La riscoperta di Alice Coltrane

Un'uscita Real Gone aggiunge un altro tassello al recupero del lavoro di Alice McLeod/Coltrane, oltre lo stereotipo di "moglie di"

Alice Coltrane
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La vivace attenzione che negli ultimi anni – complice anche un po’ di hipsterismo e di felici corsi e ricorsi – viene riservata alla rivalutazione della figura di Alice Coltrane e alla ristampa dei suoi lavori farà giustamente sfuggire un sorriso un po’ compiaciuto di contentezza a quanti (non erano in tantissimi fino a qualche tempo fa) si sono sempre ostinati a non rubricare la musicista sotto l’avvilente casella “moglie di x che ha distrutto il gruppo di x” (citofonare Yoko Ono per dettagli).

La discografia della McLeod/Coltrane (cresciuta musicalmente nel saporito brew di Detroit) è infatti un interessante percorso che tiene conto non solo di una personale ricerca spirituale – iniziata insieme al celebre marito e poi proseguita personalmente fino alla fondazione in California del Vedantic Center – ma anche della flessibilità metabolica di una concezione sì molto orientata alle influenze orientali, ma capace di includere con naturalezza jazz, camerismo contemporaneo, le radici funk-blues della Motor City.

Attenzione rinnovata dicevamo: solo negli ultimi due anni si segnalano per esempio l’antologia Luaka Bop World Spirituality Classics 1: The Ecstatic Music of Alice Coltrane Turiyasangitananda, l’attesa ristampa in vinile di Lord Of Lords da parte della Superior Viaduct, ma – più prosaicamente – capita anche di trovare qualche vinile Impulse! nei cestoni della Feltrinelli.

La Real Gone si aggiunge alla lista dei rivalutatori di Alice Coltrane pubblicando un doppio cd dal titolo Spiritual Eternal – The Complete Warner Bros. Studio Recordings, che raccoglie, appunto come da titolo, tutte le registrazioni effettuate in studio per la Warner nella seconda metà degli anni Settanta. Forse con uno sforzo in più si poteva anche includere l’ultimo disco inciso per l’etichetta, Transfiguration, registrato dal vivo all’UCLA, ma tant’è.

Come la Coltrane sia approdata alla Warner dopo la conclusione dello storico rapporto con la Impulse! è vicenda dai contorni piuttosto divertenti: pare infatti che sia grazie a una nottata ad alto tasso di Mescalina iniziata al leggendario Fillmore West di San Francisco e proseguita ad ascoltare dischi della Coltrane a casa del manager di Carlos Santana, che il produttore Bob Krasnow decide di ingaggiare la musicista.

Ne usciranno i tre dischi qui inclusi, Eternity, Radha-Krsna Nama Sankirtana e Transcendence, prodotti con la collaborazione di un altro uomo chiave della Impulse! come Ed Michel. Sebbene caratterizzati da alcune evidenti peculiarità che li differenziano, i dischi sono accomunati dall’uso dell’organo Wurlitzer, strumento già introdotto ai tempi Impulse! e ora oggetto privilegiato di esplorazione.

Il cofanetto si apre con Eternity del 1975, lavoro in cui convivono grandi affreschi fulminanti come “Spiritual Eternal”, un momento per sola arpa come “Wisdom Eye”, due tracce con Charlie Haden e Ben Riley più percussioni (tra i percussionisti si nasconde anche Carlos Santana in incognito), il momento vocal-devozionale – abbozzato, se ne riparla tra poco – di “Om Supreme” e, soprattutto, la rilettura della “Sagra della primavera” stravinskiana che chiude in modo convincente il tutto.

Il percorso spiritual-artistico prende poi una direzione più precisa con Radha-Krsna Nama Sankirtana: la voce (con l’accompagnamento di battiti di mani e piccole percussioni) assume un ruolo centrale, così come la relazione con l’organo (o il piano elettrico).  L’apporto di membri del Vedantic Center o di familiari (lo sfortunato e allora tredicenne Arjuna John Coltrane Jr. – morirà pochi anni dopo in un incidente – usato in funzione “Denardo Coleman” alla batteria) conferisce al tutto una ritualità più organica, non indenne da qualche sfumatura di naïveté , ma innervato da momenti di grande ipnosi e lirica bellezza come nell’apertura al pianoforte di “Prema Muditha”.

L’aspetto devozionale assume contorni ancora più radicali in Transcendence, in cui l’uso del coro trova un suo bilanciamento (fluttuando tra India e gospel) e la musica si sposta decisamente sui terreni di una funzionalità rituale, dentro cui immergerci – da semplici ascoltatori – con qualche sano momento di suspension of disbelief , ne vale la pena.

Negli anni successivi Alice “attraversa lo specchio” e produrrà musica solo nel suo centro. Oggi che il suo messaggio è tornato disponibile e attuale, farne tesoro e goderne è un riconoscimento doveroso.

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