London Calling, un richiamo che dura da 40 anni 

L'anniversario del capolavoro dei Clash: tra Londra, gli Stati Uniti, la Giamaica, l’Andalusia il punk allarga i suoi orizzonti

The Clash London Calling
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Il 14 dicembre 1979 – 40 anni fa – i Clash pubblicano London Calling, un doppio album oggi considerato una pietra miliare della storia del rock. Fino al 19 aprile 2020 sarà possibile visitare, al Museum of London la mostra London Calling, dove si potranno vedere le foto di Pennie Smith, il basso spezzato di Paul Simonon, le bacchette di Topper Headon, abiti appartenuti ai quattro musicisti, i bozzetti ideati da Ray Lowry per la copertina del disco e gli appunti originali che diedero vita ai testi delle canzoni. L’ingresso è gratuito.

Col senno di poi possiamo dire che Guy Stevens salvò i Clash: il disco del 1978, Give’em enough Rope, pur arrivando al secondo posto della classifica inglese e vendendo bene anche negli Stati Uniti, in realtà si era rivelato inferiore a quello d’esordio, rovinato com’era dalla produzione curata da Sandy Pearlman che diede alle canzoni un sapore hard rock francamente fastidioso, più adatto al pubblico americano che a quello europeo. Una cosa però gliela devo riconoscere: durante le sessioni di registrazione del disco i Clash incisero anche “White Man in Hammersmith Palais”, una delle mie canzoni preferite, uscita come singolo.

La prima ondata del punk – quella con le canzoni di due minuti, gli stessi tre accordi di chitarra e gli stessi cori – era passata; era giunto il momento di riaprire quelle porte sbattute sulla faccia di tutti lungo il corridoio del rock. Il gruppo era consapevole del momento di difficoltà e per il terzo album, quello della verità, fece le cose per bene: tanto per cominciare, fuori Pearlman e dentro il vulcanico Guy Stevens, un produttore sui generis che durante le registrazioni saltava, tirava sedie e si scazzottava col fonico Bill Price, come documentato nel DVD The Last Testament, girato da Don Letts e incluso nella Deluxe Edition di London Calling pubblicata per festeggiare i 25 anni del disco.

 «Che elettricità, che intensità maniacale [...] Non è semplicemente "una sessione come un'altra": io odio la gente che ha questo atteggiamento. È elettricità pura. Deve essere così. Può darsi che per una casa discografica come la CBS sia difficile accettare un concetto simile, ma io potrei benissimo morire facendo un disco. È troppo importante. Ecco perché, all'occorrenza, io posso produrre chiunque» – Guy Stevens

Il primo tour americano dei Clash, Pearl Harbour ‘79, si era da poco concluso, lasciando quella sensazione di odio-amore che sempre accompagnerà il loro rapporto con gli Stati Uniti. Nell’aprile dello stesso anno Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon si installano nei Vanilla Studios, una sorta di drive-in garage, un’officina di un meccanico riconvertita in sala prove. Del resto la canzone che chiudeva il loro disco d’esordio parlava chiaro: “We are a garage band, we come from garageland”.

«Siamo stati fortunati. Il posto si chiamava Vanilla, l’abbiamo beccato leggendo gli annunci sul giornale, quelli scritti in piccolo. Era al 36 di Causton Street, lungo il fiume, vicino a Vauxhall Bridge, nel quartiere di Pimlico» – Joe Strummer 

È qui che nel corso di quattro mesi, con pause per partitelle di calcio e pinte di birra al vicino Swan Pub, prendono vita le diciannove canzoni, incise poi ai Wessex Studios, che troveranno posto nei due vinili che compongono il disco che avrebbe dovuto chiamarsi The Last Testament e che all’ultimo fu ribattezzato London Calling, proprio come la canzone che lo apre, il cui titolo originario era “Ice Age”.

London Calling è la Londra dei Clash alla conquista del mondo, è Brixton a cui bisogna rispondere (“The Guns of Brixton”); è Portobello Road, dove Mick e Paul incontrarono Joe per la prima volta e dove al numero 22 (oggi 10) c’era la casa di George Orwell, ispiratore del testo della canzone che dà il titolo all’album e di “Clampdown”, e indirettamente omaggiato in “Spanish Bombs”, canzone sulla guerra civile spagnola (a cui Orwell partecipò come volontario e a cui dedicò “Omaggio alla Catalogna”), con quelle frasi in uno spagnolo incerto per compiacere Paloma Romero, batterista delle Slits prima e delle Raincoats poi con il nome di Palmolive, all’epoca fidanzata di Strummer; ma soprattutto è Ladbroke Grove, è il cavalcavia della Westway, su un pilone del quale nel 1976 comparve la scritta The Clash – che feci in tempo a vedere tre anni dopo –, come per marcare il territorio; è Acklam Road, è Notting Hill Gate, il reggae e lo ska portati dagli immigrati giamaicani (“Wrong ‘em Boyo”, “Rudie Can’t Fail”, “Lover’s Rock” e “Revolution Rock”).

«Guy Stevens voleva fare un disco che suonasse come segnare un gol in una finale di coppa a Wembley» – Kosmo Vynil, per un periodo PR del gruppo

L’Inghilterra è reduce da quello che fu definito l’”inverno dello scontento” che portò nell’aprile del 1979 alla vittoria elettorale di Margaret Thatcher con il suo seguito di politiche economiche liberiste e quel mantra – “un prezzo da pagare” – per giustificare tre milioni di disoccupati (40 anni dopo, nell’era della Brexit, nella bocca di Boris Johnson è diventato “un dolore di breve durata”). Londra è distante anni luce da quella glamour di soli dieci anni prima: “l’era glaciale sta arrivando, il sole sta ingrandendo, è un disastro annunciato, il grano si sta indebolendo, i motori smettono di funzionare ma non ho paura, perché Londra sta annegando e io, io vivo vicino al fiume”. Ed è vero, Strummer abita in una casa popolare a Chelsea, un condominio ironicamente chiamato World’s End, da cui si vede il Tamigi; è la Londra dei vecchi cinema di quartiere in cui è ancora possibile vedere i film con Montgomery Clift (“The Right Profile”); è la Londra arrabbiata di Paul Simonon che brandisce il basso Fender Precision come un’ascia e lo spezza sul palco del Palladium a New York, immortalato da Pennie Smith nella celebre foto che finì sulla copertina di London Calling.

«È completamente fuori fuoco, non funzionerà. Ma Joe disse: “Questa è la foto”, così pensai “OK, non mi metto certo a litigare, è il tuo cazzo di album, procedi come meglio credi» – Pennie Smith

I Clash hanno saputo raccontare meglio di altri gruppi dell’epoca la rabbia e il romanticismo poetico tipici dei giovani e in London Calling Mick Jones ci dà due esempi del secondo aspetto con “I’m Not Down” e “Train in Vain” – quest’ultima inserita come ghost track nella versione originale in vinile –, canzoni ispirate dalla fine della sua relazione con Viv Albertine, la chitarrista delle Slits.

London Calling è il vertice artistico dei Clash: i quattro non riusciranno più a ricreare l’alchimia perfetta di quei quattro mesi ai Vanilla Studios e l’energia e la poesia di quel tour del 1980 che li portò per la prima volta anche in Italia, a Bologna e Torino, e chi c’era sa di cosa sto parlando.

«Londra chiama al massimo della frequenza, e dopo tutto questo non mi concederai un sorriso?» – London Calling

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