Grande musica nera. Storia dell’Art Ensemble di Chicago

La prefazione di Claudio Sessa al libro di Paul Steinbeck Grande musica nera (Quodlibet): l'Art Ensemble of Chicago in Italia

Art Ensemble of Chicago
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jazz

Questo libro di Paul Steinbeck, uscito lo scorso anno negli Stati Uniti con il titolo di Message to Our Folks (come un famoso album del gruppo), non racconta solo le avventurose vicende dell’Art Ensemble of Chicago, ovvero di una delle formazioni più famose e più longeve di tutta la storia del jazz. È anche un eccellente esempio di storia sociale, immergendo i ritratti dei suoi membri nel più ampio contesto della comunità afroamericana di Chicago, esplorata con attenzione fra gli anni Venti e i Sessanta. Ed è anche un testo innovativo dal punto di vista formale, perché alterna la narrazione storica all’analisi musicologica, soffermandosi su tre episodi particolarmente rilevanti nella vasta documentazione del gruppo: un album in studio del periodo parigino (Capitolo 4), un concerto che fece seguito al trionfale ritorno a casa dell’Art Ensemble (Capitolo 7) e una testimonianza visiva, anch’essa dal vivo a Chicago, degli anni Ottanta, decennio durante il quale la formazione raggiunse la maggior popolarità (Capitolo 9).

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Va sottolineato che questi approfondimenti non restano finalizzati alla descrizione delle strutture musicali del gruppo, ma le mettono sempre in relazione con gli innovativi metodi di interazione fra i vari membri dell’Ensemble e con l’industria dello spettacolo.

Art Ensemble of Chicago

Benché Steinbeck abbia svolto ricerche accurate «in tutte le città che l’Art Ensemble ha chiamato casa», è inevitabile (e giusto) che si sia soffermato soprattutto sugli Stati Uniti, dove si trova anche il punto d’osservazione dell’autore, insegnante alla Washington University di St. Louis. Queste poche osservazioni vogliono dunque allargare il racconto, senza pretesa di completezza, alla storia italiana del gruppo, che è ampia, vivace e, soprattutto, sentimentalmente rilevante. Lo stesso Steinbeck ricorda tre momenti importanti che riguardano il nostro Paese: l’attività romana del percussionista Don Moye nei tardi anni Sessanta, quando fu anche tra i collaboratori della Rai e venne filmato nel 1969 da Pier Paolo Pasolini, assieme a Gato Barbieri e Marcello Melis, nei suoi Appunti per un’Orestiade africana; l’approdo dell’Art Ensemble all’importante Festival del Jazz di Bergamo, il 20 marzo 1974; e la permanenza romana del trombettista Lester Bowie fra estate e autunno del 1977, ben più di una parentesi fra la sua collaborazione con Fela Kuti in Nigeria e la scelta di domiciliarsi a New York.

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È ragionevole pensare che, dopo la Francia, l’Italia sia stata il Paese più ospitale d’Europa per l’Art Ensemble. Molti appassionati ne furono conquistati fin dal primo incontro, quando suonarono al Festival di Bergamo davanti a molte centinaia di ascoltatori al Teatro Donizetti. L’esibizione lombarda, seguita dalla stampa nazionale (che si divise, com’era di prammatica all’epoca, sul risultato artistico del concerto), oscurò tuttavia il fatto che in quegli stessi giorni il gruppo fu presente in diverse altre località italiane. Le pagine della maggior rivista del settore, Musica Jazz, riferirono sinteticamente di questa attività. Nel Notiziario di aprile 1974 si legge: «L’Art Ensemble of Chicago, apparso a Bergamo il 20 marzo, si era precedentemente esibito in otto diverse località dell’Emilia Romagna per iniziativa dell’Ente Autonomo del Teatro Comunale di Bologna. Fra i concerti si segnalano quelli di Rimini, il 16 marzo, e i due tenuti al Teatro La Ribalta di Bologna il 18 e 19 marzo. Dopo Bergamo il gruppo chicagoano si è poi esibito a Terni, per il Circolo della Società Terni, al Nuovo Politeama Lucioli». 

Una ricerca iconografica condotta dall’amico Libero Farnè, ben noto giornalista e critico bolognese, ha permesso di ritrovare i manifesti di alcuni di questi concerti (a Bologna l’ingresso costava mille lire…), dai quali apprendiamo che l’Art Ensemble suonò a Medicina il 14 marzo e a San Giovanni in Persiceto il 17. Va sottolineato il virtuosissimo circuito che, già da qualche anno, il Teatro Comunale bolognese aveva realizzato fra la città e i paesi del circondario e del quale non beneficiò soltanto il gruppo di Chicago. 

Per le sorti dell’Art Ensemble in Italia (e non solo), il concerto di Bergamo fu certo il più importante dal punto di vista della visibilità, ma anche perché in quell’occasione i cinque americani fecero la conoscenza di un giovane fotografo ed entusiasta ascoltatore: Isio Saba. Isio, che era nato nel 1942 a Ozieri nel sassarese (a pochi chilometri da Berchidda, il paese di Paolo Fresu: naturalmente il futuro trombettista era del tutto sconosciuto, nel 1974 aveva tredici anni), rimase folgorato dal gruppo e tornò ad ascoltarli qualche mese dopo a Pescara, nei giorni della tournée assieme a Muhal Richard Abrams. 

Nel 1977, quando Lester Bowie di ritorno dalla Nigeria si trovò «confinato» a Roma, in attesa di ricevere un vaglia per rimpatriare negli Stati Uniti (come racconta Steinbeck nel Capitolo 8), fu un altro amico delle avanguardie, il giornalista e discografo Mario Luzzi,a metterlo nuovamente in contatto con Isio. Economicamente, il trombettista navigava in cattive acque e Saba lo ospitò a casa sua, frequentata da tutti i giovani jazzisti della Capitale e in particolare da un altro formidabile sardo: il pianista Antonello Salis, che si era trasferito a Roma nel 1974, anch’egli sostenuto da Isio. Su proposta di Bowie, quest’ultimo cominciò ad affiancare alla propria attività di fotografo quella di organizzatore. 

Racconta Antonello: «In quei mesi Lester suonò molto con il trio Cadmo, che avevo formato ad Alghero con Riccardo Lay al basso e Mario Paliano alla batteria. Per esempio ad Agrigento, alla fine di agosto. Isio riuscì a fissare talmente tante date che spesso non potevamo fare da accompagnatori; Lester si affiancò a molti altri partner, c’era Patrizia Scascitelli al pianoforte, Roberto Gatto alla batteria, Giancarlo Schiaffini al trombone e la nuova generazione dei sassofonisti romani». 

Una fotografia di Saba raffigura Bowie con una memorabile front line: Massimo Urbani al sassofono contralto, Maurizio Giammarco al tenore, Tommaso Vittorini al baritono. Ecco una recentissima testimonianza che Giammarco ha voluto comunicarmi: «Per volontà di Lester e con l’aiuto di Isio Saba si allestì un gruppo per fare con lui molte prove (Lester lavorava esclusivamente con arrangiamenti orali) e alcuni concerti. Ne ricordo soprattutto due, uno al teatro San Macuto a Roma e un altro a un Festival dell’Unità di Livorno». L’anno dopo Maurizio Giammarco visse per qualche tempo a New York, dove il trombettista lo invitò a far parte, unico italiano, della mastodontica Sho’ Nuff Orchestra che suonò «al Symphony Space il 17 febbraio 1979, con sessanta musicisti fra cui tutti quelli dell’AACM e dell’avanguardia newyorkese dell’epoca». 

Anche Tommaso Vittorini ha qualche gustoso ricordo, affidato al libro che pubblicò nel 1984 per Mondadori, Musica in libera uscita: «Lester durante le prove si ubriacava di musica, e ci costringeva a fare altrettanto. Una volta, prima di provare un pezzo, spiegò gentilmente: “Quello che io voglio dalla musica è che siano sempre chiare le direzioni dove vogliamo andare, voglio dire emozionalmente. Un pezzo "soft" (dolce) deve essere molto soft, una situazione "dura" deve essere durissima, e quando credi di stare suonando al massimo delle tue forze, ecco, quello è il momento in cui devi cercare di andare più lontano ancora […]”. Poi iniziammo a suonare, e lui ci fermò perché non gli piaceva. Allora disse di fare un esperimento, di dimenticare il pezzo che stavamo provando e di suonare qualunque cosa ci paresse ma con più forza che potevamo […]. Ci veniva di fronte uno a uno e gridava: “More!! More!!! Play More!!!”, finché ciascuno di noi ebbe l’impressione di essere entrato in un’altra dimensione […]. Era come far parte di una cosa unica, di una palla di fuoco che emetteva un suono, e allo stesso tempo ci rendevamo conto che quella entità di cui facevamo parte poteva produrre anche altre emozioni e situazioni, che il suono poteva essere, oltre che violentissimo, anche dolcissimo o esilarante o chissà cos’altro. “Voglio vedere il sangue”, diceva Lester, “non dei bravi strumentisti che sanno improvvisare”».

Vittorini fece anche parte, in quei mesi, di quello che venne chiamato Laboratorio di Musica Creativa e Improvvisata e riunì musicisti di diverse provenienze geografiche. C’era anche Bowie, che però, nei ricordi piuttosto caustici del nostro valoroso sassofonista e arrangiatore, non ne venne particolarmente coinvolto. Molto probabilmente è questo il «Laboratorio» di cui dà testimonianza Paul Steinbeck; certo i jazzisti italiani che nel 1977 suonarono nei suoi gruppi non hanno conservato memoria di un nome simile. 

Isio Saba divenne sempre più un organizzatore di concerti, e dal 1978 seppe conquistare la fiducia di tutto l’Art Ensemble, non solo di Lester Bowie; se la formazione di Chicago è rimasta particolarmente popolare nella memoria di molti ascoltatori italiani, di varie generazioni, lo si deve in gran parte a lui. Molti suoi ricordi sono conservati nelle note di copertina dell’album del gruppo Reunion, cui Steinbeck fa più volte riferimento. Isio (come altre figure importanti per la storia raccontata in queste pagine, in particolare Marcello Melis, di cui Steinbeck racconta nel Capitolo 6 l’importante legame con Moye, e Mario Luzzi) se ne è andato troppo presto, nel 2013; lo ricordiamo qui con grande affetto, e segnaliamo che il suo paese d’origine, Ozieri, lo celebra da qualche anno con la rassegna musicale Remembering Isio. Come si è visto, la Sardegna è stata un luogo rilevante per i cinque dell’Art Ensemble e in particolare per Bowie; è altamente suggestivo che una sua ben nota composizione abbia due titoli, quasi due poli opposti su cui si era fissata la riflessione del trombettista: «Sardegna Amore» e «New York is Full of Lonely People». La solitudine vissuta nella megalopoli atlantica si specchia nell’affetto profondo degli isolani mediterranei. 

Questi rapidi appunti che gettano uno sguardo «italiano» sull’Art Ensemble si concludono con un importante aggiornamento. Paul Steinbeck ha chiuso il suo lavoro nell’estate del 2015. All’inizio del 2017 Roscoe Mitchell ha dato inizio a una nuova stagione dell’Art Ensemble of Chicago, alla quale auguriamo lunghissima durata. Il gruppo dal febbraio 2017 ha dato diversi concerti negli Stati Uniti e in Europa, con una significativa presenza nel nostro Paese, anche grazie al fatto che una volta ancora il management della formazione è curato da un italiano, appassionatissimo di questa musica, Alberto Lofoco. 

Il gruppo (che già anticipa nuove tournée nel 2018, fra maggio e giugno e ancora fra ottobre e novembre) è a organico variabile ma comprende sempre due colonne dell’Ensemble, Roscoe Mitchell e Don Moye; purtroppo Joseph Jarman sembra definitivamente ritirato dalla musica attiva. Il ruolo di Bowie è stato rilevato da Hugh Ragin, storico collaboratore di Mitchell; nel gruppo a volte è presente un contrabbassista, a volte due, e in certe occasioni questo strumento è stato suonato dalla nostra valorosa Silvia Bolognesi. In alcune tournée è previsto anche l’inserimento di un percussionista, e anche in questo caso la storia (italiana) ritorna, perché la scelta è caduta su un giovane percussionista senegalese, Dudù Kouaté, che vive da anni a Bergamo. E certo avrà sentito tante volte raccontare il famoso concerto del 1974. 

Milano, gennaio 2018.

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