Oggi è morto un poeta

Corpo, segno, suono. Sylvano Bussotti e le meraviglie dell’arte totale

Sylvano Bussotti (foto Mario D’Angelo)
Sylvano Bussotti (foto Mario D’Angelo)
Articolo
classica

Appena, il 19 settembre, è rimbalzata tristissima la notizia della morte di Sylvano Bussotti mi è tornato alla mente, come in un flash back, l’immagine e la voce tremante di Alberto Moravia che in quel freddo novembre 1975, tra tante persone sgomente, gridò in una piazza romana «Oggi è morto un poeta». Ecco, quella frase semplice, diretta che sintetizzava mirabilmente la figura complessa di Pierpaolo Pasolini oggi potremo spenderla senza dubbi per Bussotti.

È morto un poeta, e sappiamo quanti pochi ne nascano. Compositore, interprete, regista, coreografo, scenografo, pittore, grafico, costumista, attore, l’artista fiorentino è stato tutto questo, forse di più, ma se c’è un comun denominatore che gli ha permesso di eccellere in tutte queste – diciamolo burocraticamente – “competenze”, è sicuramente la potenza innata della sua poetica immaginifica che tutte le ha messe insieme. Come in una officina rinascimentale il maestro ha maneggiato artigianalmente quei linguaggi facendoli assurgere tutti ad opera d’arte compiuta.

Parlare di Bussotti evitando tentazioni biografiche risulta complicato perché tutta la sua storia, il suo cammino artistico è costantemente immerso nel suo quotidiano. Bussotti ci ha sempre raccontato di se, come pochi altri nell’arte del Novecento. «In Bussotti la ricognizione del vitale non si svolge a una condizione anonima e universale, bensì all’immediata cerchia biografica, storicamente localizzata e corporea». Questa riflessione di Piero Santi centra efficacemente la personalità del compositore.

Sylvano Bussotti (foto archivio Lelli e Masotti)
Sylvano Bussotti (foto archivio Lelli e Masotti)

Già nel 1964 con Tableaux vivants per due pianoforti l’aspetto teatrale e gestuale emerge evidente. Esecuzioni alternate a quattro mani, scambi di strumento, parti percussive sulle corde e sulla struttura dello strumento, suoni staccati, e nel finale una singolare didascalia: «Il pezzo non è tutto qui: gli interpreti poseranno il testo e riprenderanno a memoria tutti i frammenti che riescono a ricordare». Un’idea di alea che accompagnerà nel tempo l’opera bussottiana, spesso in costante equilibrio con una scrittura maniacale. Questa composizione fa da preludio a La Passion selon Sade considerata da molti uno dei capolavori del maestro fiorentino, messa in scena per la prima volta a Palermo nel ’65 con Cathy Berberian. Un esempio mirabile di teatro totale dove non si ascolta nemmeno una parola scritta dal marchese De Sade ma si possono vedere strumenti di tortura riferiti ad un immaginario pop del pensiero sadiano. Sul piano strutturale e drammaturgico la continua ambivalenza tra i ruoli degli attori e dei musicisti si trasforma in un happening continuo e spiazzante, dove Bussotti è anche attore e coordinatore, perché La Passion la può dirigere solo l’autore. Puro teatro d’avanguardia.

Bussotti ha rivoluzionato il teatro musicale del Novecento, basti qui citare oltre La Passion, Lorenzaccio (prima Biennale di Venezia, 1972), Nottetempo (prima   Teatro alla Scala di Milano, 1976), Le Racine, pianobar pour Phèdre (prima Piccola Scala Milano, 1980), L’Ispirazione (prima Teatro Comunale Firenze, Maggio Musicale Fiorentino, 1988), Silvano Sylvano (prima Teatro La Zarzuela Madrid, 2004). Proprio quest’ultimo lavoro ha un sottotitolo rivelatore Rappresentazione della vita (work in progress). Un sottotitolo che potremo stendere sulla maggioranza dei lavori teatrali di Bussotti. Le sue opere non sono mai definitive, spesso riviste, rielaborate, reinventate, diventano un’opera altra, oppure suddivise in parti autonome inserite in altri contesti, i materiali sono malleabili, deformabili, tutti processi questi frutto di una smisurata visione e tensione creativa. Un cantiere interminabile.

«Le sue opere non sono mai definitive, spesso riviste, rielaborate, reinventate, diventano un’opera altra…»

Scandalo e stroncature critiche accompagnano la storia di molti geni, Bussotti non fa eccezione. Soprattutto le letture registiche, spesso accompagnate anche da scene e costumi, di opere di Puccini (amatissimo), Donizetti, Verdi, Rossini, Mascagni eccetera fanno storcere la bocca a critica e pubblici impermeabili al nuovo. Bussotti smonta tutto, capovolge sensi e logiche, vede oltre. Soprattutto si mette in gioco, provoca. Il suo egocentrismo, l’individualismo estremo, il rifiuto dell’impegno, la lontananza dalle esperienze darmstadtiane e le avanguardie, l’esposizione della omosessualità, il riconoscimento dell’eros come unica rivoluzione lo pongono in una posizione unica e scomoda. Scomodità che non gli ha negato però il raggiungimento di importanti ruoli istituzionali, tra gli altri: Direttore della Sez. Musica della Biennale di Venezia, del Teatro La Fenice, del Pucciniano di Torre del Lago, come se la fascinazione del personaggio, la trasversalità culturale di Bussotti, potesse far superare le difficoltà di una sua collocazione in un panorama musicale nazionale alquanto conservatore.

Roland Barthes ha scritto di Bussotti: «I manoscritti di una volta potevano essere, certo, eleganti: ma non implicavano alcuna preoccupazione dell’effetto; erano solo dei relais, delle intavolature degli schemi di segni ; erano legati a un’ideologia dello strumento…per Bussotti la scrittura non è un semplice strumento, vuol essere con rabbia, con precisione, un volume, una scena striata di lampi di luce…Un manoscritto di Sylvano Bussotti è già un’opera totale…indipendentemente da quello che dirà la musica» (in Oggetto amato Nottetempo, Ricordi 1976). È vero, le partiture di Bussotti sono delle meraviglie grafiche, prima del valore musicale colpiscono per la raffinatezza, la poetica del segno che le pervade. Sin da bambino Silvano, con accanto lo zio Tono Zancanaro e il fratello Renzo, pittori e grafici, esprime nel segno una grande sensibilità descrittiva. Questa nel tempo si svilupperà in modo straordinario, una linea melodica diviene non solo un insieme di suoni tra loro combinati e uniti, ma delimita attraverso punti sonori, fa emergere la rappresentazione di figure geometriche. Non a caso le partiture di Bussotti sono state esposte come opere d’arte di per se autonome.

Roland Barthes: «…Un manoscritto di Sylvano Bussotti è già un’opera totale... indipendentemente da quello che dirà la musica…»

Due incontri risultano decisivi nel percorso del maestro. Nel 1953 conobbe la cantante Cathy Berberian, nel 1970 il ballerino coreografo Rocco Quaglia che diverrà suo compagno di una vita. Questi incontri sono determinanti su due fronti, con Cathy quello della voce percepita come strumento malleabile dalle innumerevoli variabili di emissione sonora, con Rocco quello della danza, le potenzialità del gesto, la poetica del corpo. Di questi due fronti creativi probabilmente Bussotti, nel secondo Novecento, è l’artista tra i più rappresentativi sul piano sperimentale in una visionarietà spregiudicata e sconfinata, tra languidi sapori post-romantici e lampi sul futuro. La Berberian vulcanica personalità poliedrica dal talento straordinario aderisce perfettamente ai progetti bussottiani, riesce a coprire sempre con classe repertori e generi diversi e condivide con Sylvano l’amore per i costumi di scena, gli abbigliamenti vistosi, gioielli, parrucche.

Rocco e Sylvano si incontrano a Firenze dove il ballerino è impegnato nel balletto del Maggio Musicale. Il suo ruolo è importante non solo sul piano artistico ma anche esistenziale di Bussotti, in qualche modo mette ordine nella sua vita, spesso disordinata e sregolata. Luigi Esposito nel suo Un male incontenibile (Bietti, 2013) azzarda l’affermazione che Rocco sia l’angelo custode di Sylvano Bussotti. Di sicuro sul piano artistico Rocco non è stato solo il ballerino cui il maestro ha dedicato molti lavori, interprete sopraffino di molte sue opere (Lorenzaccio, Bergkristall, Novelletta, ecc.) ma nel tempo assume i ruoli di assistente artistico, coreografo, aiuto regista e regista, entra cioè nel merito del processo creativo e produttivo, nessuno meglio di lui conosce lo spirito delle partiture teatrali di Bussotti. Rocco rappresenta la sintesi di quel privato, di quel quotidiano che il maestro ha sempre messo in scena ma anche, attraverso gesto e corpo, simbolo di quell’eros rivoluzionario sempre presente ed evocato.

Sylvano Bussotti (foto inedita di Mario D’Angelo)
Sylvano Bussotti (foto inedita di Mario D’Angelo - si ringraziano Rocco Quaglia e Monica Benvenuti)

Ricordare Sylvano Bussotti è complicato, per farlo bene dovremmo essere profondi conoscitori di composizione, teatro, cinema, danza, costumi, disegno e così via. Ma forse esiste una strada più semplice, diretta, quella usata da Moravia, citato in apertura. Bussotti è stato un grande poeta, scomporlo in tanti rivoli di competenze non gli rende merito. Allora avviciniamoci liberi e scevri da pregiudizi alla sua poesia, alla sua arte totale, soprattutto impegniamoci tutti affinché non venga collocato sottovetro in qualche bella teca di museo.

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