John Frusciante va al club

Il nuovo album Maya rivela l'amore di Frusciante per la UK jungle: l'intervista

John Frusciante Maya - Intervista
John Frusciante
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pop

Los Angeles 1987. I Red Hot Chili Peppers suonano la colonna sonora del presente appollaiati sulle rampe da skate. Intorno a loro ragazzi bianchi, spavaldi e incoscienti gettano le fondamenta della street culture che dall’alto di quelle rampe franerà fino ad oggi, fino alle sneakers di Balenciaga.

Londra 1994. I ragazzi neri della inner city rovistano fra i dischi di mamma e papà per trovare i suoni con cui creare la musica del futuro. Scelgono bassi tellurici e funk frainteso. Alcuni, da spacciatori diventano DJ e inventano la musica jungle, che diventerà musica di una comunità: la bass music, la cui popolarità globale sarà poi merito, in anni più recenti, di un ragazzo bianco, novello Elvis, chiamato Skrillex.

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Due momenti culturali distanti, ma che condividono l’urgenza di una colonna sonora per le energie che si scatenano stando affacciati sul confine avanzato del presente. Momenti che John Frusciante unisce in Maya, il suo nuovo disco prodotto durante una delle pause dai Red Hot Chili Peppers. Musica verticale su un genere, la UK jungle, in modo sorprendentemente autentico. Non un disco dance e non un disco retro, zeppo di amen breaks, ma musica elettronica intelligente, mentale, ma che ha il sapore autentico dell’amore per la club culture inglese della metà degli anni Novanta.

John Frusciante Maya - Intervista

Los Angeles e Londra, sole e pioggia, musica bianca e musica nera, ascese e cadute. Il rimbalzo continuo della musica fra Stati Uniti e Inghilterra non influenza solo il macro dei generi, ma anche gli artisti che meno ti aspetti.

«Sono sempre stato molto connesso», spiega Frusciante, «con la musica inglese sin da quando ero bambino. Ho sempre apprezzato molto le nostre giornate nuvolose e piovose, proprio come gli inglesi apprezzano le loro giornate di sole, che noi a LA diamo per scontate. Quando ero bambino indossavo il cappotto in spiaggia».

Maya è un disco jungle, un disco di genere, con un suono così credibile da poter stare organicamente accanto ai dischi di Shut Up And Dance o a quelli Warp. Perché un disco jungle?

«Mi piacciono Squarepusher e Venetian Snares e ascoltare la jungle mi aiuta a tornare alla fonte dei loro suoni e vedere se c’è qualcosa che posso cambiare partendo, appunto, dalle origini. Non avrebbe senso cercare di essere più complesso di Venetian, come non avrebbe senso tentare di migliorare la chitarra di Jimi Hendrix».

«Sono tornato alla prima jungle e ho cercato un altro approccio a quel modo di lavorare il suono».

«Quindi sono tornato al primo blues, in questo caso alla prima jungle e ho cercato un altro approccio a quel modo di lavorare il suono».

All'ascolto l'album sembra prodotto da un DJ inglese, amante della prima scena jungle (anche se l'album suona molto 2020), ispirato da un attacco di retromania. È stato così?

«In realtà ho ascoltato jungle per dodici anni, anche mentre ho prodotto Maya. Credo che in un certo senso la musica sia ricominciata con il rave degli anni Novanta. Al tempo il post-punk aveva fatto il suo corso e la musica è ri-iniziata da un nuovo punto grazie a The Orb, Future Sound Of London, The Prodigy e tutto quell'hardcore jungle inglese che era il suono di un mondo completamente nuovo. Artisti come DJ Hype, Remarc e Dillinja sono stati la mia ispirazione».

«Artisti come DJ Hype, Remarc e Dillinja sono stati la mia ispirazione».

È sorprendente trovarti sull’etichetta di Venetian Snares. Com'è stato il viaggio musicale dalle rampe da skateboard di LA alla Timesig? Come sei passato da chitarrista a produttore di musica elettronica (e viceversa)?

«Quando ho incontrato per la prima volta Venetian Snares stavamo pogando, proprio come facevamo ai concerti dei Chili Peppers a metà degli anni Ottanta. Quando ero un piccolo skateboarder di nove anni, nel 1979, mi piaceva il punk perché era la musica più veloce, strana e cruda che conoscessi. Ho ritrovato queste caratteristiche nell’IDM e nel breakcore nei primi anni 2000. Io e Aaron [Venetian Snares] siamo cresciuti ascoltando la stessa musica. Ha sentito per la prima volta Emerson, Lake e Palmer quando era nel grembo materno e io ho scoperto quella roba nella collezione di mio padre quando ero molto giovane. Il marchio del tempo dispari è nel sangue di entrambi».

Su Bandcamp, a proposito di Maya, qualcuno ha commentato: l’album è così inaspettato eppure così tanto Frusciante. Come riesci a trasporre il suono JF in stili musicali così diversi?

«Credo che alcune persone nascano con un certo senso della melodia. Ho idea di quale fosse il mio da quando avevo quattordici anni. Ma poi c'è la domanda: cosa farne? È come l'uomo che dopo aver deciso che sarebbe diventato uno scrittore, ha memorizzato l'intero dizionario e poi ha detto: “Bene, conosco tutte le parole. Ora tutto quello che devo fare è metterle nel giusto ordine". Avevo un'idea di che tipo di sentimenti avrei espresso, ma dar loro forma è stata una lotta continua».

«Quando ero adolescente mi chiedevo cosa avrei dovuto dire come musicista. Da un lato volevo esprimere tutte quello che sentivo e allo stesso tempo vedevo che gli artisti si esprimevano entro confini piuttosto ristretti. All'inizio ho pensato che fosse paradossale, ma sono arrivato a scoprire che lavorare entro i limiti è la cosa che più incoraggia l'originalità. Quindi ho stabilito dei limiti per me stesso, in modi diversi per situazioni diverse».

«In Maya mi spingo più che posso entro quei limiti. Negli ultimi dodici anni ho imparato ad applicare il mio senso della melodia alla batteria e a utilizzare strumenti melodici per supportare la batteria. Questo è il contrario dei ruoli di melodia e ritmo nel pop / rock. Ho anche imparato a pensare in termini di relazioni spaziali sonore, piuttosto che solo note e ritmi. Sono le note a servire il suono, piuttosto che il suono a serve le note».

«La musica riguarda l’anima, ma si tratta anche di trovare nuovi modi per usare la tua mente ed abbiamo la storia della musica registrata per aiutarci a farlo. Trovo sempre nuovi modi di guardare la musica e nuove linee su cui pensare. Siamo fortunati a vivere durante questa fase della musica registrata. Ci sono più possibilità ora che mai in precedenza, si tratta davvero di capire come limitare te stesso e poi incanalare quanta più energia possibile in quei confini».

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