Il ritorno dell'Italo Disco (ma se ne era andata?)

Abbiamo incontrato il regista di Italo Disco. The Sparkling Sound of 80's, Alessandro Melazzini.

Italo Disco
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pop

Tra i titoli in anteprima italiana per il festival Seeyousound di Torino (22 febbraio alle 21) abbiamo visto Italo Disco. The Sparkling Sound of 80's di Alessandro Melazzini.

– Leggi anche: 10 film da non perdere a Seeyousound 2022

Se due indizi fanno una prova, la presenza in rassegna di un altro titolo affine – Riviera Clubbing di Luca Santarelli (24 febbraio alle 21.45) – racconta della vivacità del revival e della nuova riflessione su una stagione della popular music italiana tanto di culto (per alcuni) quanto vituperata (da molti).

L’Italo Disco – e più in generale la musica dance prodotta in Italia tra la fine dei settanta e gli anni ottanta – è in realtà tornata di moda da tempo dopo un appannamento durato, in sostanza, tra gli anni novanta dell’avvento del vinile e lo sviluppo di internet, che poco a poco ha cominciato a re-immettere nel circuito della nostalgia vecchie musiche, meglio se un po’ cheesy.

Nomi come Righeira, Savage (entrambi presenti alla presentazione torinese del film) Gazebo, Baltimora, Sabrina Salerno, Jo Squillo sono del resto solo la punta dell’iceberg di un movimento fatto soprattutto da produttori spesso poco noti al di fuori del giro degli addetti ai lavori (una delle caratteristiche più idiosincratiche dell’Italo Disco è proprio che le voci incise sui dischi spesso non corrispondevano ai corpi raffigurati sulle copertine o nei videoclip). E se molti dei nomi più famosi sono oggi poco più che merce buona per qualche serata nostalgia in Rai, le idee musicali dietro la dance italiana hanno continuato a scorrere nell’underground come un fiume carsico, riaffiorando ciclicamente nel mainstream: basta pensare ai Daft Punk, o a buona parte del pop contemporaneo che ripesca a piene mani da quegli anni ottanta targati Roland.

Abbiamo approfondito il tema con Alessandro Melazzini, regista di Italo Disco. The Sparkling Sound of 80’s.

La prima domanda è quasi obbligata: perché un film sull’Italo Disco?

«Ho voluto indagare e dipingere un mondo. È vero, c’era tanta musica brutta, usa e getta, ma anche un filone che possiamo definire underground, che ha giocato un ruolo fondamentale nella nascita della house di Chicago e del fenomeno Daft Punk. C’era tanta professionalità, riconosciuta di più all’estero di quanto lo sia stata in Italia. Io vivo a Monaco di Baviera e nei miei documentari tratto spesso temi italiani visti con l’occhio di un italiano all’estero: nel 2016 girai Cicciolina. L’arte dello scandalo, cercando di raccontare con passione e ironia il fenomeno Ilona Staller nelle sue molteplici sfaccettature, collocandolo nel contesto politico italiano del tempo, e tre anni dopo L’eredità dei Cistercensi, una specie di espiazione [ride], un viaggio alla ricerca dell’incredibile patrimonio artistico e culturale lasciatoci da quest’ordine monastico. Nel 2015 ho anche girato il documentario Come un fiume – The Ska faces sulla scena ska, skinhead e mod italiana, un viaggio che parte da piazza Statuto a Torino e termina in piazza Unità d’Italia a Trieste. Se vi va, l’ho messo a disposizione gratuitamente su Youtube».

«Con Italo Disco sono tornato invece a tematiche pop anni ottanta e ho scelto questo argomento per svariati motivi: la commistione tra Italia e Germania (a Monaco di Baviera c’era la sede operativa di Giorgio Moroder), la genialità unita al trash è un argomento molto postmoderno. Io faccio documentari, non teoremi: non devo spiegare nulla, mi piace l’idea di affrontare un argomento senza sapere dove andrò a finire, è una scoperta anche per me e non soltanto per il pubblico e poi mi piacciono le sfide un po’ strambe, capire perché milioni di persone hanno apprezzato questo genere musicale (del resto come diceva quell’album di Presley? 50,000,000 Elvis fans can’t be wrong…). In alcuni casi, è stato un ritorno ai temi dei miei primi documentari, l’emigrazione, gente che lascia il proprio paese con la valigia di cartone per cercare fortuna artistica da un’altra parte...».

Nel film viene fuori un parallelismo interessante tra l’Italo Disco e lo spaghetti western, per come dei creatori italiani si sono riappropriati di codici americani facendoli propri, salvo poi ri-esportarli negli Stati Uniti.

«C’è senz’altro una similitudine con il genere cinematografico definito spaghetti western: si prende un prodotto americano, lo si lavora in Italia, lo si rende fruibile per tutto il mondo e tutto il mondo lo copia, una copia di una copia, una sorta di economia circolare o, più volgarmente, è come il maiale, non si butta via niente. Però bisogna ricordare un aspetto fondamentale: spesso i budget erano molto limitati e quindi entravano in campo la genialità e l’artigianalità, grazie alle quali – e con l’uso sapiente dei primi strumenti elettronici – si producevano e si vendevano canzoni in grado di far ballare il mondo. Non dimentichiamo che intorno all’Italo Disco lavoravano migliaia di persone».

Nel film sei riuscito a coinvolgere diversi protagonisti della stagione d’oro dell’Italo Disco, da Sabrina Salerno ai Righeira.

«Non è sempre stato facile, anzi con Sabrina Salerno è stato proprio difficile, perché devi vincere la diffidenza: non ti conoscono, non sanno cos’hai in testa di fare, magari vuoi fare il classico film noioso da fan che sa tutto e che quindi alla fine fa un film su di sé oppure ironico su un periodo storico che, bene o male, è il più importante delle loro carriere, e allora devi guadagnarti la loro disponibilità e la loro fiducia. Spesso ci sono riuscito e questo ha portato dei risultati incredibili».

Sabrina Salerno © Alpenway Media.jpg
Sabrina Salerno © Alpenway Media.jpg

«Una persona senz’altro disponibile è stata Johnson Righeira, uno che ha capito perfettamente lo spirito del film. I Righeira sono stati visti in quegli anni come l’apogeo della musica mainstream quando in realtà loro arrivavano dal punk e dalla new wave e a me interessava concentrarmi sulla loro immagine, sulla loro attitudine, sui loro video, in ultima analisi sulla loro deriva futurista. Ho cercato di contattare Cecchetto, mi sono pure letto la sua biografia ma non mi ha mai risposto: poco male, in fin dei conti la sua è una storia italiana e io ho lavorato a un prodotto internazionale, da vedersi in primis in Baviera e in Germania, dove nessuno sa chi sia Cecchetto. Ho provato anche con Moroder e i Daft Punk ma non ho avuto successo: loro sanno di essere a un altro livello e non hanno voluto essere accomunati a un fenomeno che loro giudicano solamente commerciale».

Italo Disco Righeira
Johnson Righeira © Alpenway Media.jpg

Commerciale, ma in pieno revival internazionale.

«Hai avuto modo di vedere i programmi televisivi russi Ciao 2021 e Ciao 2022? È evidente l’amore per l’Italia e l’Italo Disco; pensa che ancora oggi un personaggio come Savage, quando si esibisce a Mosca, riempie uno stadio da 25.000 spettatori. Ho visto con piacere che in cartellone c’è un documentario, Riviera Clubbing, che si può definire complementare a Italo Disco. È curioso perché per anni non si è parlato di questo fenomeno e adesso ci sono ben due film: sarà lo Zeitgeist oppure questo periodo pandemico che ha scatenato in tutti noi voglia di leggerezza, di sole e di divertimento. Mi rendo conto che quella musica era una cartolina che comprendeva anche la riviera romagnola, le spiagge, arrivo al punto di dire la piadina, ma, mi ripeto, dava lavoro a tantissima gente. Sono stati gli anni in cui la musica italiana, mascherata da americana, ha venduto di più nel mondo».

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