Il corvo di Teho Teardo

Grief Is the Thing With Feathers è il lavoro più oscuro di Teho Teardo: lo abbiamo ascoltato in anteprima nel suo studio

Teho Teardo Grief Is the Thing With Feathers
Teho Teardo (foto di Claudia Pajewski)
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C’è un gufo ad aspettarci nello studio di Teho Teardo, e due corvi gemelli, in fondo alla stanza, che rifiutano lo sguardo. Ogni tanto mi volto, perché è di quel lucente occhio nero che si parla nel suo nuovo disco Grief Is the Thing With Feathers (22 marzo, Specula Records). Come nel libro di Max Porter, Il dolore è una cosa con le piume (Guanda, 2016), da cui è tratta la pièce teatrale di Enda Walsh (in scena al Barbican di Londra ad aprile) e il progetto discografico di Teardo.

Il corvo picchietta alle nostre porte, che teniamo ancora chiuse, forse per paura, ma che dopo spalanchiamo per rievocare, quasi terapeuticamente, il senso della perdita. Entrare nella musica e nel mondo di Teho Teardo significa calpestare una terra ancora bagnata, che diventa fangosa, oscura, mai negativa e che questa volta odora di inaspettata putrefazione, ma spinge verso la luce. Noi, una piccola comunità di spettatori, siamo sottoposti a un test d’ascolto emotivo che si trasforma in un’iniziazione vorticosa, che ci costringe ad allentare cinture protettive e ci destabilizza continuamente, per poi dimostrarci che, in fondo, ci avrebbe voluto solo consolare.

È esattamente ciò che rappresenta Corvo, strana presenza-assenza dell’opera di Porter, che prende corpo e vita nel testo di Enda Walsh, (autore del testo di "Lazarus" di David Bowie e alla sua terza collaborazione con il compositore di Pordenone), interpretato dall’attore Cillian Murphy, ritratto sulla copertina del disco.

Teho Teardo - Grief Is a Thing with Feathers

Quando le prime particelle di quest’opera cominciano a viaggiare nell’aria, tutto diviene più rarefatto e all’improvviso veniamo risucchiati in una bolla inquieta. Raggruppamenti di onde sonore raccontano la storia di un uomo, di due bambini, i suoi figli, di un’infanzia graffiata da un dolore contro il quale è difficile lottare, di una madre che non c’è più e di un corvo che prende il suo posto. Si muovono intorno a noi, vìolano le nostre reticenze, scuotono i nostri corpi rigidi. Li osserviamo mentre imparano una nuova lingua senza trappole, mentre cercano possibili madri tra le strade di Londra e mentre fuggono dal demone, gridandoci la loro disperazione, ma che, traccia dopo traccia, si trasforma, si potenzia e rinasce. 

Il metronomo di un tempo arcigno scandisce passi lenti di frasi musicali pacate, alternate ad altre ostinate, impetuose, che strisciano nell’opera e a volte ritornano, per ricordarci «l’impossibilità di fuggire da quel dolore e la solitudine in cui quel dolore è ancora più inarginabile», come dichiara Teardo.

Quella di Grief Is the Thing With Feathers è una musica profondamente evocativa, fatta anche di marce techno ("A Bit about Ghosts") e di chiaroscuri netti ("London Offered Us Possible Mothers"). «Un lavoro in cui tutte le parti dialogano tra loro», afferma il compositore. Un colloquio violento e turbinoso degli archi (di Laura Bisceglia, Giovanna Famulari, al violoncello, Ambra Chiara Michelangeli al violino e alla viola, Vanessa Cremaschi ed Elena De Stabile ai violini) con il basso invadente di Joe Lally, le chitarre post-punk (di Teardo), con le voci primitive e profetiche (di Susanna Buffa) che si dividono la scena con i fischi quasi bargheldiani (di Elena Somaré). E nel tintinnio delle membrane metalliche (opera di Teardo), o nelle storie private del clarinetto (di Gabriele Coen, in "You Fucked a Dentist") che aprono squarci di fugace pacificazione, disturbati dai pizzicati degli archi, tutto si disperde di nuovo e sfuma nei respiri mozzati, nelle urla mancate, in cui c’è il rigurgito contro la morte, ma una tensione verso la vita.

Gli strumenti impiegati in questo viaggio molecolare creano una simbiosi stringente, talvolta volutamente occlusiva. Ancora una volta (come accade spesso nei progetti di Teardo), la relazione tra archi e elettronica diviene misteriosa, sovrasta il pensiero e viaggia su frequenze aliene, troppo basse, o troppo alte per essere indagate immediatamente. L’elettrocardiogramma schizza linee impazzite, cadenze ingannevoli che lottano con barriere soniche. Restiamo soli, attaccati alle macchine di un meccanismo sonoro circolare che continua ad alzare il volume.

«La mia musica è nel darkside delle cose; guardo da un altro lato per osservare la realtà».

«La mia musica è nel darkside delle cose – spiega Teardo dopo l’ascolto – guardo da un altro lato per osservare la realtà. In questo disco c’è un punto di osservazione che tende verso la luce. Forse è l’album con cui sono più in pace, rispetto a tutto quello che ho fatto finora». Esiste un movimento cosmico, imprevedibile nella musica di Teho Teardo. Ma esiste anche un attimo in cui qualcosa va ad alterare l’ordine. Ed è in questo preciso istante che le connessioni sonore si fissano nella nostra memoria emotiva con l’irruenza di versi senza punteggiatura. «Corvo è ovunque» ha dichiarato il drammaturgo irlandese, è una figura vicaria che lenisce le loro ferite (e un po’ anche le nostre), è uno stato mentale, è il bisogno dell’uomo di accettare l’idea che possa esistere l’assenza del dolore. È uno strangolamento del trauma, perché laddove la realtà disintegra, l’immaginazione crea. Una sostituzione dell’occhio sofferente con uno lucido. Ma Corvo è anche la musica e vive nella musica, nella comparsa di una nuova lingua emergenziale, urgente, che sostiene le altre. Si respira il senso di una desolazione mai troppo seria, che sa essere anche ironica, sfrontata, protetta dall’amore. 

L’album si chiude, ma non si chiude realmente. È un’opera aperta, libera, protesa verso una nuova partenza (è il titolo dell’ultima traccia a dircelo "Unfinished. Beautiful. Everything"). D'altronde, «il libro stesso è pensato per essere un uccello. Non è una cosa su cui poter avere il controllo» ricorda Max Porter, esattamente come la vita e come quel corvo che, quando mi volto, invece, mi sta guardando.

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