Il suono rosso di Elli Stern

Nel suo romanzo l’autrice pone interrogativi che riguardano la storia, l'etica, l'arte

Elli Stern (foto Sonia Dyens-Fitoussi)
Elli Stern (foto Sonia Dyens-Fitoussi)
Articolo
classica

Romanzo di solida struttura narrativa quello di Elli Stern (Il suono rosso, Zecchini Editore 2021, pp. 251, € 21), che rinuncia a inutili compiacimenti per andare al nocciolo, offrire ritratti a tutto tondo dei personaggi e porre interrogativi che riguardano la storia, l'etica, l'arte. Due racconti paralleli seguono l'evoluzione di Daniel, giovane violoncellista in crisi, e di Margherita che deve capire cosa fare della sua vita. Più sfaccettato e completo il primo che interrompe una promettente carriera concertistica perché demotivato. È un musicista intuitivo, con un grande bagaglio tecnico, ma incapace di approfondire una partitura. Per sua fortuna lo zio della ragazza è stato un famoso violoncellista, ora in ritiro sulle colline toscane, che obtorto collo accetta di dargli lezione.

Il suono rosso

E a questo punto tra maestro e allievo scatta un meccanismo di tipo socratico; il vecchio Aron non intende affatto insegnargli come suonare, ma gli pone delle domande, gli consiglia letture non attinenti alla prassi esecutiva (ma molto indicative dei gusti letterari dell'autrice e sempre condivisibili), indica insomma una sorta di approccio sapienzale alla musica. Come a dire che i problemi vanno affrontati di sguincio, purché con un serio bagaglio culturale. Si rimane così coinvolti dall'apparente sconclusionato modo di ragionare di Aron, si affronta il tema di cosa sia l'anima nascosta di una composizione e di come il musicista se ne impossessi passo a passo.

A parte la felice parabola di Daniel, che imparerà anche ad amare Margherita (come del resto lei Daniel), il capitolo clou del romanzo e forse la ragione del perché Elli Stern si sia impegnata a scriverlo, riguarda il passato di Aron uscito per miracolo da un lager nazista. La sua tragica esperienza è prevedibile, non certo la situazione in cui si è trovato quando tre ufficiali tedeschi (due violini e una viola) lo convincono a unirsi a loro per eseguire l'integrale dei quartetti d'archi di Beethoven, ben inteso all'interno del campo di sterminio. Il quartetto d'archi è certamente la formazione più elitaria della storia della musica, uno dei più preziosi gioielli della cultura europea, ma in quella circostanza è al servizio di uno dei più mostruosi momenti della nostra storia.

La documentazione sull'abitudine di far musica in quei luoghi maledetti non è ampia, queste pagine sono impressionanti e danno senso all'intero racconto. Aron accetta, questa acquiescenza gl'imporrà d'interrompere la carriera dopo la guerra e sarà fonte di mai placati sensi di colpa e insolubili rovelli. Elli Stern non ne accenna, eppure la lettura rimanda a una pagina di George Steiner nella quale il filosofo sostiene come la cultura, l'amore per l'arte, non siano state un argine alla barbarie. Se c'è qualcosa a cui aggrapparci come a un salvagente è il senso etico, non è la bellezza a salvare il mondo.

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