La musica tradizionale nei Conservatori

Il nuovo Conservatorio di Nocera Terinese offrirà diplomi in strumenti tradizionali; ne abbiamo parlato con Riccardo Tesi

Riccardo Tesi Conservatorio Nocera Terinese musiche tradizionali
Riccardo Tesi sul palco con un allievo
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Il processo di rinnovamento dell’offerta didattica dei Conservatori italiani ha fatto importanti passi avanti negli ultimi anni, in primis con la definitiva stabilizzazione degli insegnamenti di musica pop, che dopo qualche anno sperimentale (e un po' carbonaro) sono oggi una realtà di alto profilo in diversi istituti della penisola. Se il jazz è ormai solidamente affermato da anni, mancavano quasi del tutto all’appello le musiche di tradizione, che pure in diversi Paesi europei fanno parte dei programmi di insegnamento da decenni e che pure erano previste – almeno tra le musiche "possibili" – nelle ultime riforme.

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In realtà, non sono mancati negli ultimi anni esperimenti anche strutturati e duraturi, in particolare in Sardegna – ad esempio, al Conservatorio di Cagliari è attivo da un paio d’anni un triennio in “musiche tradizionali” con diversi indirizzi, fra cui launeddas e bandoneón – o al Conservatorio di Vicenza, che offre un percorso in musica indiana. Pur senza un primato assoluto, è comunque di grande importanza il progetto lanciato da poco dall’Istituto Superiore di Studi Musicali “Tchaikovsky” di Nocera Terinese (CZ), che nel 2021 diventerà Conservatorio statale e che garantirà la possibilità di diplomarsi con un titolo accademico di primo e secondo livello in diversi strumenti tradizionali.

Fra i docenti molti nomi noti del folk italiano, da Riccardo Tesi (organetto diatonico) a Francesco Loccisano (chitarra battente), da Antonio Spaccarotella (bandoneón e fisarmonica) a Danilo Gatto (zampogna e ciaramella), mentre si attende ancora di sapere chi insegnerà lira calabrese, e si annunciano per l’anno prossimo cattedre di tamburello e canto popolare (che al momento partiranno come corsi propedeutici). Insomma, un’offerta ampia e che sembra promettere una prospettiva a lungo termine che sarebbe certo auspicabile. Per l’anno accademico 2020/21 i corsi si terranno online – scelta ragionevole vista la situazione emergenziale, soprattutto per un istituto che ambisce ad attirare studenti da tutta Italia e che non può proprio dirsi ben servito a livello di posizione geografica; le iscrizioni chiudono il 30 ottobre. 

Riccardo Tesi Conservatorio Nocera Terinese musiche tradizionali

Abbiamo colto l’occasione per una chiacchierata con Riccardo Tesi, che a Nocera Terinese insegnerà organetto e che vanta ormai una pluridecennale esperienza come didatta del suo strumento, oltre che come musicista.

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Riccardo, sono anni che si parla della necessità di dotare i nostri conservatori di insegnamenti specifici su strumenti tradizionali, e alcuni esperimenti sono stati fatti. Perché ci si è messo tanto, e perché è stata proprio Nocera Terinese a lanciare il primo progetto "ad ampio raggio"?

«Innanzitutto siamo in Calabria, una regione dove la tradizione musicale è ancora viva e suonare l’organetto o la chitarra battente è fonte di prestigio sociale, anche per le nuove generazioni. Poi il direttore Filippo Arlia, ottimo pianista classico e direttore d’orchestra di appena trent’anni, ha una visione molto moderna della musica e si batte per annullare le barriere stilistiche. Nel Conservatorio si insegna anche pop e jazz, in linea con le più attuali tendenze europee. Importantissimo anche il lavoro di Antonio Spaccarotella che molto ha contribuito alla nascita di questo corso sulle musiche tradizionali».

Chi si iscrive a un percorso in strumenti tradizionali? Musicisti già attivi in cerca di un titolo di studio (un po’ come succede, talvolta, nel jazz e nel pop) o neofiti?

«Fino a oggi, nel mio caso almeno, si tratta di studenti di livello medio-avanzato che studiano con insegnanti privati, o professionisti che desiderano conseguire un diploma».

Che tipo di approccio allo studio deve aspettarsi un tuo studente di conservatorio? Qual è il repertorio che proporrai, il tipo di lavoro…

«L’obiettivo è quello di formare dei professionisti che dovranno poi inserirsi nel mondo del lavoro, che non è soltanto quello della world music. Ormai gli strumenti popolari si ritrovano in ambito jazz, cantautorale, rock, eccetera. Per questo la didattica parte dallo studio del repertorio e delle tecniche tradizionali, italiane e internazionali, ma abbraccia anche le ultime tendenze dell’organetto contemporaneo, compresa la composizione».

«L’obiettivo è quello di formare dei professionisti che dovranno poi inserirsi nel mondo del lavoro, che non è soltanto quello della world music».

«Il sistema di trasmissione tradizionale che si basa sull’oralità, utilissima a sviluppare orecchio e memoria musicale, viene integrato dallo studio della teoria musicale e del solfeggio perché la lettura è oggi una competenza assolutamente necessaria in ambito lavorativo. Io che appartengo alla generazione che ha studiato a orecchio – anche se poi ho dato gli esami di teoria e armonia al DAMS – ho sofferto molto la mancanza di una buona lettura, e quindi voglio che i miei studenti non abbiano questo limite».

«Nel percorso scolastico sono poi previste altre materie, tra cui etnomusicologia, che è fondamentale per capire cosa significhi suonare uno strumento popolare e come funziona questa musica che è molto più complicata di quanto possa apparire».

«Una delle cose che ho proposto immediatamente l’anno scorso, al mio arrivo, è stata l’organizzazione un corso di musica d’insieme perché credo che sia un ottimo modo di finalizzare lo studio di uno strumento e anche un’importante occasione per prendere confidenza con il mestiere di musicista. È nata così l’Orchestra popolare del Mediterraneo, che è composta, oltre che dai musicisti dei corsi di musica tradizionale, anche da allievi dei corsi di jazz e musica classica. I risultati sono stati veramente positivi, abbiamo registrato un concerto per Radio 3 e fatto un paio di concerti veramente entusiasmanti. La lira calabrese e gli organetti dialogano con basso elettrico, piano, batteria, sax, marimba in una musica che travalica le frontiere stilistiche, anche se nasce con un piede nella tradizione. Gli studenti hanno sperimentato come si organizzano le prove, come si fa un soundcheck, come si sta sul palco, hanno imparato ad ascoltarsi ed essere in sintonia. Si è creata una bella comunità musicale che promette molto bene e che ha liberato un sacco d’energia».

Pensi che un progetto del genere possa diventare per così dire “organico” nell’offerta formativa di altri conservatori, a lungo termine? O siamo ancora lontani dai modelli – per esempio – dei paesi scandinavi, che da anni hanno corsi di strumenti tradizionali?

«Io me lo auguro perché la musica etnica è un linguaggio molto elaborato e può anche essere una fonte di ispirazione eccezionale per creare nuova musica, Bartók docet».

L’interesse per le musiche di tradizione, dopo il boom della world music, sembra per certi versi un po’ in declino – almeno sul fronte dei festival e delle proposte live. Hai anche tu questa impressione? Sul fronte della didattica c’è interesse da parte delle nuove generazioni?

«Nei miei ormai quarant’anni di esperienza in questo campo posso dire che tutto si muove a onde e che l’interesse per le musiche tradizionali ha avuto fasi alterne di espansione e regressione, rinascendo sempre con nuove forme e caratterizzazioni. Io sono ottimista perché le nuove generazioni sono molto preparate tecnicamente e teoricamente, capaci di dialogare alla pari con  musicisti di ogni stile, capaci di utilizzare in maniera originale l’elettronica. Le nuove forme musicali che questi artisti stanno sperimentando sono il futuro, un futuro che a me sembra lasci ben sperare».

«Il lavoro da fare è molto perché ci sono da infrangere barriere ideologiche ataviche, da inventare nuovi percorsi, ma abbiamo coraggio ed entusiasmo da vendere!».

«Per quanto riguarda gli studenti io ho allievi che vanno dai 16 ai 30 anni, ma in giro ho visto ragazzini di 8/10 anni già a un livello tecnico impressionante e le numerose scuole di organetto in Calabria hanno centinaia di iscritti. Il lavoro da fare è molto perché ci sono da infrangere barriere ideologiche ataviche, da inventare nuovi percorsi, ma abbiamo coraggio ed entusiasmo da vendere!».

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