John McGeoch, il miglior chitarrista di sempre

The Light Pours Out Of Me è la biografia autorizzata del guitar hero dimenticato del post punk

John McGeoch
Articolo
pop

The Light Pours Out Of Me è la biografia autorizzata di John McGeoch scritta da Rory Sullivan-Burke (Omnibus Pr & Schirmer Trade Books).

In questo libro godibile e dettagliato l’autore riesce nel compito di evocare un periodo storico e a sottolineare con forza l’enorme influenza dello stile chitarristico di McGeoch sulla musica degli anni a seguire, uno stile che non aveva nulla a che vedere con quello in voga fino a quel momento, basato sul blues tradizionale – alla Eric Clapton, per intenderci. Uno stile che rifiutava gli assolo prolungati in favore dell’esplorazione di strutture ed effetti, uno stile – ancora – che ha permesso a John McGeoch di fare parte di gruppi del calibro di Magazine, Visage, Siouxsie and the Banshees, The Armoury Show e PIL.

McGeoch

Le testimonianze dirette dell’ex-moglie Denise, della figlia Emily e di numerosi amici, anche al di fuori dell’ambito musicale, ci restituiscono la figura di un uomo nella sua quotidianità, con i suoi molti pregi, le sue passioni e i suoi fantasmi, quelli che l’hanno condotto a una morte prematura all’età di 48 anni.

Rory Sullivan-Burke è alla ricerca di un libro su uno dei suoi eroi musicali, John McGeoch per l’appunto, ma niente da fare, nessuno si è dato la pena di scriverlo. Ecco la decisione: lo scriverà lui, sarà il suo primo libro. Rory è abituato alle sfide, è un operatore di comunità e socio-assistenziale a cui in giovane età è stata diagnosticata la sindrome di Asperger.

I Magazine sono il suo gruppo del cuore ma anche su di loro c’è poco o nulla. Dopo aver trovato un accordo con una casa editrice, Rory si mette al lavoro ma si scontra quasi subito col primo lockdown di due anni fa. Nessun problema, Rory fa la maggior parte delle interviste che gli servono al telefono, e sarà proprio la diversità e la profondità di queste interviste a rendere speciale questo libro. Un particolare buffo: per motivi anagrafici – l’autore ha 39 anni -, Rory non ha mai incontrato McGeoch e non lo ha mai visto suonare dal vivo coi gruppi che ho elencato nel paragrafo precedente (la stessa cosa non vale per me che lo vidi tre volte quando faceva parte dei Banshees: 30 dicembre 1980 a Londra, 26 giugno 1981 a Torino e 19 luglio 1982 a Milano).

Fateci caso: se qualcuno vi chiede di nominare i grandi chitarristi della scena post-punk inglese, quali nomi vi vengono in mente? Keith Levene, Andy Gill, Vin Reilly, Johnny Marr, pochi altri forse ma non quello di John McGeoch. Ma se chiedete ai chitarristi ancora in vita che ho elencato vi risponderanno che il loro chitarrista preferito, quello più influente, quello più fantasioso, quello inimitabile, è senza dubbio John McGeoch. Insomma, il chitarrista preferito dai chitarristi.

«Il chitarrista preferito dai chitarristi».

Manchester, 1976: in un piccolo appartamento sopra una pescheria così puzzolente che neanche i ladri si avvicinano, John si applica ossessivamente alla sua chitarra. Quando il contatore della luce è esaurito (all’epoca in Inghilterra i contatori di luce e gas avevano fessure in cui inserire le monete per effettuare le ricariche, non c’erano le bollette – N.d.R.), lui va avanti per ore nell’oscurità senza amplificazione.

Comincia così la vicenda di un ragazzo scozzese originario di Greenock che si sposta prima a Londra, al seguito dei suoi genitori, e poi a Manchester per seguire le lezioni all’Accademia di Belle Arti. Termina gli studi nel 1976, l’anno in cui la scena musicale mancuniana è travolta dai due famosi concerti dei Sex Pistols che diedero il la a gruppi come i Joy Division, i Fall, qualche anno più tardi gli Smiths, e, soprattutto per questa storia, i Buzzcocks.

Howard Devoto, già membro del gruppo, ne esce e nell’aprile del 1977 incontra McGeoch con cui dà vita ai Magazine, a cui si uniscono Barry Adamson, Bob Dickinson (sostituito poi da Dave Formula) e Martin Jackson. Nel gennaio dell’anno seguente esce il singolo “Shot by Both Sides” e l’avventura ha inizio.

Per Johnny Marr quella canzone è una linea di demarcazione: «Punk non era la lettera A in un nuovo alfabeto, era la Z in un vecchio lessico e poi dopo ci fu una lavagna intonsa».

«Tutti ci chiedevamo: come si chiama il tipo che suona la chitarra nei Magazine?» - Siouxsie Sioux

Ancora Marr: «Lui non fingeva di essere in qualche merdoso gruppo punk. La sua intenzione era quella di essere moderno e lo sentivi dalla scelta deliberata di usare il flanger su tutto. Il flanger – generalmente un pedale usato per "stonare" le note di una chitarra – fu personalizzato da McGeoch. Lo adattò perché si attaccasse all’asta del microfono e si potesse azionare con la mano, permettendo un maggiore controllo e fornendo un suono ronzante e gelido, di portata cinematografica ma anche violentemente scricchiolante. Il flanger modula il segnale così da farlo oscillare e l’effetto è psichedelico. Intendiamoci, non una cosa da fattoni anni Sessanta oppure Hendrix, ma psichedelico come se avessi preso un acido cattivo o fossi psicotico dopo tre giorni di speed».

Attraverso tre album – Real Life, Secondhand Daylight e The Correct Use of Soap – lo stile chitarristico di McGeoch è stato una presenza elettrica. «Ho avuto la fortuna di guardarlo mentre dispiegava il suo talento nelle maniere più incredibili», ricorda Barry Adamson. «Sembrava in grado di sfidare qualsiasi cosa gli venisse in mente, senza alcuno sforzo».

The Correct Use of Soap è considerato da molti un capolavoro ma il successo commerciale non arriva, anche per il disinteresse di Devoto a promuovere il disco. Un episodio su tutti: i Magazine hanno finalmente un singolo in classifica e sono invitati a esibirsi a Top of the Pops; bene, l’esibizione di Devoto è così svogliata e fiacca che, per l’unica volta nella storia del programma, una canzone perde posizioni nella classifica di vendite.

McGeoch, Adamson e Formula sono coinvolti di nascosto a suonare nei Visage che di lì a poco hanno un successo mondiale con “Fade to Grey”, aprendo la strada per il movimento definito New Romantic, e i guadagni conseguenti garantiscono a McGeoch la stabilità finanziaria e la possibilità di dedicarsi alla sua passione per i vini costosi.

La mossa successiva, quella di unirsi ai Banshees occupando il posto lasciato vacante da John McKay – altro chitarrista straordinario e autore di gran parte delle musiche di The Scream e Join Hands –, sembra un passo logico ma si rivelerà essere un campo minato di relazioni complesse, dall’amicizia iniziale con Steven Severin alle incomprensioni finali con Siouxsie e Budgie, dovute in larga parte al suo abuso di alcol e cocaina.

Il suo merito non è solo quello di aver preso egregiamente il posto di McKay ma di aver impresso un nuovo corso al gruppo, creando in larga parte quella triade incredibile composta da Kaleidoscope, Juju e A Kiss in the Dreamhouse, che li vide passare dalle ruvide origini punk alla psichedelia elaborata del terzo episodio, con una serie impressionante di singoli entrati nella top 20. Ecco il primo, “Happy House”, nel cui video McGeoch non compare perché non ha ancora risolto il suo rapporto coi Magazine.

A seguire ecco “Spellbound”, brano in cui la chitarra di McGeoch e la batteria di Budgie fanno faville.

Per quanto il gruppo speri di essere alternativo, i componenti sono comunque soggetti alla routine inarrestabile di tour infiniti, che trasformano il piacere di McGeoch per un bicchiere o due in qualcosa di più serio, accompagnato da un uso più pesante di cocaina. Si arriva così alle date di Madrid alle quali McGeoch si presenta in condizioni precarie: sul palco suona parti chitarristiche sbagliate e ha un vero e proprio crollo nervoso, causato anche dalla somministrazione di Valium da parte del tour manager, psicofarmaco che, sommato all’alcol, peggiora ulteriormente una situazione già di suo compromessa. Nell’ottobre del 1982 McGeoch entra in una clinica e quasi contemporaneamente è licenziato dagli altri tre membri del gruppo.

«Erano Siouxsie Sioux and the Banshees nel loro assoluto, ascendente periodo migliore» ha raccontato ancora Johnny Marr. «Tutto esaurito. Proiezioni gotiche alle loro spalle, un nuovo singolo in classifica e la Signora Siouxsie decadente e lucente in latex e calze a rete che dava frustate col filo del microfono, al centro del palco di fronte a un gruppo serratissimo di ragazze e ragazzi che la guardavano in adorazione. E io? Io ero sulla sinistra del palco, alla sinistra di Siouxsie, e me ne stavo con stupore di fronte a John McGeoch, studiandolo, guardandolo giocherellare con il piccolo aggeggio fissato con una cinghia all’asta del microfono davanti a lui (che cos’era?) e cercando di capire: come cazzo riesce a far suonare la chitarra in quella maniera?».

Ricordiamo quel periodo di creazione febbrile con le immagini del primo concerto in assoluto dei Banshees con McGeoch alla chitarra, al Futurama di Leeds nel 1980.

Un infruttuoso legame con Richard Jobson degli Skids (1984-1986) nel gruppo denominato The Armoury Show è seguito da un altro periodo in larga parte glorioso coi PIL di John Lydon, un gruppo da lui ammirato – soprattutto per i testi di Lydon – e da cui era già stato contattato nel 1984.

Salito a bordo due anni più tardi, McGeoch nell’arco di tre album – Happy?, 9 e That Was Is Not – trasforma i PIL da gruppo anticonformista e sperimentale in una rock band provocatoria e sfacciata. Si trasferisce a Los Angeles e diventa il membro più longevo del gruppo, rimanendo con Lydon fino al 1992, quando il gruppo si dissolve perché quest’ultimo, all’insaputa dei compagni, firma un contratto discografico da solista. In aggiunta c’era stato il famigerato “incidente di Vienna”, nel quale McGeoch rimase seriamente ferito dopo essere stato centrato in faccia da una bottiglia lanciata dal pubblico: suonare dal vivo era sempre più un’ordalia.

A memoria direi che Lydon è l’unica persona che non esce bene dalle pagine del libro: non ha voluto essere coinvolto o contribuire in nessuna maniera, ma forse non è sorprendente quando si legge della sua reazione sbrigativa alla notizia della morte di McGeoch.

Dopo il suo ritorno definitivo in Inghilterra, McGeoch lavora su un materiale maggiormente dance-oriented con Glenn Gregory degli Heaven 17 e altri musicisti: il progetto Pacific, dopo quasi due anni di prove e convivenza nella casa di McGeoch nella campagna inglese, non approda da nessuna parte.

La fase conclusiva della sua vita e della sua carriera fornisce un finale toccante alla storia: le mode musicali sono cambiate, dance e trance dominano le classifiche, l’hip hop si diffonde a macchia d’olio e le chitarre diventano una rarità tra i brani più ascoltati. Per la prima volta il pioniere si trova dimenticato in un’altra era. In precedenza era sempre riuscito a lavorare come session man ma ora non riceve più richieste.

Contemporaneamente ne ha abbastanza della vita in tour, sapendo che è stata la causa principale della sua dipendenza dall’alcol, problema contro cui combatterà fino a poco prima della sua morte. Si riqualifica come infermiere e assistente sanitario e si dedica alla sua famiglia. Purtroppo un semi-pensionamento in campagna e una riduzione nell’assunzione di alcol arrivano troppo tardi e McGeoch muore per una crisi epilettica nel sonno il 4 marzo 2004, all’età di 48 anni.

«Sleep well, big man» - messaggio su un biglietto inviato da Siouxsie Sioux alla famiglia McGeoch e inciso sulla sua lapide

The Light Pours Out Of Me è davvero un libro molto dettagliato, reso possibile grazie al contributo di amici e musicisti – oltre a quelli già nominati voglio ricordare, tra gli altri, Peter Hook, John Frusciante, Billy Idol e Jonny Greenwood.

Ho apprezzato la schiettezza della scrittura, a volte l’ingenuità, distanti da quel tono “so tutto io” di molti libri musicali. Ci sono anche molte foto, fornite soprattutto dalla famiglia e dunque inedite, mentre la grafica è stata curata dal suo amico di una vita Malcolm Garrett. A tutti gli effetti questo libro non è il lavoro di un fan: Sullivan-Burke non alleggerisce i difetti del suo soggetto ma al contempo argomenta la grande influenza di McGeoch nella musica rock a partire dalla fine degli anni 70, evidenziando l’essenziale generosità della sua creatività, con il suo stile chitarristico sempre al servizio della canzone e del gruppo, lontano dai luoghi comuni del guitar hero da lui sempre disdegnati.

John McGeoch e Dave Formula
John McGeoch e Dave Formula 

«L’intensa ricerca dell’eccellenza, quell’impulso e quella dedizione, le ore e ore alla fine hanno richiesto il loro pedaggio. Tutto quanto è stato troppo. P.S. Non mi ricordo se l’ho già detto: MIGLIOR. CHITARRISTA. DI SEMPRE» - Steven Severin

 

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