus 4 — Prestige, 1956
Il disco con il gruppo di Clifford Brown e Max Roach, registrato dopo l'ingresso di Rollins nel quintetto. La potenza sonora e la maturità espressiva del sassofonista sono già pienamente formate. Un disco di hard bop di primissimo livello.
4. Way Out West — Contemporary, 1957
Trio senza strumento armonico — solo Rollins, Ray Brown al contrabbasso e Shelly Manne alla batteria. L'architettura rollinsiana si rivela in tutta la sua essenzialità. La copertina iconica, con Rollins in abiti da cowboy nel deserto, è già una dichiarazione d'intenti.
5. A Night at Village Vanguard (Vol. 1 & 2) — Blue Note, 1957
Il live che cristallizza la formula del trio. Rollins in concerto è un'altra cosa rispetto allo studio: l'improvvisazione si fa più libera, la narrazione più torrenziale. Uno dei grandi documenti dal vivo del jazz moderno.
6. Newk's Time — Blue Note, 1957
Sospeso tra il migliore hard bop e un progressivo asciugamento sonoro, è uno dei cinque dischi Blue Note da avere a scatola chiusa. Elegante, intenso, con una coerenza stilistica che prefigura le esplorazioni a venire.
7. Freedom Suite — Riverside, 1958
Con Oscar Pettiford e Max Roach. La suite che dà il titolo al disco è un prototipo di essenzialità ed efficacia tematica che anticiperà molti lavori del free jazz. Uno dei vertici assoluti della musica di Rollins e dell'intera storia del jazz.
8. The Bridge — RCA, 1962
Il grande disco del ritorno dopo il ritiro. Rollins si ripresenta con un suono ancora più elaborato e una varietà di atmosfere sorprendente. Segna l'inizio della collaborazione con la RCA e dimostra che il periodo di isolamento sul ponte di Williamsburg aveva dato i suoi frutti.
9. Our Man in Jazz — RCA, 1962
Il disco del dialogo con il free, registrato con il quartetto che include Don Cherry. Un lavoro di confine, bellissimo e coraggioso, che mostra Rollins capace di confrontarsi con il linguaggio della New Thing senza tradire la propria voce.
10. East Broadway Run Down — Impulse!, 1966
Il punto di non ritorno. Con Freddie Hubbard e la sezione ritmica di Coltrane (Garrison, Elvin Jones), il materiale tematico si riduce all'osso e l'improvvisazione viene portata ai propri limiti massimi. Un disco controverso, difficile, imprescindibile per chi vuole capire dove Rollins voleva arrivare.