L'eclettico Quartetto Indaco

Il Quartetto ha vinto il Concorso di Osaka

Il Quartetto Indaco ( Foto Lucia Ottolini)
Il Quartetto Indaco ( Foto Lucia Ottolini)
Articolo
classica

Il 18 maggio 2023 il Quartetto Indaco ha vinto il primo premio del Concorso Internazionale di Musica di Osaka, un riconoscimento mai ottenuto da strumentisti italiani, il che fa anche ben sperare per la diffusione della musica da camera nel nostro paese.

L'Indaco è formato da Eleonora Matsuno (primo violino), Ida Di Vita (secondo violino), Jamiang Santi (viola), Cosimo Carovani (violoncello).

Dei quattro ne abbiamo incontrati tre (assente Jamiang Santi), che hanno ricordato come il quartetto è nato nel 2007 e come fondamentale è stata per loro l'esperienza della Scuola di Fiesole. L'ultima ad aderire all'Indaco è stata tre anni fa Ida Da Vita, penultimo Cosimo Carovani otto anni fa, mentre membri fondatori sono Eleonora Matsuno (ora moglie di Carovani) e Jamiang Santi, secondo violino nella precedente formazione, poi passato alla viola.

La prima domanda è d'obbligo, quali sono i criteri di scelta del loro repertorio.

Matsuno: "Credo che la nostra particolarità sia proprio l'essere eclettici. Il nostro violista per esempio è specializzato nel barocco, mentre mio marito è compositore, a tutti e quattro piace anche il folck. Anche se il nostro focus rimane naturalmente il repertorio classico."

Carovani: "Lo spaziare fra i generi, che affondato anche nella musica antica o nella popolare, possono suggerire modi nuovi per affrontare il repertorio tradizionale. Ci ha dato la possibilità per esempio di rivivere Schubert in modo più popolare, di canto leggero, che ha avuto successo a Osaka.

Cosa avete suonato a Osaka?

"Alla prima prova Beethoven, il quartetto n. 4 op. 18, e i Cinque Pezzi di Webern; seconda prova con Bartok il n.4 e Brahms il n. 2; terza prova il n. 10 di Beethoven "delle Arpe" e il pezzo d'obbligo di Misato Mochizuki, compositrice vivente di base a Tokio. Per la finale l'alternativa era fra tra uno degli ultimi quartetti di Beethoven e l'ultimo di Schubert in Sol Maggiore, che abbiamo scelto perché in questo momento ci sentiamo più vicini a Schubert. Di solito nei nostri programmi cerchiamo sempre un fil rouge che possa raccontare una storia, magari con accostamenti particolari, che so, il quartetto di Germaine Tailleferre oppure quello di Nino Rota. Insomma ci piace inserire sempre qualcosa di spiazzante."

Programmi per il prossimo futuro?

Di Vita: "Andremo nel Roero, dove c'è un festival di musica da camera nato da poco per il Quintetto di Schubert col violoncellista Hayk Sukiasyan. A novembre abbiamo una tournée in Giappone, undici concerti in diciannove giorni. E poi la String Quartet Biennale Amsterdam a febbraio dell'anno prossimo, ne siamo felici anche perché i quartetti italiani hanno difficoltà a valicare il confine di casa".

Continuerete a collaborare con Le Dimore del Quartetto?

Carovani: "Assolutamente sì, per merito di Francesca Moncada ormai si è creata una famiglia. Tutto è nato dall'idea musicale comunitaria di Piero Farulli, ma poi le Dimore sono dilagate, è stato quasi un miracolo."

Di Vita: "A noi interessa anche la loro attività divulgativa, con le Dimore abbiamo fatto progetti con le scuole, con le aziende, ultimamente siamo andati anche in un carcere.

Come mettete a punto un'esecuzione? Ciascuno di voi ha un modo d'ascolto personale.

Carovani: "Ci consideriamo un'isola felice. Si ragiona molto, ciascuno porta le proprie idee e alla fine ci registriamo. Quando capita il momento in cui ci si incastra, uno dice A e l'altro dice B, è di fronte all'ascolto che i nodi si sciolgono. Magari si scopre che ciascuno diceva la stessa cosa, ma in modo diverso. È una lezione che abbiamo imparato da Günter Pichler, primo violino del Quartetto Alban Berg, che quando prova da solo si registra in modo maniacale. Sembra una perdita di tempo perché non si ha sempre voglia di riascoltare, ma si viene premiati. L'abbiamo sperimentato preparandoci al concorso di Osaka."

Matsuno: "Molti quartetti giovani partono con grande entusiasmo, poi spesso si arenano sulle divergenze, interpretative, personali, caratteriali. È necessaria una memoria continuata del lavoro pregresso, dobbiamo ricordarci che tutti e quattro lavoriamo per un obiettivo, non per avere ragione, sia nel proporre un'idea, sia nell'accogliere quella di un altro. È una matutità che s'impara col tempo, fatta di rispetto reciproco."

Carovani: "Oltre a comprendere il suono che viene dal musicista al nostro fianco, dobbiamo cercare di comprendere lui come persona. Il nostro è anche un approccio psicologico, in fondo pratichiamo un po' di analisi. Il concorso di Osaka ci ha insegnato parecchio. I concorsi sono un grande  momento di crescita, perché il vero studio alla fine avviene in quel dato momento sul palco, lì capisci come gestire i colleghi, come guardarci, come dialogare, è impagabile. Quando abbiamo partecipato al Premio Borciani nel 2017 e siamo arrivati in finale, è stato bellissimo, soprattutto perché per sei, sette mesi abbiamo vissuto uno stato di grazia dal punto di vista dell'ascolto e della comprensione reciproca. Solo voglia di fare, è con questa consapevolezza che si è deciso siamo deciso di partecipare a Osaka. 

Farete altri concorsi?

Carovani: "No, sia per una questione di età, sia per evitare di ragionare su quello che vogliamo far sentire ai giurati piuttosto che su quello che vogliamo essere. Abbiamo avuto un premio importante, siamo stati riconosciuti, ora possiamo continuare il nostro percorso di ricerca.

Matsuno: "A Osaka siamo stati fortunati che la giuria abbia capito il nostro modo di pensare. Abbiamo partecipato senza chiederci cosa desiderasse il pubblico giapponese o la giuria internazionale, ma solo con l'idea di suonare bene e regalare un'emozione. Abbiamo affrontato Osaka in modo diverso dai nostri precedenti concorsi, quando eravamo meno maturi, e questa sincerità ci ha premiato.

Che tipo di pubblico c'era in sala?

Carovani: "Principalmente degli appassionati, alla terza prova anche giornalisti. La musica occidentale per il Giappone è qualcosa di esotico. Per loro è necessario uno sforzo per avvicinare un altro modo di pensare. I numeri in Giappone sono minori che da noi, ma l'interesse è maggiore.

Di Vita: "In Italia tendenzialmente è l'opera lirica che occupa il primo posto, come milanesi sappiamo l'importanza della Scala. La musica da camera invece non è così riconosciuta, perché ancora si pensa che i gruppi da camera importanti vengano dalla Germania, dall'Inghilterra, dalla Francia. Eppure da noi sono nati ottimi gruppi, c'è un'eccellenza italiana e siamo fieri di fare da portavoce di questa nuova tendenza."

Carovani: "Il quartetto d'archi è facilmente esportabile nelle case e il suono degli strumenti, ascoltato a uno o due metri di distanza, è più emozionante che in una sala da concerti. La Hausmusik tanto praticata in Germania ha preso piede pure in Italia, anche grazie all'impegno in questi anni del Quartetto di Cremona e delle Dimore del Quartetto.

 

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