Guida ai figli di Bob Marley
In vista del live di Julian Marley per UlisseFest, tutto quello che serve sapere sulla famiglia più numerosa del reggae
09 giugno 2026 • 7 minuti di lettura
Mentre i comuni mortali fanno fatica a tramandare ai figli il colore degli occhi o la predisposizione a perdere il telecomando di qualsiasi apparecchio elettronico, Bob Marley ha compiuto un miracolo genetico senza precedenti: ha clonato la sua voce, il suo ritmo e i suoi dreadlocks in una dinastia musicale che potrebbe tranquillamente colonizzare un piccolo Stato sovrano.
La prima regola del "club dei figli di Bob Marley" è quella di non provare a contarli a mente. Le cifre ufficiali parlano di 11 figli riconosciuti (avuti per la maggior parte da relazioni extraconiugali e per questo definiti raffinatamente "bastardi" nel biopic One Love), ma la percezione pubblica è che siano molti di più. Se domani un musicista sconosciuto salisse sul palco di un festival reggae, sfoggiasse dei dread chilometrici e dichiarasse di essere il dodicesimo figlio di Bob, il pubblico si limiterebbe ad annuire dicendo: «Ah sì, in effetti mi pareva di averlo visto in una foto di gruppo».
Se domani un musicista sconosciuto salisse sul palco di un festival reggae, sfoggiasse dei dread chilometrici e dichiarasse di essere il dodicesimo figlio di Bob, il pubblico si limiterebbe ad annuire dicendo: «Ah sì, in effetti mi pareva di averlo visto inuna foto di gruppo».
Immaginate di nascere in questa famiglia. Compite 14 anni, è il momento della ribellione adolescenziale, volete scioccare i vostri genitori. Cosa fate? Beh, una possibiltà è quella di cominciare ad ascoltare techno pesantissima, un'altra ancora è quella di iscriversi a Economia e Commercio per diventare un broker di Wall Street.
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Niente da fare, il DNA dei Marley è dotato di un sistema di tracciamento satellitare che li reindirizza automaticamente verso una chitarra acustica e una melodia in levare. Ziggy, Stephen, Julian, Ky-Mani, Damian: ci hanno provato a fare cose diverse, ma alla fine si sono ritrovati tutti sul palco, con la stessa identica voce graffiante del padre. Cantano tutti così tanto come Bob che a volte viene il dubbio che lui non se ne sia mai andato, ma si sia semplicemente scisso in cinque o sei entità diverse per ottimizzare i tour mondiali.
Devo essere sincero, una nota di merito va a Damian "Junior Gong" Marley: lui ha provato a fare il ribelle per davvero, mescolando il reggae con l'hip-hop e il dubstep. Risultato? Non male, ha vinto quattro Grammy: quando provi a deludere le aspettative di famiglia e finisci invece per ritagliarti un tuo piccolo spazio nella storia della musica.
Mentre i fratelli sono impegnati a fare oscillare la testa di migliaia di fan a tempo di musica, le donne della famiglia gestiscono l'universo, o meglio il family trust, nello specifico il Bob Marley's Estate.
Tra le cinque figlie riconosciute di Bob, la più abile pare essere Cedella - lo stesso nome della nonna paterna -, non solo una cantante, ma anche l'amministratrice delegata di Tuff Gong, l'etichetta discografica di famiglia, scrittrice di libri per bambini, designer di moda (ha creato le divise olimpiche della Giamaica) e probabilmente l'unica persona vivente capace di mettere in riga dieci musicisti rastafariani contemporaneamente senza perdere la ragione. Se l'impero Marley fattura ancora cifre da capogiro, il merito è della logistica impeccabile delle sorelle, senza dimenticare la supervisione di Rita, la vedova di Bob.
Se pensavate che con i figli la storia fosse finita, non avete fatto i conti con i nipoti. Skip Marley (classe 1996) ha già duettato con Katy Perry e scalato le classifiche pop mondiali. Ha la stessa faccia del nonno, lo stesso carisma del nonno e – indovinate un po’? – una voce simile a quella del nonno, a dimostrazione che la genetica dei Marley non si diluisce con le discendenze, semmai si potenzia, come il Wi-Fi di nuova generazione.
Provate a immaginare un pranzo di Natale al 56 di Hope Road, a Kingston. Un tavolo lungo come un campo da calcio, un numero di passaporti e visti accumulati tra tutti i presenti che potrebbe mandare in crash il sistema informativo dell'immigration office del Norman Manley International Airport della capitale giamaicana.
Provate a immaginare un pranzo di Natale al 56 di Hope Road, a Kingston.
E se qualcuno chiede: «Chi porta la chitarra?», cala il silenzio. Perché in quella casa, se prendi in mano una chitarra per cantare, che so, "Lonely This Christmas" nella versione di John Holt, rischi che parta una session d'improvvisazione di tre ore che si conclude con un album live registrato direttamente in cucina, quella cucina in cui Bob rimase ferito nell'attentato del 3 dicembre 1976.
Se il cognome Marley è un passaporto per la storia della musica, per Julian "JuJu" Marley è stato anche un biglietto di sola andata da Londra a Kingston. Tra tutti i figli del cosiddetto "re del reggae", Julian occupa un posto speciale: è l'unico nato nel Regno Unito, cresciuto respirando la pioggia londinese ma con il ritmo giamaicano in levare piantato dritto nel cuore.
Nato a Londra nel 1975 dalla relazione di Bob con Lucy Pounder, Julian è cresciuto in un ambiente biculturale. Se da un lato assimilava le influenze dell'intensa scena musicale britannica, dall'altro passava le sue estati in Giamaica, giocando e sperimentando nei mitici studi Tuff Gong insieme ai fratelli Ziggy, Stephen e Damian, quest'ultimo nato dalla chiacchieratissima relazione di Bob con Cindy Breakspeare, Miss Mondo 1976.
Questa doppia anima lo ha reso un polistrumentista precoce. A soli cinque anni ha registrato il suo primo demo casalingo, avendo già imparato da autodidatta a suonare chitarra, basso, tastiere e batteria. Quando nel 1993 ha deciso di trasferirsi definitivamente in Giamaica, il cerchio si è chiuso.
Mentre alcuni dei suoi fratelli, come abbiamo visto, hanno spinto l'acceleratore sulle contaminazioni (Damian con l'hip-hop e la dancehall, Stephen con l'R&B), Julian è rimasto per anni il custode più fedele del Roots Reggae spirituale, quello vecchia scuola per intenderci.
La sua voce ha una somiglianza impressionante, quasi mistica, con quella del padre e i suoi testi riflettono fedelmente i valori del rastafarianesimo: pace, amore, coscienza sociale e profonda spiritualità. Album come Lion in the Morning (1996) e Awake (2009) lo hanno imposto all'attenzione della critica internazionale, portandolo a esibirsi in giro per il mondo insieme alla sua fedele formazione, la Uprising Band.
Per anni Julian è stato visto come il fratello talentuoso ma più riservato, l'eterno candidato ai premi che sfiorava l'obiettivo senza mai centrarlo. Ma la storia è cambiata radicalmente. Con la pubblicazione nel 2023 di Colors of Royal, progetto collaborativo con il produttore Alexx Antaeus, Julian ha deciso di rompere gli indugi e uscire dalla sua comfort zone. L'album in effetti mescola il reggae tradizionale con l'elettronica, la dancehall e sfumature pop.
Questa scommessa lo ha portato dritto alla vittoria del Grammy Award per il Miglior Album Reggae, un traguardo che lo ha definitivamente svincolato dall'ombra del padre, dimostrando che la "corona" dei Marley gli spetta di diritto per meriti propri.
Julian non limita il suo messaggio alle tracce di un disco. È un attivista umanitario, impegnato in numerose missioni nei Paesi in via di sviluppo e promotore di progetti legati alla sostenibilità ambientale, incluso il supporto a soluzioni ecologiche legate alla coltivazione della cannabis terapeutica.
Oggi Julian Marley continua a calcare i palchi dei festival in giro per il mondo, portando avanti quel "Jah Works" che per lui non è un lavoro, ma una missione di vita. Un artista che ha saputo onorare il passato senza restarne prigioniero.
Si dice spesso che l'eredità di un grande artista risieda nelle sue canzoni. Nel caso di Bob Marley, le canzoni sono immortali, d'accordo, ma l'altro suo capolavoro è stato quello di creare un intero ecosistema biologico-musicale autosufficiente.
Mentre il resto del mondo si affanna a cercare "il nuovo Bob Marley", la famiglia Marley risponde semplicemente guardando l'albero genealogico e il calendario, dicendo: «Tranquilli, abbiamo un nuovo esemplare che compie diciott'anni la settimana prossima». One Love, e speriamo che sia femmina.
P.S. 1 Sarà possibile verificare la bontà delle mie parole giovedì 9 luglio ai Giardini Luzzati di Genova quando Julian Marley con la sua fidata Uprising Band si esibirà come anteprima della IX edizione del Lonely Planet UlisseFest - La Festa del Viaggio, in programma dal 10 al 12 luglio.
Biglietti: €15,00 + diritti di prevendita su www.vivaticket.com. Per accedere al concerto è necessaria la tessera dei Giardini Luzzati (€10, validità 365 giorni), acquistabile su www.spazio-comune.org.
P.S. 2 Permettetemi un ricordo personale: oltre al padre (28 giugno 1980, concerto di Torino), l'unico altro membro della famiglia che ho visto dal vivo - ancora nella mia città - è David Nesta Marley detto Ziggy: era il 13 ottobre 1989 e il figlio di Bob si esibì col suo gruppo, The Melody Makers, comprendente Stephen, Cedella e Sharon. Il singolo "Tomorrow People", estratto dall'album dell'anno precedente Conscious Party, prodotto da Chris Frantz e Tina Weymouth dei Talking Heads, aveva avuto un grande successo internazionale, entrando anche nell'hit parade italiana. In quel 1989 Ziggy e i suoi fratelli portarono in tour One Bright Day, album che come il precedente vinse il Grammy Award come Miglior Album Reggae.