I primi 50 anni de La Macina

Il 14 settembre all'Auditorium Parco della Musica di Roma il gruppo di Gastone Pietrucci festeggia mezzo secolo di storia con un concerto speciale

Gastone pietrucci la macina
Gastone Pietrucci e La Macina (foto di Roberto Ronca)
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Ci fu la prima generazione del folk revival italiano, quella del Nuovo Canzoniere Italiano, che sull’onda della riscoperta del patrimonio popolare italiano – lanciata dalle ricerche di Lomax, di Carpitella, di De Martino – si mise in testa la strana idea di riproporre le musiche delle “classi subalterne”: è la generazione del Nuovo Canzoniere Italiano, di Giovanna Marini. Ci fu una seconda generazione, che da lì partì, e poi una terza – quella nata artisticamente nella seconda metà degli anni settanta e poi negli anni ottanta, che lasciò più in secondo piano l’istanza politica e la ricerca per lavorare piuttosto sugli strumenti della tradizione, sugli arrangiamenti, aprendo la via a quella che sarebbe stata la world music. 

Alla generazione di mezzo – quella forse meno celebrata, rimasta un po’ schiacciata tra i padri fondatori e i brillanti sperimentatori – appartiene La Macina di Gastone Pietrucci, che festeggia in questo 2018 i suoi cinquant’anni di storia. 

Nel 1964 lo spettacolo Bella ciao del Nuovo Canzoniere Italiano dà scandalo al Festival dei Due Mondi di Spoleto, e per l’anno successivo è in tour in tutta Italia. È il primo momento di visibilità mainstream del folk revival italiano, e genererà molto figli. Uno è, appunto, Gastone Pietrucci: vede lo spettacolo e ne rimane folgorato.

«La Macina è nata a Monsano», spiega. «L’ho formata nel Sessantotto con alcuni giovani volenterosi e poi piano piano è cresciuta. Nel frattempo io mi sono laureato sulle tradizioni popolari, ho cominciato a fare una ricerca sul campo nelle Marche, e La Macina si è poi riappropriata di questo repertorio, lo ha riproposto…. È molto importante, perché è la storia della musica popolare marchigiana».

«Il cinquantenario non è una celebrazione, è una tappa per poter fare altri percorsi».

Tra i maggiori meriti del gruppo c’è in effetti quello di aver portato sulle mappe della musica popolare italiana le Marche, regione spesso meno considerata di altre, ma ricca di tradizioni e melodie. Pietrucci si è affermato da subito come principale motore della Macina, che è mutata e cresciuta intorno a lui, a sua immagine, fino ad approdare alla rodata formazione attuale (Adriano Taborro a chitarra e mandolino e alla direzione musicale, Marco Gigli alla chitarra, Roberto Picchio alla fisarmonica, Riccardo Andrenacci alla batteria e Giorgio Cellinese al coordinamento).

Dall’iniziale lavoro di riproposta, Pietrucci è diventato cantautore, cantore epico delle tradizioni orali della sua terra (anzi: Aedo malinconico ed ardente, come da titolo di un memorabile ciclo di suoi album), performer raffinato e originale, interprete di brani di canzone d’autore altrui… Ha collaborato con gruppi di combat folk (il lavoro pluriennale con i Gang su tutti) e con formazioni classiche e jazz, ha organizzato festival e feste popolari… Una carriera durata mezzo secolo, sempre ai margini (ma che margini) del visibile, sulla scena italiana, ma che ha lasciato una traccia profonda e duratura ovunque è passata.

Gastone Pietrucci (foto di Giandomenico Papa)
Gastone Pietrucci (foto di Giandomenico Papa)

Dopo il Premio Loano alla Carriera, ritirato in luglio, le celebrazioni per i cinquant’anni della Macina approdano all’Auditorium Parco della Musica di Roma, alla Sala Petrassi, il 14 settembre per un concerto-evento, che vedrà La Macina sul palco insieme a ospiti e amici speciali, come Rossana Casale, Lucilla Galeazzi, Giovanna Marini, Sara Modigliani. L’organizzazione e l’ideazione dell’evento è a cura di Jonathan Giustini, critico musicale e operatore culturale che della musica e dell’arte di Gastone si è innamorato.

Si tratta di un’occasione speciale per rendere il giusto tributo a un gruppo chiave del folk revival italiano (anche perché, incredibilmente, La Macina non si è mai praticamente esibita a Roma) e, soprattutto, per scoprire un aspetto poco noto della multiforme attività di Pietrucci: «nel foyer ci sarà anche una piccola mostra dei miei collage, è l’occasione per vedere questo lavoro un po’ nascosto: non tutti sanno che io mi diletto di collage», spiega. È una passione che il cantante porta avanti da almeno mezzo secolo – duratura tanto quanto quella per la musica – ma che ha sempre relegato all’aspetto più privato della sua espressività. Sono opere misteriose, delicate, piene di simbologie e insieme immediate… Guai a incasellare Pietrucci nel personaggio del vecchio revivalista burbero: è molto di più, e l’evento romano sarà un’occasione di scoprirlo come artista, come comunicatore completo.

Del resto, anche i festeggiamenti per il cinquantesimo non devono dare alla testa: «è un percorso che non si ferma», spiega. «Non è una celebrazione, è una tappa per poter fare altri percorsi».

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