L'architettura sussurrante di Mendini

Torna, in ristampa per Industrie Discografiche Lacerba, il bizzarro esperimento ambient del 1983 di Alessandro Mendini, con i Matia Bazar

Alessandro Mendini
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La vitalità creativa di una delle personalità più innovative e fondamentali del design in Italia, quella di Alessandro Mendini (mancato nel febbraio di quest’anno), non poteva non farsi tentare da un’incursione musicale.

Correva l’anno 1983 quando usciva per la Ariston – in un numero di copie limitatissimo e noto per lo più solo agli addetti ai lavori e ai collezionisti – Architettura sussurrante, esperimento sonoro destinato, come spesso accade in questi casi, dapprima a un oblio in grado di far levitare le quotazioni del rarissimo lp originale, e ora al piacere di una ristampa ben curata, come quella che Industrie Discografiche Lacerba ha approntato, stampando 300 copie in vinile trasparente, oltre a cd e download digitale.

Erano anni di grande innovazione creativa nell’ambito del design, anni in cui la sperimentazione riverberava dentro altre discipline e Mendini – nella sua tensione verso un’architettura totale – sperimenta la presenza di un elemento sonoro che non solo è “decoro auditivo”, ma anche “elemento costitutivo” della progettualità architettonica.

Ne nasceva un lavoro articolato, in cui all’electro-pop dei Matia Bazar di “Casa Mia”, canzone che usa frammenti di Cinismo Abitativo, editoriale scritto da Mendini per la rivista Modo nel 1979, si affiancano momenti teatrali (complice uno dei gruppi più rilavanti di allora, la compagnia Magazzini Criminali), ma anche un plastico Maurizio Marsico (Monofonic Orchestra), la cui installazione originaria vedeva modelle vestite di mobili di legno nelle vetrine di Fiorucci.

E ancora lo Studio Alchimia che pone Magda Guerriero (“con quel trucco che mi sdoppia la voce” come avrebbe detto Giuni Russo) roboticamente alle prese con uno dei testi più dubbiosi e scintillanti di Mendini; al poliedrico Luca D Majer spetta il compito di esplorare con colori acidi e disturbanti un mondo onirico-elettrodomestico.

E poi c’è anche la voce di Mendini stesso, in tre frammenti intimi di ipotesi laringo-architettonica e la “Musica per ambienti di transito” pensata da Di Castri e Vineis con colorata fantasia improvvisativa.

I mondi che questo disco apre – ciascuno dei quali, per storia, sociologia, agganci con altre discipline, richiederebbe un articolo a parte – proiettano nel presente la vitalità anche sfacciata di un momento della ricerca artistica in Italia.  E il fatto che siano gli ambienti stessi a prendere vita, a rivendicare pesantemente la loro centralità, in un momento in cui la sensibilità musicale “ambient” rimandava piuttosto a una non invasività (Eno, via Satie) è certamente elemento di forte interesse.

Spiacerebbe che la (ri)scoperta di questo lavoro rimanesse dunque confinata alla sola curiosità per affamati rabdomanti della rarità: perché l’esperienza architettonico/sonora suggerita da Mendini è ancora – con tutti i suoi utopici limiti – un potentissimo dispositivo in grado di esaltare la forza della complessità in un presente spesso appiattito su superficialità provvisorie. Da conoscere!

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