Guardare dietro il teatro (e la musica)

A Bergamo la mostra fotografica La quarta parete racconta 40 anni di attività di Luciano Rossetti, raccolti anche nel catalogo pubblicato da Silvana

Bob Wilson, "I la caligo", Teatro degli Arcimboldi, Milano 2008 (foto Luciano Rossetti)
Bob Wilson, "I la caligo", Teatro degli Arcimboldi, Milano 2008 (foto Luciano Rossetti)
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Inaugurata lo scorso 17 settembre nell’ambito di “Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023” e ospitata presso l'ex Chiesa della Maddalena di Bergamo fino a domenica 8 ottobre 2023 (parte dell’esposizione è presente anche all’Ospedale Papa Giovanni XXIII – Hospital Street), la mostra La quarta parete. Quarant'anni di fotografia davanti e dietro il palco condensa il personale e ricco percorso tracciato da Luciano Rossetti tra fotografia e teatro, con significative incursioni nella musica.

Professionista conosciuto dagli addetti ai lavori e non solo, classe 1959, Luciano Rossetti inizia a fotografare alla fine degli anni Settanta. Giornalista pubblicista, collabora con il quotidiano “L’Eco di Bergamo” dal 2003, e con la rivista “Musica Jazz” dal 1999. Fotografo ufficiale di vari festival e rassegne di musica e teatro – attualmente fotografo del Teatro Donizetti di Bergamo – tra i diversi riconoscimenti Rossetti è vincitore nel 2021 per il JJA Jazz - Best Photo of the Year e vanta le nomination dal JJA Awards (Jazz Journalist Association) per il Lifetime Achievement (premio alla carriera) nel 2021 e 2023.

"La quarta parete" (Silvana Editoriale 2023, 144 pp.)

Un carriera considerevole, dunque, raccontata attraverso un percorso tracciato lungo quarant’anni di scatti, raccolto in questa mostra e nel bel catalogo – curato da Pier Giorgio Nosari – che la documenta (Silvana Editoriale 2023, 144 pp.), attraverso 90 fotografie dove si incontrano, tra gli altri, artisti quali Dario Fo, Giorgio Gaber, Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Silvio Orlano, Peter Stein, Pippo Delbono, Marco Baliani, Enrico Lo Verso, Marco Paolini e molti altri ancora.

Proprio dal catalogo vengono offerti spunti e suggestioni per guardare con occhio più consapevole il lavoro di Rossetti, come emerge, per esempio, dalle parole di Roberto Mutti «La lunga e fortunata esperienza maturata come fotografo di jazz spiega molto della poetica di Luciano Rossetti, vista l’importanza a teatro di una dote come quella dell’intuizione di fronte a una storia che scorre come una melodia, ma che lascia spazio a chi sa fare le variazioni sul tema. Questo perché non si decide sempre a tavolino se Pippo Delbono è meglio ritrarlo da vicino e se per uno spettacolo di Bob Wilson bisogna far ricorso a uno sguardo che abbraccia tutta la scena».

A proposito di Bob Wilson, lo stesso Rossetti in un’intervista ospitata nel catalogo e affidata al curatore della pubblicazione sostiene che «la fotografia è un’interpretazione dello spettacolo. Naturalmente, la fotografia è anche l’attestazione che uno spettacolo è avvenuto, e la documentazione di come è stato. Per fare un esempio, credo che il lavoro di Bob Wilson non possa non essere ripreso che a colori, perché quel tipo di scansione dello spazio e decostruzione del tempo ha nel colore un suo asse portante.»

«…la fotografia è un’interpretazione dello spettacolo».

Una dimensione estetica che va oltre il dato tecnico e che affonda le radici nelle prime esperienze maturate dal fotografo, che così racconta i suoi inizi «al seguito di Ruggero Giuliani, fotografo professionista, mio mentore e insegnante in camera oscura, con la passione della musica e del teatro. “Guarda dietro, Luciano, guarda sempre dietro, di solito trovi sempre cose più interessanti”. Questo è stato il mio imprinting. Non esistevano accrediti, si scavalcano le transenne».

Giorgio Gaber, "Anni affollati", Teatro Carcano, Milano 1981 (foto Luciano Rossetti)
Giorgio Gaber, "Anni affollati", Teatro Carcano, Milano 1981 (foto Luciano Rossetti)

È stato quindi quel “guardare dietro” che ha connotato il lavoro di Luciano Rossetti, articolato in una lunga frequentazione dei palcoscenici più diversi, dalla prosa alla musica, collezionando incontri fortuiti quanto significativi con artisti come, tra i tanti, Franca Rame – che gli chiede di fare una foto al suo nome con quello di Dario Fo riprodotti sugli scalini del teatro Carcano – o Paolo Poli, che, sorpreso nel suo camerino al Teatro di Porta Romana, gli chiede «ma chi è ‘sto fotografo con queste belle gambotte?»

Un approccio che diviene una sorta di carta di identità di Rossetti. Per usare le parole di Nosari: «l’ambiente è anche la fiducia che ti conquisti. La discrezione che dimostri. Rispetto. Nessuna invadenza. Cura per ciò che guardi. Una mosca sul muro…».

E se una “mosca” professionista della fotografia è pure appassionata di sport (praticato…) può anche ritrovarsi sul “muro” di un’artista come Meredith Monk. Ecco, in sintesi, com’è andata secondo le parole dello stesso Rossetti: «decido di fare la mia prima maratona a New York per i miei sessant’anni. La maratona sarà il 3 novembre 2019. Poi scopro che il primo novembre verrà festeggiato al Lincoln Center il cinquantesimo compleanno della ECM. E io collaboro con ECM da anni. […] Un paio di telefonate, un paio di mail. Risultato: non solo avrò l’accredito per la serata, ma sarò il fotografo ufficiale della serata ECM. […] Al Lincoln Center dalla tarda mattina fino a notte, sound check e concerti. In sala e nel backstage, ovviamente. Tra i tanti: Jack DeJohnette, Bill Frisell, Craig Taborn, Joe Lovano, Wadada Leo Smith, Enrico Rava con Giovanni Guidi. E poi Meredith Monk: come definirla? Danzatrice, regista, drammaturga, cantante, compositrice, in una parola performer».

Meredith Monk, Basilica di Santa Maria Maggiore, Bergamo 2013 (foto Luciano Rossetti)
Meredith Monk, Basilica di Santa Maria Maggiore, Bergamo 2013 (foto Luciano Rossetti)

Ma il racconto continua: «Al ritorno da New York, [...] esce l’ipotesi di seguire anche l’evento del cinquantesimo compleanno ECM ad Amburgo, inizio febbraio 2020. [...] A gennaio mi chiedono di mandare una selezione di mie foto alla direzione dell’Elbphilharmonie di Amburgo dove avverrà l’evento. Risultato: sarò il fotografo ufficiale del Reflektor Manfred Eicher per conto del teatro. [...] Tra i tanti in programma per festeggiare l’etichetta di Monaco, Arvo Pärt, Egberto Gismonti, il compositore e regista Heiner Goebbels, un altro capace di rompere le barriere tra arti e discipline. E poi lei, Meredith Monk, appena vista a New York. Piccola, uno scricciolo, ma con un magnetismo incredibile».

Manfred Eicher e Heiner Goebbels, Elbphiharmonie, Amburgo 2020 (foto Luciano Rossetti)
Manfred Eicher e Heiner Goebbels, Elbphiharmonie, Amburgo 2020 (foto Luciano Rossetti)

Il percorso visivo offerto dalle immagini viene così arricchito dai racconti, dalle testimonianze e dagli aneddoti raccolti nel catalogo, vero e proprio viatico per entrare nell’immaginario di un fotografo abituato da decenni ad abitare un’ideale spazio teatrale che fonde dimensioni e linguaggi diversi, ora “davanti” ora “dietro” il palcoscenico, ora alle prese con il teatro di prosa ora con eventi musicali, e così via. Piani di osservazione spesso differenti, come emerge ancora dall’intervista rilasciata a Pier Giorgio Nosari: «Fotografo lo spettacolo per attestarne la realtà, per documentarne lo svolgimento, per rappresentarne la diversità degli sguardi, per interpretarlo. Ma anche per guardarne il “dietro” e l’umanità di chi lo fa. I loro scherzi, le paure, gli sguardi, la fatica e il successo. E soprattutto la loro diversità. I primi tempi mi colpiva la differenza tra la svagata nonchalance dei jazzisti prima delle prove e la concentrazione e tensione degli attori. Ma a ben guardare quell’umanità è anche la diversità di gruppi umani, in senso antropologico: gli attori di prosa sono diversi da quelli cosiddetti di ricerca, chi fa monologhi è differente da chi viene dalla clownerie, i jazzisti dai musicisti classici. E gli spettatori sono ugualmente differenti».

"Stifters Dinge"di Heiner Goebbels, Modena 2011 (foto Luciano Rossetti)
"Stifters Dinge"di Heiner Goebbels, Modena 2011 (foto Luciano Rossetti)

Un viaggio tra immagini e parole decisamente interessante, quello offerto da questo catalogo che racconta, arricchendolo, il percorso offerto dalla mostra La quarta parete e che, tra i vari apparati bibliografici che lo completano, riporta alcune parole che definiscono sinteticamente il lavoro di Luciano Rossetti, tra le quali ci sembra particolarmente centrata, per sintesi e semplicità, quella di Markku Salo (Helsinki Radio): «Luciano è un bravo fotografo, è uno dei pochissimi che sa interpretare il ritmo della vita sia in Lapponia che a New York».

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